No Salvini, la castrazione chimica non è una soluzione se poi propagandiamo cultura machista - THE VISION
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Il ministro Salvini continua a parlare di tutto tranne di ciò che è di competenza del suo ministero, ovvero i trasporti e le infrastrutture, e da un po’ di tempo sostiene che la castrazione chimica sia la soluzione migliore al problema degli stupri – anche a danno dei minori – nel nostro Paese. La ragione di una misura drastica e sbagliata dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: non si vuole lavorare per una rivoluzione culturale adeguata, che sradichi il paradigma machista in Italia, e si punta il dito contro il “nemico” con un fare demagogico insostenibile. Poche settimane fa, chiedendo un tavolo sulla castrazione chimica, Salvini ha dichiarato che “è vero che la pena deve recuperare chi sbaglia, ma stupratori e pedofili sono irrecuperabili”. Si potrebbe andare avanti per ore a individuare tutto ciò che in questa dichiarazione è sbagliato, pericoloso e anacronistico. Secondo questo criterio, si potrebbe addirittura arrivare a dire che la pena di morte, in alcuni casi, potrebbe essere l’unica soluzione contro alcuni criminali. I presupposti di un sistema democratico liberale, come dovrebbe essere il nostro, e che trovano riscontro nei principi della Costituzione e nell’articolo 27, sono di per sé sufficienti a individuare nelle parole del vicepremier un contenuto antidemocratico. 

Matteo Salvini

Innanzitutto, a scopi palesemente propagandistici Salvini esprime con fermezza un giudizio che suona come una diagnosi senza fondamento; dovrebbe infatti spiegare cosa significa essere “irrecuperabili” e quali dati medici, fondati da un punto di vista neuropsichiatrico, suffragano questa sentenza in merito a stupratori o pedofili. Determinate affermazioni dovrebbero, eventualmente, arrivare da uno psichiatra o da un professionista ed esperto di determinati comportamenti – se mai fossero associati a patologie; chiunque ricopra un ruolo politico o istituzionale dovrebbe invece tenersi lontano da affibbiare etichette del genere nel tentativo di aumentare il proprio consenso. Quando si parla di questioni come violenza e abusi sessuali lo si dovrebbe fare con estremo tatto ma, soprattutto, bisognerebbe accettare una realtà che ancora, talvolta, ignoriamo: la cultura machista e maschilista cui siamo tanto affezionati tutti – purtroppo sia donne che uomini – è una tra le cause principali di un disagio che, nel nostro Paese, colpisce in larga misura proprio gli uomini.

Questi stessi uomini che devono mostrarsi forti, con le “spalle dritte”, che imparano fin da piccoli a congelare le proprie emozioni e ad averne pudore, per non essere tacciati di debolezza, di sembrare “femminucce” o non correre il rischio di essere, magari, perseguitati dal bulletto di turno. Bulletto che, a sua volta, spesso attacca per paura di essere attaccato. L’errore che facciamo spesso, quando affrontiamo il tema della disparità di genere e della cultura machista che la corrobora, è quello di immaginarci gli uomini perennemente su un piedistallo, pieni di privilegi e capaci di beneficiare appieno di una società costruita su presupposti e stilemi retrogradi. In questi casi dimentichiamo – e gli uomini stessi, spesso, sono miopi e inconsapevoli rispetto a questa verità – che il sessismo radicato nella nostra società costituisce un grosso limite anche per loro. 

La cultura machista interferisce spesso negativamente con lo sviluppo organico degli uomini, che dovrebbero poter sperimentare un ampio ventaglio di emozioni che entrano in gioco nella dimensione sociale e relazionale, ma che talvolta non imparano a farlo. A causa delle distorsioni maschiliste, purtroppo, l’autenticità nel rapporto con emozioni e sentimenti è infatti largamente compromesso. Quando si parla dell’importanza di introdurre l’educazione sentimentale e sessuale nelle scuole, alcuni aspetti della questione vengono ignorati o trattati con superficialità; educare i giovani per contrastare il fenomeno dei femminicidi e della violenza di genere non equivale a costruire dei discorsetti politicamente corretti sull’importanza di portare rispetto alle donne e lasciarle “libere” di andare in giro vestite come preferiscono. D’altro canto, non ci si può nemmeno limitarsi ad aiutare le donne a individuare i campanelli d’allarme di una relazione potenzialmente disfunzionale.

Fare educazione affettiva dovrebbe prevedere, innanzitutto, una messa in discussione concreta – non superficiale e puramente teorica – dei nostri paradigmi culturali, che ci fanno credere ancora oggi che biologicamente l’uomo sia più incline al “sesso sfrenato” e svincolato dai sentimenti e la donna invece alla tenerezza. Dovremmo abbattere il preconcetto secondo cui emozioni, sentimenti e tenerezza sono questioni prettamente femminili, per aiutare ragazzi e uomini a sconfiggere certi pudori che, da una certa età in poi, iniziano a sviluppare per fattori culturali. Di questo mi accorgo per lo più scuola, essendo io un’insegnante di letteratura alle superiori: quando in classe mi capita di spiegare poesie che attingono al linguaggio dei sentimenti, incontro una barriera di pudore nei maschi e non nelle femmine. Se si tocca il tema dei sentimenti o anche del sesso, per lo più gli adolescenti maschi sembrano “proteggersi” e schermarsi con risatine condivise e occhiate complici tra di loro, in cui mi pare di rilevare una scarsa dimestichezza con le emozioni e con la loro verbalizzazione. E questo aspetto potrebbe già essere un piccolissimo segnale e aspetto su cui un programma di educazione ai sentimenti dovrebbe lavorare.

Chi da giovane non ha imparato che si può comunicare emotivamente e affettivamente con gli altri, senza alcuna vergogna e senza per questo essere tacciati di scarsa virilità, potrebbe rivelarsi un adulto meno consapevole di sé, e rischiare di sviluppare l’abitudine alla repressione di certi sentimenti. Dovremmo chiederci quanto questa scarsa libertà nel comunicare emotivamente possa avere un ruolo nello sviluppo di comportamenti devianti, abusanti e socialmente pericolosi. L’identità di ciascuno si struttura a partire non solo da idee ma anche da emozioni e sentimenti che, se repressi, rischiano di ripresentarsi in forma di comportamenti potenzialmente nocivi per sé e per gli altri. Se la grammatica dei sentimenti è ancora oggi considerata un tabù per i maschi, e l’unica possibilità per loro è comunicare col sesso spogliato della sua componente affettiva, avremo inevitabilmente più uomini che, bisognosi di relazioni, attingeranno a un linguaggio brutale, scurrile, persino aggressivo per sentirsi, paradossalmente, più accettati.

Va detta anche un’altra cosa: la castrazione andrebbe a influire solo chimicamente sulla persona in questione. Ciò equivale a dare per scontato che nell’abuso sessuale entrino in gioco soltanto fattori legati al desiderio, per così dire, istintuale e “animalesco”, ignorando la componente non innata, che può emergere nell’individuo e che è legata al bisogno di sopraffare l’altro, di esercitare il proprio potere su qualcuno che, in quel preciso istante, si trova nella condizione di “più debole”. E anche questo tipo di distorsione costituisce un errore. Parlare di violenza di genere o di abuso di minore dovrebbe servire, intanto, a prendere in considerazione tutte le possibili cause, anche quelle nascoste, di questi fenomeni. Ma certa politica preferisce ridurre il discorso a quattro frasi che puntano il dito contro il nemico e propongono la via apparentemente più semplice – in realtà illusoria e banalizzante – per sbarazzarsi del problema. Forse a qualcuno può apparire rassicurante che il politico di turno proponga soluzioni “rapide” per neutralizzare quello che, nel gioco delle parti, è ridotto soltanto a carnefice – non che non lo sia nel caso specifico, ma come già detto la questione è più stratificata. Tentare di mettere una pezza alla, pur legittima, paura e indignazione di fronte a certe atrocità con proposte raffazzonate può soltanto illuderci che verremo fuori da questa emergenza, mentre il fenomeno intanto si consoliderà.

Se riuscissimo a rintracciare tutti i sintomi e gli strascichi della cultura machista e sessista radicata, forse inizieremmo ad accorgerci che influisce sul rapporto disfunzionale che alcuni uomini sviluppano non solo col sesso, ma con la relazione con l’altro – chiunque sia. La politica del nostro Paese dovrebbe costruire un discorso ampio e lucido su una dinamica di tale portata socio-culturale, investire risorse in una direzione che cambi il paradigma e abbatta certi stilemi. Ma purtroppo viviamo nell’epoca dei proclami facili, offensivi e incoerenti, che diventano efficaci strumenti di propaganda. Così, mentre continuiamo ad andare a fondo, ci piace sentirci dire dal furbetto di turno che la colpa è sempre di qualcun altro, che è brutto, cattivo e irrecuperabile e, per questo, merita una punizione esemplare.

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