Il terribile costo umano che si nasconde dietro le extension di capelli veri

Per qualche settimana il mondo sotterraneo dei gruppi Facebook dedicati alla bellezza e al gossip è stato monopolizzato dalla discussione intorno a una scioccante rivelazione: Ilary Blasi indossa una parrucca. Non è malata né ha perso i capelli, semplicemente segue una tendenza molto diffusa negli Stati Uniti e in Uk. Sono sempre di più, infatti, le donne che indossano delle parrucche per motivi estetici, esattamente come si faceva negli anni Sessanta. Dopo l’intervista a Ilary Blasi su Verissimo, i numeri di ricerche per “parrucca” su Google sono quadruplicati. Ma la showgirl romana ha semplicemente sdoganato anche in Italia la parrucca, ancor meglio se di capelli veri, proprio come ha fatto Beyoncé qualche anno fa in America.

Ilary Blasi

Si calcola che nella sola Inghilterra ogni anno vengano venduti capelli veri per 48 milioni di sterline, che non vanno a finire solo nelle parrucche, ma anche nelle extension, che in Italia sono un servizio molto richiesto nei saloni di bellezza. Entrambi i prodotti possono raggiungere prezzi molto elevati: le parrucche migliori superano anche i mille euro, mentre un set completo di extension arriva facilmente a cinquecento. Si potrebbe pensare che un costo tale sia giustificato dalla materia prima: dopotutto, si parla sempre di capelli veri che un tempo erano sulla testa di una persona, e che presumibilmente ci hanno messo almeno cinque anni a crescere. Ma, molto spesso, dietro questa moda si cela un business che sfrutta la povertà e l’indigenza di persone disperate che non hanno più niente da perdere, se non i capelli.

Come ha spiegato il parruccaio Roberto Paglialunga ad Adnkronos, i capelli possono avere un costo che varia da cento a 6mila euro al chilo. Il prezzo dipende dalla qualità e dalla lunghezza dei capelli, che non devono aver subito tinte o altri trattamenti chimici. Particolarmente ricercati sono quelli biondi e ricci, anche perché la “produzione” si concentra nel sud-est asiatico, dove le donne li hanno prevalentemente neri e lisci. Anche in Occidente non mancano le donne che decidono di approfittare di un repentino cambio di look per guadagnare qualcosa o anche per fare del bene. Alcune li vendono sul web, mentre altre li donano per creare parrucche per i malati oncologici. Ma i capelli rappresentano un’opportunità economica talmente allettante che si è scoperto che un’associazione che raccoglieva donazioni di capelli per malati oncologici, anziché fornire loro parrucche organiche, rivendeva i capelli donati e rifilava ai pazienti parrucche sintetiche.

La maggioranza di capelli, però, proviene dai Paesi in via di sviluppo come il Brasile e l’India. Come riportato da un lungo report di Refinery 29, in Asia il mercato è completamente privo di regole: le donne che abitano nelle zone rurali (che tra l’altro di solito non hanno mai fatto tinte o trattamenti, quindi possiedono i cosiddetti “virgin hair”) vendono una treccia di capelli anche per soli tre dollari, ignare del loro reale valore. Commercianti senza scrupoli vanno appositamente nei luoghi più colpiti dalla povertà e dal degrado per approfittarsi della disperazione delle persone, acquistando per pochi dollari i capelli che serviranno per produrre una parrucca da migliaia. Nei casi estremi, si arriva addirittura alla rapina armata: in India e in Myanmar molte donne e bambini hanno denunciato di essere stati rasati per strada sotto minaccia.

Eloquente è il caso sollevato dall’Observer sul business del Tempio Venkateswara, nei pressi di Tirupati, nell’Andhra Pradesh, visitato da venti milioni di persone l’anno. Qui i pellegrini si rasano i capelli come sacrificio a Vishnu. Le chiome tagliate vengono poi raccolte, sistemate in un magazzino e rivendute in Occidente, andando ad arricchire le autorità religiose che si rifanno a questa divinità. Su Alibaba, che rivende le ciocche a prezzi stracciati, ci sono più di trentamila prodotti con la dicitura “temple hair”. Questo sistema non solo ha reso Venkateswara il tempio più ricco di tutta l’India, ma ha anche creato una sorta di mercato nero parallelo. Per contrastare il monopolio del tempio, i commercianti della regione di Tirupati hanno cominciato a prendere accordi con alcuni uomini, convincendoli a obbligare le mogli a rasarsi i capelli in cambio di qualche decina di dollari anziché gratuitamente. L’Observer riporta anche di casi in cui bambini che vivono nella regione senza fissa dimora o in condizioni di degrado vengono convinti a farsi rasare in cambio di caramelle o giocattoli.

La compravendita di capelli in situazioni di povertà ed emarginazione non è una novità. Nell’Ottocento, in Francia si facevano vere e proprie aste pubbliche per vendere i capelli al miglior offerente, e la pratica di rivendere i capelli delle detenute, che venivano rasate al loro ingresso in prigione per ragioni igieniche, era molto comune in tutta Europa. Per chi voleva espatriare, i capelli potevano rappresentare la possibilità di ottenere un biglietto navale per l’America, al punto che la compravendita di capelli fu bandita da Ellis Island. Si stima che nei primi decenni del secolo scorso più di 15mila migranti abbiano venduto i propri capelli per pochi dollari allo sbarco a New York.

Sfruttare il proprio corpo per garantirsi una forma di sostentamento in realtà è una pratica molto diffusa, basti pensare alla prostituzione, forse l’esempio più significativo e storicamente attestato. Determinate pratiche di “vendita del corpo” però nella nostra società vengono accettate e regolamentate, alcune sono vietate e altre, come ad esempio la maternità surrogata, sono ancora in via di definizione. Nei Paesi dove il liberismo ha assunto forme più estreme, come negli Stati Uniti, si può vendere quasi tutto: il sangue, lo sperma, gli ovuli, il midollo osseo, persino utilizzare la propria pelle come spazio pubblicitario. Il sistema capitalistico, insistendo sul diritto di proprietà, ci legittima a monetizzare tutto, compreso il nostro corpo. E se per gli occidentali questo si traduce nella possibilità di “arrotondare” senza troppe conseguenze, nei Paesi più poveri del mondo a volte questo rappresenta l’unico mezzo di sopravvivenza. In Libano, ad esempio, i rifugiati siriani (che per la legge libanese non possono lavorare) vendono i propri organi via WhatsApp, e si stima che ogni anno siano più di diecimila i trapianti che avvengono grazie agli organi provenienti dal mercato nero, concentrato nel Medio Oriente, in Africa e in America Latina. Per quanto la gravità del traffico di organi non sia paragonabile alla compravendita dei capelli, anche quest’ultima rientra in quel ciclo di sfruttamento della povertà delle zone in via di sviluppo per il beneficio del cliente Occidentale.

Oggi l’India esporta duemila tonnellate di capelli all’anno. Una tonnellata equivale alle teste di tremila donne. Ciò significa che nella sola India, ogni anno sei milioni di donne vengono private dei propri capelli in modo più o meno volontario. La perdita dei capelli, specie se improvvisa, rappresenta un evento particolarmente traumatico dal punto di vista psicologico. La rasatura è sempre stata, in molte culture e ancor più in quelle del sub continente asiatico, un mezzo per umiliare e punire soprattutto le donne. Si pensi alle donne accusate di stregoneria, che venivano rasate durante gli interrogatori, oppure agli internati nei campi di concentramento, o ai pazienti psichiatrici nei manicomi. Ancora oggi molti capelli proverrebbero anche dai penitenziari: aveva fatto discutere, nel 2003, una frase di Victoria Beckham in cui la designer dichiarava scherzosamente di “Avere in testa il braccio H russo” grazie alle sue extension. Poco dopo, il sistema carcerario di Mosca aveva affermato che questa eventualità poteva essere reale.

Poiché le aziende manifatturiere di parrucche ed extension si procurano la materia prima perlopiù tramite il sistema delle aste, conoscere la provenienza di ciascun lotto di capelli è praticamente impossibile. C’è anche chi ha provato a dare una svolta più etica a questo mercato, come Remi New York, un’azienda fondata da Dan Choi che acquista i capelli direttamente dalle donne vietnamite, pagando loro l’equivalente di uno stipendio di quattro mesi. Il problema comunque resta: la domanda di capelli veri ha superato di gran lunga l’offerta, e non accenna a diminuire. Secondo Philip Sharp, manager di una delle aziende di parrucche ed extension più famose al mondo, Great Lenghts, i capelli sono diventati un bene di consumo prezioso al pari dell’oro, dei diamanti e del petrolio. E come per questi prodotti, quasi nessuno si interroga sulle implicazioni etiche del loro utilizzo.

La mania di capelli lunghissimi e voluminosi può essere ricondotta a una più generale aspirazione alla perfezione artificiale, e nonostante l’industria della bellezza si sia dotata di una patina superficiale di inclusività e di pinkwashing, questo stereotipo sembra ancora resistere. Le extension, così come la ricostruzione delle unghie, le ciglia finte, l’abbronzatura e la chirurgia plastica, rimandano a una concezione artefatta della femminilità e a un immaginario erotico plasmato su quelli che sono considerati i gusti medi dell’uomo, enfatizzato dal cinema, dalla pubblicità e dalla pornografia. Senza contare che tutte queste dotazioni sono scomode e poco funzionali: le ciglia finte si staccano, le unghie acriliche dalla lunghezza improbabile, oltre a complicare qualsiasi azione, si spezzano e le extension rendono difficile anche solo passarsi una mano nei capelli. Ma tutte hanno anche un preciso rimando simbolico alla disponibilità economica e allo stato sociale che ne consegue.

Così extension e parrucche di capelli veri simboleggiano un privilegio che spesso esiste a discapito di molte donne che sono sfruttate. Quasi nessuno è consapevole del costo reale di questi prodotti. E ora che anche le parrucche sono state sdoganate nel salotto televisivo del sabato pomeriggio italiano, le cose non potranno fare altro che peggiorare.

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