Gli studenti italiani sono tra i più stressati e depressi d’Europa, ma nessuno li sostiene - THE VISION

Gli studenti italiani sono tra i più stressati e depressi d’Europa. Lo evidenziano vari studi condotti negli ultimi anni, a partire da quello sul benessere dei quindicenni pubblicato dall’Ocse nel 2015, e da cui emerge un quadro preoccupante sulla salute mentale dei ragazzi italiani, maggiormente soggetti ad ansia scolastica rispetto ai loro coetanei europei. Nel nostro Paese, il 56% degli intervistati dichiarava di diventare nervoso davanti a un test rispetto al 37% della media europea, il 70% diceva di provare molta preoccupazione (negli altri Stati in media era il 56%) e di conseguenza solo il 26% delle ragazze e il 17% dei ragazzi si definiva contento di andare a scuola. Con gli anni, l’allerta per la salute mentale degli studenti è aumentata: nel 2019, secondo un rapporto dell’Unicef, il 16,6% dei ragazzi e delle ragazze italiani fra i 10 e i 19 anni soffriva di problemi legati alla salute mentale, circa 956mila in totale. 

Si legge sempre spesso anche di suicidi di studenti universitari (secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nel nostro Paese, rappresentano quasi il 12% dei decessi tra i 20 e i 34 anni), situazione che con l’arrivo della pandemia e della Dad si è fatta ancora più critica per via dell’isolamento. In base alle richieste di consulenza e supporto rivolte all’Osservatorio nazionale adolescenza è emerso che nell’ultimo anno il 25% degli adolescenti ha sperimentato episodi depressivi, mentre il 20% ha manifestato problematiche legate all’ansia. Il quadro italiano, tra l’altro, è in linea con una tendenza preoccupante a livello globale: secondo il report Unicef 2021 Nella mia mente: promuovere, tutelare e sostenere la salute mentale dei bambini e dei giovani, un adolescente su sette tra i 10 e i 19 ha avuto una diagnosi di disturbo mentale, si tratterebbe di 89 milioni di ragazzi e 77 milioni di ragazze. 

Quando si parla di salute mentale, tuttavia, è difficile indagarne le cause in modo generalizzato, dato che i disturbi sono diversi tra loro e hanno a che fare con caratteristiche e vissuti personali, con elementi genetici e ambientali che andrebbero analizzati e valutati singolarmente. Eppure, dal momento che il fenomeno ha assunto carattere strutturale, riflettere sulla qualità della vita degli studenti italiani può aiutare a individuare tutti quegli elementi socio-culturali che potrebbero influire negativamente sulla salute mentale dei giovani.

La vita degli adolescenti è occupata in gran parte dalla scuola e dallo studio: in Italia i ragazzi delle medie e delle superiori passano a scuola una media di 5 ore sei giorni su sette e poi, quando tornano a casa, secondo gli ultimi sondaggi dell’Istituto IARD – Franco Brambilla, studiano dalle 2 alle 3 ore, compresa la domenica. Se si considera che, in base al già citato rapporto Ocse, il 56,4% degli studenti italiani dice di essere molto teso in fase di studio, questo significa che i ragazzi vivono gran parte della loro quotidianità sotto stress. Inoltre, la scuola dovrebbe essere un ambiente pensato per la crescita personale, un’occasione di socializzazione e di apprendimento, ma purtroppo non sempre è così. Gli studenti lamentano ansia da prestazione e forte competizione tra i compagni, tanto che secondo l’Oms se tra i ragazzi di 11 anni il 75% di loro dichiara di affidarsi al supporto dei compagni di classe, tra i quindicenni sono poco più del 60% a pensare lo stesso.

A questo si aggiungono le tensioni con i professori, emerse ancora più nettamente durante la Dad: lo squilibrio di potere insegnante-alunno, fortemente presente in Italia, porta a una spersonalizzazione dei ragazzi, considerati spesso troppo giovani per poter maturare una vera coscienza critica. La scuola italiana, per come è organizzata, tende a premiare l’apprendimento passivo piuttosto che indipendenza e libero pensiero, aspetto che emerge anche dall’impossibilità di scegliere liberamente le proprie materie curricolari. A differenza di altri sistemi scolastici – come negli Stati Uniti, in Inghilterra e, in certa misura, in Germania – nel nostro Paese, una volta scelta la scuola superiore, tutti studiano le stesse materie a prescindere dalle inclinazioni personali. Nel 2015 era stata presentata dalla VII Commissione cultura del Senato una proposta per introdurre un curriculum personalizzato, almeno all’ultimo anno del percorso di studi, in modo da spingere i ragazzi a ricercare – oltre alla fondamentale formazione di base – anche degli interessi specifici e a interrogarsi sulle loro peculiarità e capacità. La proposta, però, non ha avuto seguito, contribuendo a portare avanti un sistema che non crea né favorisce percorsi di crescita personalizzati e personali. Allo stesso modo, anche gli studenti sarebbero interessati all’introduzione di nuove tematiche al’interno dell’insegnamento curricolare: secondo l’indagine La scuola vista dagli adolescenti realizzata da Laboratorio Adolescenza e Canale Scuola di Corriere.it, su un campione di 780 alunni delle scuole superiori di Milano, il 60% degli studenti vorrebbe che a scuola si trattassero questioni legate a genere e rispetto delle minoranze, il 45% chiede che venga introdotta l’educazione sessuale e il 40% che si parli di “Costituzione e diritti civili” e di “attualità”. Si tratta chiaramente di tematiche più concrete e con un riscontro nella vita di tutti i giorni che vengono però lasciate fuori dalla scuola italiana. In questo modo, è difficile per i ragazzi vedere nelle molte ore di lezione e studio un’opportunità di sviluppo personale (il classico consiglio “studia per te stesso” risulta spesso impraticabile) con un riscontro immediato nella loro vita in termini di conoscenze ancorate al quotidiano. Così, il focus ricade sui i voti (secondo l’Ocse l’85% dei ragazzi italiani teme i voti bassi), sul primeggiare tra i compagni e sull’ottenere un buon giudizio da parte degli insegnanti: tutti obiettivi e “soddisfazioni” piuttosto astratti.

Come fa notare il giornalista Malcolm Harris nel suo libro Kids These Days: The Making of Millennials, nel sistema capitalista odierno che spinge a vedere noi stessi come materiale su cui investire, le risorse dei ragazzi – il loro tempo, la loro attenzione ed energia – sono proiettate al futuro, quando ciò che hanno imparato a scuola permetterà loro di ottenere un buon lavoro e, di conseguenza, una vita agiata e felice. Il problema, tuttavia, è che non solo risulta frustrante lavorare per un obiettivo così vago e a lungo termine senza benefici tangibili nel presente, ma questa promessa di un benessere futuro è di fatto del tutto ipotetica e spesso disattesa. 

Secondo un’Indagine del Laboratorio Adolescenza-IARD del 2018, gli studenti delle scuole superiori vorrebbero che l’entrata nel mondo del lavoro gli garantisse soprattutto una professione che li appassioni (56,8%), un impiego sicuro (60%) e una buona retribuzione (46,8%). Il 61,6% degli studenti intervistati, però, teme non sarà facile trovare lavoro. Questa preoccupazione, in effetti, riflette in modo piuttosto accurato la situazione attuale: in Italia arrivare all’università e riuscire a laurearsi non garantisce di ottenere in tempi brevi un impiego o un contratto stabile, né di trovarne uno nell’ambito in cui si ha studiato. Secondo i dati Eurostat dello scorso febbraio, l’Italia è al terzultimo posto tra i Paesi europei per numero di laureati che hanno trovato lavoro a tre anni dalla conclusione degli studi, con una percentuale del 58,7%. La promessa con cui i ragazzi sono spinti a studiare viene disattesa da problemi economici strutturali e scelte politiche su cui gli studenti non hanno potuto influire.

Secondo Harris “I giovani si sentono, ragionevolmente, accuratamente, meno in controllo della propria vita che mai” e la sensazione di essere impotenti e senza speranza alimenta ansia e depressione. Se di fronte si ha un futuro incerto che provoca preoccupazione, forse solo sentirsi utili può essere di grande aiuto. La psicoterapeuta Alison Roy, dell’Associazione degli psicoterapeuti infantili, ha spiegato all’Independent che l’attivismo contro il cambiamento climatico ha contribuito a “contrastare l’impotenza e la sensazione di essere condannati” molto diffusa tra gli adolescenti, fornendo loro un’occasione per sentirsi importanti e motivati. Sarebbe quindi fondamentale includere maggiormente gli studenti nei dibattiti della società, affinché possano esserne parte attiva con un certo margine di intervento. Per questo motivo in alcuni Paesi si sta discutendo se estendere il diritto di voto anche ai sedicenni: l’Austria l’ha fatto nel 2007, mentre in Italia è stato proposto più volte da Enrico Letta (l’ultima lo scorso marzo). Secondo Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia, “L’attuale sistema toglie ai giovani la possibilità di poter incidere nelle decisioni” dato che “le decisioni di indirizzo del Paese per lo più sono in mano a una generazione che ha meno futuro di quello che normalmente i giovani hanno”. Questo, secondo Clementi, “produce differenze notevoli della definizione dell’agenda delle politiche, prima che della politica, del Paese, inevitabilmente rallentando ogni spinta al futuro e alle scelte che esso comporta”.

È fondamentale che si continui a ricercare le cause del malessere psicologico degli adolescenti (in molti parlano dei rischi dei social network, ad esempio, ma sono tanti i profili da considerare), che si sensibilizzino i ragazzi sul tema e soprattutto si mettano in atto forme di sostegno psicologico gratuite (l’81% degli italiani vorrebbe che fosse previsto lo psicologo scolastico). Ma per migliorare veramente la qualità della vita dei giovani, tutto questo non basta. Bisogna ripensare anche la loro partecipazione a scuola e nella società, in modo che non si sentano solo passivi recettori di nozioni ma siano maggiormente valorizzati nelle loro peculiarità e inclinazioni; per diventare parte di un sistema che faccia dialogare tra loro istituzioni scolastiche, lavoro, politica ed economia, e che gli fornisca strumenti adeguati per assumere finalmente un ruolo attivo nella costruzione del loro futuro.

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