L’Italia non è la signora anti-razzista del treno. È l’ignavia degli altri.

Circumvesuviana di Napoli, una giornata come tante. C’è chi guarda il cellulare, chi legge il giornale, chi pensa ai fatti suoi guardando un punto indefinito fuori dal finestrino. Maria Rosaria Coppola, una sarta della sede napoletana della Rai, vede un ragazzo inveire contro un uomo all’apparenza pakistano. In realtà è cingalese, vive con la famiglia in Italia, dove si è integrato da anni. Il ragazzo, chiaramente napoletano per via dell’accento, ringhia contro l’uomo sputandogli addosso tutto il campionario di tristi insulti razzisti, a partire da quel “negro di merda” che risuona nelle orecchie di Maria Rosaria. Per la signora si è superato il limite: si guarda intorno, vede l’indifferenza assoluta degli altri passeggeri e decide di intervenire. Non sa che qualcuno la sta filmando di nascosto e che presto diventerà un’eroina nazionale.

Maria Rosaria alza la voce, definisce il ragazzo “un razzista” e gli intima di smetterla. Lui si inalbera, pronuncia un generico “Se ne devono andare”, seguito da un “L’Italia è nostra” dal sapore salviniano. La signora a quel punto non riesce a trattenersi e replica dicendo: “Preferisco che sia loro l’Italia e non tua.” Il ragazzo dunque sbotta e, con una fierezza preoccupante, ribadisce provocatoriamente che sì, lui è un razzista. Un assist perfetto per Maria Rosaria, che conclude: “Tu non sì razzista, tu sì strunz.”

In tutto questo l’uomo dello Sri Lanka non ha proferito parola, è rimasto col volto contrito e gli occhi bassi, anche probabilmente per timore che la situazione potesse degenerare in una rissa. Ma il problema è che sono rimasti in silenzio anche tutti gli altri passeggeri. Nessuno ha difeso la vittima dell’attacco, né Maria Rosaria. Hanno continuato a guardare il cellulare, a leggere il giornale e a pensare ai fatti propri guardando un punto indefinito fuori dal finestrino, proprio come stavano facendo prima che tutto questo accadesse – a parte quello che ha filmato la scena e l’ha messa online, dove il video è diventato subito virale, innescando un meccanismo di indignazione per un episodio in realtà all’ordine del giorno. Gli insulti razzisti sono una costante, solo che stavolta si è insinuata una variabile inaspettata: Maria Rosaria, giustamente eletta a simbolo di una resistenza contro la xenofobia da cui il Paese dovrebbe ripartire, e che per questo ha anche ricevuto un premio dalla società di trasporti napoletana EAV. C’è però un equivoco di fondo. Non serve un esperto di statistica e percentuali per poter acclarare un fatto: sul treno c’erano decine di persone, soltanto una si è ribellata. Dunque, l’Italia non è rappresentata dal coraggio di Maria Rosaria, ma dal silenzio degli altri passeggeri.

Una volta identificata, la donna ha raccontato la vicenda dicendo di aver sentito il dovere di difendere quell’uomo. “Magari un po’ d’assistenza mi sarebbe piaciuta,” ha poi aggiunto, riferendosi agli altri passeggeri, “però devo dire che è difficile. Forse se la cosa degenerava, si sarebbero comportati diversamente.” Subito il web si è mobilitato in un sostegno quasi totale nei confronti di Maria Rosaria. Il “quasi” è rappresentato dai soliti violenti da tastiera che si sono palesati anche in quest’occasione. C’è chi ha commentato scrivendo: “Dov’è la signora quando vengono aggrediti gli italiani, controllori e macchinisti?” Ma il commento più raccapricciante è questo: “Attenta allo stupro selvaggio con banchetto cannibale finale.” E ad averlo postato è una donna.

Tra tutti i commentatori virtuali, si è palesato anche l’aggressore del ragazzo cingalese: Vincenzo. Con un italiano zoppicante – perché spesso chi difende con tanta foga l’italianità, la lingua italiana la mastica appena – ha scritto: “Non sapete cosa ha fatto prima di entrare nel treno, si è messo a spingere le persone. Ho esagerato, non sono razzista, la signora ha esagerato. Mi scuso con tutti ma è stato solo uno sfogo. Non dimentichiamo la ragazza di Roma fatta a pezzi. È stata violentata, nessuno ne parla più.” Il testo, in questa versione corretta e italianizzata, denota quel sentimento strisciante che sta infettando una larga fetta della popolazione. Citare “la ragazza di Roma fatta a pezzi”, ovvero Desirée Mariottini, è l’esplicita conferma di un razzismo latente, in quanto sfugge il collegamento tra le bestie che l’hanno uccisa e l’uomo cingalese sul treno. Senza raggiungere le stesse vette di follia, ricorda la vicenda di Luca Traini, che a Macerata si è improvvisato sceriffo sparando a persone di colore prese a caso per strada, con la scusa di vendicarsi di Pamela Mastropietro. Vincenzo, è ovvio, non si è spinto a quei livelli di criminalità dettata da deliri razzisti, ma le sue parole, a monte, nascono dallo stesso intento e sono il triste paradigma di questa epoca, la cui caratteristica fondamentale sta diventando la paura dello straniero.

Quest’estate a Partinico, vicino Palermo, un diciannovenne di nome Khalifa Dieng, senegalese richiedente asilo, è stato brutalmente pestato per strada. Senza alcun motivo. La ricostruzione dei carabinieri parla chiaro, al ragazzo è stato urlato: “Vattene via sporco negro, siete tutti figli di puttana, ve ne dovete andare dal nostro Paese.” Khalifa non ha reagito, ha solo gridato: “Sono come voi, sono italiano,” mostrando i documenti nel portafoglio. Questo esempio è soltanto uno dei tanti episodi razzisti, ma è per diversi motivi lo specchio di una forte omertà. Intanto, dal video diffuso dai carabinieri, si vedono macchine passare e addirittura persone sghignazzare durante il pestaggio. I gestori di un bar e di una tabaccheria vicino al luogo dell’aggressione hanno sostenuto che le telecamere non fossero attive, salvo poi consegnare i nastri soltanto in seguito. Infine, c’è stata una scarsa collaborazione da parte dei testimoni, che il gip ha riassunto parlando di “una diffusa e desolante coltre di omertà che ha contraddistinto la generalità dei tantissimi soggetti che hanno assistito alle varie fasi dell’aggressione.”

Khalifa Dieng nel palazzo dell’Assemblea generale siciliana a seguito dell’aggressione

Il quadro generale di questi eventi, riporta un’oscura deviazione nell’etica sociale del nostro Paese. Il ragazzo napoletano che insulta il cingalese lo fa con un lessico coniato da forze politiche che, fino a qualche anno fa, consideravano i napoletani dei “colerosi“. Gli slogan martellanti, quelli che dai social si estendono a macchia d’olio in tutta la società, raggiungono la popolazione senza alcun tipo di filtro o di approfondimento, finendo per diventare il lasciapassare sia per gli squilibrati di turno che per “la gente normale”; o sotto forma di violenza fisica e verbale o attraverso i silenzi complici. Alcuni concetti che trasudano rivendicazioni patriottiche, secondo i loro intenti iniziali, mirano invece al semplice e gretto odio verso lo straniero. Un napoletano che parla come un leghista è la normalità di questa stagione politica, mentre la giusta indignazione della signora che si ribella diventa l’eccezione: piacevole, a tratti commovente, ma resta un gesto estemporaneo in uno scenario di intolleranza e omertà. Per questo Maria Rosaria è diventata quasi una figura iconica. Perchè è una mosca bianca, mentre le altre mosche fanno ciò che la loro natura richiede: avvicinarsi pericolosamente alla merda, fino a naufragarci dentro.

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