In Italia ci sono 5 milioni di poveri. E a nessuno interessa aiutarli.

L’Italia ha un problema con la povertà. Secondo le più recenti stime Istat nel nostro Paese si contano più di cinque milioni di persone, corrispondenti all’8,4% della popolazione residente, che vivono in povertà assoluta, ovvero nell’impossibilità di accedere a beni e servizi considerati essenziali. Quasi dieci milioni di abitanti, inoltre, sono da considerarsi in povertà relativa, quindi con bassissimi budget di spesa mensili. Un quarto dei nostri concittadini affronta quotidianamente l’esistenza con risorse scarse o inesistenti.

La definizione di povertà ha da sempre assunto una connotazione materiale. Il dizionario Treccani la definisce “Stato di indigenza consistente in un livello di reddito troppo basso per permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali in termini di mercato, nonché in una inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale”. Interpretare la povertà solo come indigenza economica rischia di limitare la prospettiva sul fenomeno. Fiducia nel futuro, benessere possibile e opportunità. Questa è la distanza che separa le classi più povere da quelle più abbienti. Per annullarla serve una società che sappia creare le occasioni utili al raggiungimento della realizzazione individuale. 

Non è una questione filosofica. Già nel 2004 uno studio dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) metteva in luce il legame tra sicurezza economica e benessere personale, felicità e tolleranza. I Paesi con i più alti tassi di felicità non corrispondevano a quelli con i redditi pro capite più alti, ma a quelli capaci di garantire la stabilità e l’equità dei redditi. È l’uguaglianza sostanziale tra gli individui a debellare la povertà, garantendo universalmente le stesse condizioni e tutele. Questo dovrebbe essere il nuovo sguardo della politica sul tema. Non trattamenti caritatevoli, né inquadramenti nel ciclo produttivo. Cambiare prospettiva è prima di tutto riconoscere il diritto alla felicità.

L’obiettivo deve essere l’abbattimento degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono di vivere in una società equa. La risposta, individuata da più parti, è il reddito universale (chiamato anche reddito di base), con il quale lo Stato eroga una determinata somma tout court senza pretendere nulla in cambio. L’ultimo tentativo di metterla in pratica, concluso nel dicembre 2018, riguarda la sperimentazione fatta in Finlandia. Il governo di Helsinki prevedeva un’erogazione di denaro pubblico pari a 560 euro mensili, senza vincoli burocratici e amministrativi o obblighi di spesa della somma elargita. I 2mila cittadini finlandesi scelti per il test potevano anche avere ulteriori entrate derivanti da sussidi di disoccupazione o lavori part-time. La ragione di questa scelta va cercata negli obiettivi della sperimentazione: semplificazione del welfare, riduzione dei lavori sottopagati o precari, valutazione della correlazione tra distribuzione di denaro e creazione di nuovi posti di lavoro. 

La sospensione anticipata della sperimentazione da parte del governo finlandese ha ringalluzzito i detrattori di simili provvedimenti. Eppure i primi dati relativi all’anno 2017 raccontano una storia diversa: anche se la misura non ha influenzato gli indici occupazionali, chi ha percepito il reddito ha avvertito un calo dello stress dopo soli dodici mesi, notando un complessivo miglioramento del proprio stato di salute fisico e psichico. La maggior parte dei soggetti della sperimentazione si è detta più fiduciosa sulla possibilità di trovare un impiego dignitoso in breve tempo. Inoltre, la situazione economica più stabile ha fatto crescere l’autostima dei cittadini coinvolti nel test. Alla luce dei risultati i ricercatori impegnati nello studio sono convinti che il reddito di base sia una misura utile ed efficace, ben lontana dalla definizione di elemosina di Stato usata da una parte dell’opinione pubblica.

In Italia è stata intrapresa la via del reddito di cittadinanza, misura attesa da una fetta considerevole della popolazione e del corpo elettorale. L’approvazione del Def lo scorso settembre, con lo stanziamento delle risorse necessarie per la riuscita del progetto, bastò a Di Maio per annunciare l’abolizione della povertà. L’ottimismo del leader pentastellato non ha fatto i conti con la realtà. Il reddito di cittadinanza – che non c’entra nulla con il reddito universale –  si fonda su un patto tra Stato e cittadino: il primo si impegna a garantire un sostegno al reddito a patto che il beneficiario accetti le offerte di lavoro proposte dai centri per l’impiego. Nel frattempo chi ne ha fatto richiesta dovrà svolgere servizi per la collettività, effettuare colloqui e seguire corsi di formazione. Il sistema, come dichiarato da diversi esponenti della maggioranza, è studiato per contrastare eventuali furbetti. Il meccanismo di erogazione del reddito di cittadinanza mette in luce la convinzione della classe politica che la povertà sia una diretta conseguenza della disoccupazione. Se è vero che la mancanza di occupazione genera un crollo del reddito a livello individuale e collettivo, non lo è sostenere che le varie forme d’indigenza siano tutte il risultato della mancanza di lavoro. 

Questa convinzione sbagliata ha dato il via a una distorsione comunicativa senza precedenti. I sostenitori della riforma hanno avviato una campagna mediatica che tratteggia l’italiano povero come un pigro, sprofondato nel divano di casa in attesa che cali dall’alto una qualsiasi forma di aiuto. Per loro l’aiuto dello Stato può arrivare a patto che si diano da fare per cambiare la loro condizione e che del reddito di cittadinanza non resti neppure un euro alla fine del mese. I detrattori del provvedimento non hanno una considerazione migliore dei meno abbienti: descritti come nullafacenti residenti in maggioranza al Centro Sud, pronti a godere dell’aiuto statale cavalcando la norma e aggirando le regole, vivendo sulle spalle degli onesti lavoratori (del Nord). Ecco che il fulcro del problema, ossia interrogarsi sulla reale portata e fisionomia della povertà in Italia, perde la sua centralità nel dibattito. I poveri vengono visti come un freno alla crescita economica del Paese e un peso per i conti pubblici, mentre occuparsi della loro condizione ha senso esclusivamente in termini produttivi. Il reddito punta al reinserimento nel mercato del lavoro per liberare nuove risorse umane e monetarie, dando un nuovo impulso alla stagnante economia italiana.

“Tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”, recita la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Nonostante siano passati più di due secoli dal momento in cui venne scritta, i numeri ci dicono che la sfida contro la povertà è lontana dall’essere vinta. Le formule economiche e politiche per contrastarla in Italia come nel resto del mondo, si sono rivelate spesso inefficaci. La garanzia di un reddito da parte dello Stato deve arrivare insieme al pieno riconoscimento dei diritti di felicità, dignità, stabilità, e soprattutto uguaglianza, come stabilito anche dal terzo articolo della nostra Costituzione. L’equità non può più ridursi a un concetto di facciata relegato alle promesse irrealizzabili delle campagne elettorali.

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