Il prefetto ha bloccato CasaPound a Milano. Perché il fascismo è un crimine e non un’opinione.

Il prefetto di Milano ha annullato la manifestazione fascista organizzata da CasaPound per il centenario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento, avvenuta il 23 marzo del 1919 proprio nel capoluogo lombardo. Almeno 2mila teste rasate da tutta Europa si sarebbero dovute radunare a un concertone nazirock nel milanese. Per lo stesso giorno, il Comitato Pro Centenario 1918-1922 stava preparando una commemorazione nel centro storico della città, in quella piazza San Sepolcro che un secolo fa vide riunirsi le camicie nere per la prima volta. Il pericolo sembra sventato, considerato che il divieto è legato sia a ragioni di sicurezza che al carattere palesemente commemorativo e rievocativo dell’incontro. Ma è anche vero che CasaPound e altri neofascisti in passato hanno organizzato lo stesso, anche a Milano, celebrazioni a sorpresa ignorando il no delle autorità. L’ultima volta furono i saluti romani alle tombe dei repubblichini, il 25 aprile 2017. Questa volta una città medaglia d’oro della Resistenza, teatro a piazzale Loreto della drammatica fine del regime fascista, avrebbe dovuto ospitarne la celebrazione del centenario. Gli estremisti di destra si sarebbero dovuti radunare tra i capannoni industriali di Rogoredo, come già accaduto in passato – anche se fino all’ultimo hanno tentato di mantenere il segreto per evitare scontri con le fazioni avversarie. 

Le polemiche della politica e della società civile sorte per il programma del concerto milanese del 23 marzo hanno costretto il Comitato pro centenario 1918-1922 a rimuoverlo, tanto che ora si accede alla pagina web del gruppo solo con l’autorizzazione degli amministratori, sia per evitare imboscate di gruppi antagonisti di sinistra sia per poter agire nell’ombra. Ma il rischio di simili raduni, oltre alla sicurezza, è soprattutto che l’idea del fascismo venga normalizzata e sdoganata come un’opinione da esprimere liberamente in un Paese democratico; che il 23 marzo, a Rogoredo, alle canzoni degli Zetazeroalfa di CasaPound si sarebbe potuto dare lo stesso valore di Andava a Rogoredo di Jannacci, orgoglioso figlio di partigiani. Canzoni che recitano testi come: “primo: me sfilo la cinta / Due: inizia la danza / Tre: prendo bene la mira / Quattro: cinghiamattanza”. 

Il sindaco Beppe Sala, reduce dal corteo di People – prima le persone, la più grande manifestazione antirazzista italiana che si ricordi, aveva definito la manifestazione di CasaPound “oltraggiosa”, augurandosi l’intervento di prefetto e questore, direttamente dipendenti dal Ministero dell’Interno. L’Associazione nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) e l’Osservatorio sulle nuove destre avevano cominciato a denunciare le intenzioni di CasaPound già dal 12 di febbraio scorso, consapevoli che in passato le autorità competenti non avevano fatto nulla per ostacolare simili eventi, nonostante il divieto di apologia di fascismo della legge Scelba del 1952 e della legge Mancino del 1993. Come nel 2013, quando si tenne il primo raduno annuale dei naziskin a Rogoredo, che l’allora sindaco della sinistra arcobaleno Giuliano Pisapia aveva definito “indegno”. O come quando la questura di Prato ha ignorato l’appello del sindaco Matteo Biffoni, del Pd, in cui chiedeva di scongiurare un altro tentativo, stavolta di Forza Nuova, di “celebrare i 100 anni del fascismo” il 23 marzo 2019. 

Giuseppe Sala

Nella città toscana prefettura e questura hanno rimandato la decisione al 18 marzo, tutti i sindaci della provincia si sono uniti al no e la questione del centenario è approdata anche in Parlamento, grazie all’appello dell’onorevole Antonello Giacomelli (Pd). Prato è storicamente una città rossa, commemora ogni anno i 29 martiri partigiani che portarono alla sua liberazione, permettendo alle forze alleate di arrivare a Nord. Ma anche Milano è stata centrale: è di fatto il luogo in cui finì la guerra in Italia. Ogni 25 aprile il capoluogo lombardo diventa il palco principale di una festa nazionale della Liberazione che riunisce comuni cittadini, associazioni antifasciste e partigiani. Dal 1946, ogni anno, il corteo ripercorre la strada che separa Porta Venezia da piazza del Duomo. Fa a ritroso il tragitto della colonna di veicoli con cui Benito Mussolini tentò di fuggire verso Como il 25 aprile 1945, una volta che i negoziati per la sua consegna ai partigiani erano falliti e dopo che Sandro Pertini, poi indimenticabile presidente della Repubblica, aveva proclamato l’insurrezione generale. Per questo, una manifestazione del genere nel capoluogo lombardo sarebbe stato un oltraggio.

Il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (Clnai) si trovava proprio a Milano, nell‘istituto dei Salesiani, dietro la stazione centrale. Da lì partigiani decretarono la presa di tutti i poteri e l’occupazione delle fabbriche. Si sarebbe continuato a sparare, anche a Porta Venezia e anche in altre città, fino a maggio, ma era chiaro che da quel 25 aprile in Italia era cominciato il Dopoguerra. In primavera le brigate partigiane e gli alleati avevano rotto la linea Gotica e superato il Po, per poi convergere verso Nord, a Torino e Milano. Anche dalla Valsesia, nel Piemonte nord-orientale, i partigiani si riversavano su Milano per dare la spallata finale al fascismo.Sempre a Milano, dopo la cattura e lesecuzione di Mussolini a Dongo, l’ex Duce fu sfigurato e appeso in piazzale Loreto il 29 aprile, quando ormai la città – e l’Italia – erano libere. Si ricorda spesso l’orrore del vilipendio dei corpi del Duce, dell’amante Claretta Petacci e degli altri 15 gerarchi di Salò per mano di una folla di milanesi inferociti. Molto meno spazio nella memoria del Paese viene dedicato alla fucilazione di 15 partigiani pochi mesi prima, sempre in quella stessa piazza, per ordine del comando delle SS e su esecuzione dei miliziani repubblichini. I loro cadaveri furono sfregiati ed esposti al pubblico per giorni, con la stessa barbarie che l’anno dopo il Clnai avrebbe usato come forma di vendetta. 

Sandro Pertini in Piazza Duomo a Milano a seguito della liberazione dall’oppressione nazifascista, 25 aprile 1945

In una Milano che sta ridisegnando il suo aspetto urbanistico in un’ottica sempre più moderna ed europea, non si è ancora trovata la volontà di valorizzare la memoria di piazzale Loreto: un progetto c’è, ma non sembra voler tener conto dell’enorme valore simbolico di questo luogo. A Milano, così come in tutte le altre grandi città italiane, manca ancora un posto dove riflettere sulla storia e gli effetti del fascismo, sulla falsariga della Topografia del Terrore di Berlino, dove l’ex sede del quartier generale del partito nazista è stata trasformata in un museo che ripercorre la storia del regime.

Il fascismo però non è finito con il 25 aprile. L’Europa sta ripiombando nel clima di odio che tra il 1919 e il 1920 sfociò nelle violenze tra fascisti e comunisti del Biennio rosso, seguito dai primi anni del regime, l’omicidio politico di Giacomo Matteotti, la grande crisi finanziaria del 1929 e la presa del potere nazista in Germania, la guerra civile spagnola e, infine, nel 1939,  la Seconda guerra mondiale. La storia dovrebbe metterci in guardia e le autorità impegnarsi affinché non si ripeta, ma gli organizzatori di eventi come quello del 23 marzo sono furbi e scelgono proprietà private per ospitare i concerti, impedendo alle amministrazioni comunali di rivendicare il loro status di città antifascista e alle questure di esercitare controlli efficaci. Anche le ragioni delle manifestazioni sono spesso pretestuose: in Toscana si tratterebbe di un corteo per “salvare l’Italia dall’immigrazione”, mentre a Milano il raduno avrebbe dovuto festeggiare i 20 anni degli ZetaZeroAlfa di CasaPound – anche se in un’intervista lo stesso frontman Gianluca Iannone ha dichiarato che il gruppo si è formato a Roma durante “una calda notte d’estate” del 1997. Le bugie hanno le gambe corte. Come a Prato, unendo le forze tra politici locali e nazionali le sezioni cittadine dei partiti, che a Milano non mancano di onorevoli nella capitale, avrebbero potuto fare maggiori pressioni. In questa e in passate occasioni.

Gianluca Iannone

L’Italia è il Paese dove, in sfregio alla Costituzione, è stata possibile la fondazione di un partito come CasaPound, che si identifica dichiaratamente come “fascista”. È anche il Paese in cui la proposta di legge sul reato di propaganda del regime fascista e nazifascista del milanese e dirigente del Pd Emanuele Fiano è morta sul nascere, con un governo teoricamente di centrosinistra. Così è possibile tentare celebrazioni come quella del 23 marzo prossimo, e in mancanza di volontà politica e scelte di campo forti, spesso riuscirci. L’alt della prefettura di Milano non dovrebbe essere un’eccezione.

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