Quando gli italiani accolsero 500mila bambini di Chernobyl

La parola “accoglienza” ultimamente suona come una parolaccia alle orecchie di molti. Le urla rancorose di chi, per ignoranza e per paura, cade nella trappola della lotta tra poveri sono legittimate dall’alto, da chi vuole trovare un capro espiatorio da incolpare di tutti i mali. In realtà, aiutare a casa nostra chi ne ha bisogno è una soluzione vincente: non è solo  una forma di beneficenza, ma ha risvolti positivi sugli individui coinvolti, sulla società e sull’immagine dell’Italia nel mondo. Lo ha dimostrato il caso della solidarietà nei confronti degli abitanti delle zone colpite dalle radiazioni del disastro nucleare di Chernobyl, alla fine degli anni Ottanta.

In seguito alla catastrofe del 26 aprile 1986, infatti, molti Paesi europei si mobilitarono per le popolazioni dell’area colpita attivando  programmi per ospitare bambini ucraini, russi e bielorussi – come il Chernobyl Children’s Project.  Questi permisero loro di vivere, almeno per alcune settimane all’anno, in un ambiente non contaminato, dove il loro organismo, normalmente esposto alle radiazioni, potesse disintossicarsi. Particolarmente fortunata per la sua posizione geografica  e per lo stile di vita e la dieta generalmente sani, l’Italia è stata fin da subito il Paese più coinvolto da queste “adozioni temporanee”. Continua a esserlo ancora oggi, nonostante le cifre in calo: le famiglie hanno accolto circa la metà di tutti i minori coinvolti nel programma, con prevalenza di cittadini bielorussi.

Molti di loro hanno alle spalle famiglie disfunzionali o del tutto assenti. In seguito all’incidente di Chernobyl, infatti, molti lavoratori specializzati hanno abbandonato la regione, contribuendo al crollo dell’economia locale, che di lì a poco avrebbe dovuto fare i conti con la caduta dell’Unione Sovietica e i mutamenti che avrebbe comportato. Ma il disastro nucleare ha determinato in molte persone anche una perdita di speranza nel futuro, un fatalismo che ha comportato anche un aumento dei comportamenti a rischio (uso di stupefacenti, rapporti sessuali non protetti) e, quindi, delle malattie. Ancora oggi alcune zone della Bielorussia, soprattutto quelle rurali, hanno elevati livelli di povertà e una grande diffusione dell’alcolismo: la dipendenza da alcol tra gli uomini è vicina al 20% (per farsi un’idea: in Italia è lo 0,8%). Per questo nelle famiglie italiane bambini e adolescenti hanno la possibilità di esplorare altre forme di vita familiare e di vedere un piccolo pezzo di mondo a cui non avrebbero altrimenti accesso.

Nonostante i cambiamenti avvenuti nel corso dei decenni, nella società italiana la famiglia ha ancora una certa centralità rispetto ad altri Paesi europei, in cui questa istituzione, negli ultimi decenni del secolo scorso, per effetto dei mutamenti economici e culturali, aveva già assunto le forme che ha oggi; ad esempio la Svezia, allontanandosi dal modello familiare tradizionale per liberare l’individuo da ruoli fissi, è diventata più individualista, come racconta efficacemente il documentario di Eric Gandini La teoria svedese dell’amore (2015). Non a caso qui i programmi di accoglienza per i “ragazzi di Chernobyl” hanno coinvolto meno le famiglie, mentre hanno puntato più su campi estivi in cui i bambini stessero per lo più tra di loro, con pochi scambi con la cultura locale. Nel nostro Paese, invece, la solidarietà ha preso prevalentemente le forme dell’accoglienza in famiglia, un modello di ospitalità che ha permesso all’Italia di sviluppare rapporti stretti con la Bielorussia e di guadagnarsi un’immensa gratitudine presso la popolazione. 500mila bambini (ed ex) che sono stati ospitati nel nostro Paese conoscono almeno a grandi linee l’italiano, che è anche la terza lingua più studiata nelle università locali.

Il fenomeno che ne deriva è il kinning – termine utilizzato in sociologia che si potrebbe tradurre come creazione di parentela o affinità – lo stesso che avviene nel caso delle adozioni internazionali e dei servizi di cura domestica da parte di badanti. Laddove non c’è un legame di sangue, cioè, attraverso l’interazione quotidiana e la cura dedicata, si crea una relazione affettiva pari a quella tra membri di una famiglia: si tratta di un rapporto reciproco, non a senso unico, che influenzerà le scelte che il bambino farà da grande. Lo afferma la ricercatrice Ekaterina Zhukova, “bambina di Chernobyl” ospitata presso una famiglia di Lucca, che oggi per lavoro studia le inaspettate ricadute sociali e personali di quel fenomeno, che si ripetono anche in altri contesti: “Quando sento parlare italiano per strada il mio sangue si mette a correre più in fretta, mi sento così felice. […] Recentemente ho parlato con una collega irachena trasferitasi in Svezia da piccola come rifugiata. Mi ha detto che sentire la lingua svedese ha su di lei lo stesso effetto eccitante”. Non ci sono, quindi, “solo” i benefici diretti sulla salute, ma anche quelli sociali e culturali: le famiglie ospitanti imparano a conoscere la cultura dei bambini, come questi conoscono quella italiana e il suo modello familiare, paradigma positivo per la loro vita adulta, con effetti benefici per la società. Il legame affettivo che scaturisce da questo tipo di esperienze non investe solo gli individui coinvolti direttamente, ma l’intera nazione, se straniera, meritevole di gratitudine agli occhi della persona che ne riceve le cure.

L’effetto kinning è spesso già una realtà anche nel caso dei mestieri legati alla cura personale, ad esempio di persone anziane, in un settore – quello dei servizi alle famiglie – in cui gli stranieri extracomunitari sono oltre la metà degli occupati. Questo modello di integrazione è potenzialmente esportabile ad altre situazioni: è Zhukova stessa a suggerirlo come strategia da impiegare nei confronti di bambini e adulti migranti, per creare legami tra la popolazione locale e i rifugiati. Questo viene già fatto in alcuni sporadici casi, come nel progetto “Rifugiati in famiglia” del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati di Parma e Fidenza, ma rimane una nicchia. Per vederlo funzionare davvero come funziona con i “bambini di Chernobyl” dovrebbe essere esteso, puntando ad esempio a ospitare i rifugiati presso persone sole e bisognose di assistenza o di compagnia. Il beneficio sarebbe reciproco, perché da un lato i richiedenti asilo verrebbero integrati nella società, dall’altro la comunità beneficerebbe della loro presenza, anche affettivamente, ed eventualmente del loro lavoro, oltre ad evitare risentimenti e situazioni pericolose di ghettizzazione, ottenendo anzi gratitudine e legami sociali e affettivi indissolubili. Sapere quali atrocità i rifugiati hanno alle spalle e quali pericoli hanno affrontato per arrivare nel nostro Paese ci permetterebbe di guardare con occhio diverso la prospettiva di “aiutarli a casa nostra”, un modello che faciliterebbe l’elaborazione dei traumi a chi ha un vissuto difficile. Accogliere i bambini – che già in alcuni casi comunque beneficiano dei programmi di affidamento – è più facile e può essere il primo passo: i minori non accompagnati arrivati via mare in Italia nel 2018 sono stati oltre 3.500, mentre di più di 5mila si sono prese le tracce. Accoglierli in casa potrebbe evitare loro molti problemi, mentre le persone sole potrebbero stringere legami con famiglie appena arrivate. Potrebbe essere un modo anche per far emergere la preparazione che molte persone che arrivano nel nostro Paese hanno alle spalle: nonostante la percentuale di cittadini stranieri laureati sia in calo, a dimostrazione del fatto che la “fuga di cervelli” non riguarda solo gli italiani, si stima che oltre il 25% degli occupati stranieri sia sovra istruito per il lavoro che fa.

Esistono già progetti solidaristici che si occupano di ospitare temporaneamente bambini provenienti da altre realtà problematiche, come quelle di alcuni Paesi balcanici o la Palestina e in qualche caso anche di adulti. Si tratta di progetti sanitari (come in primo luogo quello destinato ai “bambini di Chernobyl”), oppure educativi (con corsi di formazione e professionalizzanti mirati, anche per adulti), di sviluppo (che mirano a coinvolgere le comunità locali per migliorare la qualità della vita della zona) o di sostegno (prevalentemente in forma di aiuti materiali da inviare alle popolazioni, tramite istituzioni, ma anche di informazione e sensibilizzazione). Nel caso dei “bambini di Chernobyl” questi progetti hanno avuto grande diffusione nel nostro Paese anche perché l‘esplosione nucleare è stata un evento improvviso dal grosso impatto sull’opinione pubblica, mentre è più difficile che ci sia un grande coinvolgimento di fronte a situazioni di disagio cronico come quello, ad esempio, della popolazione palestinese. Il risultato – un legame più stretto tra i Paesi coinvolti, sia a livello di cittadini che di istituzioni – sarebbe positivo anche in molti altri casi, in cui, invece, i progetti esistenti sono di nicchia. Più del 70% dei minori che arrivano in Italia con progetti di accoglienza temporanea, infatti, vengono dalla Bielorussia e il 15% circa dall’Ucraina, mentre i bambini provenienti dalla Bosnia Erzegovina – vittima del conflitto nei Balcani degli anni ’90, una situazione ancor più recente e geograficamente più vicina a noi – sono il 6% del totale.

Tutte queste iniziative dovrebbero essere più strutturate, consapevoli e avere un approccio olistico (non concentrandosi esclusivamente, cioè, sullo scopo sanitario, ad esempio, o educativo), considerando le persone coinvolte nel loro essere individui e membri della società e coinvolgendo le comunità locali per contribuire davvero a ristrutturare una società malandata, non limitandosi a interventi isolati. Le iniziative, cioè, devono passare da essere puramente umanitarie a essere atti di cooperazione internazionale, perché è ciò di cui c’è bisogno. Altro che muri.

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