Queste, secondo noi, le migliori serie di novembre 2025 - THE VISION
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Dall’atteso finale della quinta stagione di Stranger Things al nuovo inaspettato successo della surrealtà di Pluribus, passando per il ritorno di Kathy Bates nella seconda stagione di Matlock e la miniserie Death by Lightning, ecco secondo noi le migliori serie di queste mese.

Pluribus (Apple TV+)

In un mondo in cui “tutti insieme felici e contenti” diventa la norma, Carol Sturka è l’anomalia, l’unica immune al “virus dell’armonia” che ha trasformato l’umanità in un alveare unitario. I suoi dolori, il suo lutto, la sua malinconia e tutto ciò che per gli altri è diventato estraneo restano gli unici segni della sua identità, dell’impossibilità di guarirsi e di far parte della comunità. In questo senso Carol incarna alla perfezione l’individualismo della cultura occidentale: la costruzione del sé come spazio separato, “unico”. Ma quel sé – così isolato nella sua soggettività nevrotica – è spesso composto da crepe, cicatrici, memorie dolorose, sofferenza, traumi. Carol, sceglie ostinatamente e un po’ ottusamente di definire sé stessi attraverso quel dolore che non vuole lasciare andare: è la sua prova d’esistenza, la testimonianza di essere qualcuno, sé stessa, e non qualcun altro, o nessuno. Carol rifiuta di lasciar andare il suo dolore perché, senza quello, chi sarebbe?

In Pluribus quel dolore sembra farsi resistenza, miope rifiuto del “salto nell’uno”, ma anche rifiuto – per fraintendimento e paura – di sacrificare la complessità psicologica della vita, che in occidente identifichiamo con le ombre, le mancanze, le ferite. Carol, con quella che sembra amara amara consapevolezza e lucidità, ma forse è un pregiudizio suo, dei suoi autori e di noi spettatori, si vuole ergere a guardiana dell’imperfezione. Non perché glorifichi il dolore, ma perché pensa che senza di esso non possa esistere una vita reale, vera, autentica, ma solo una versione monocromatica.

Carol artiglia tutto questo per aggrapparsi disperatamente alla necessità di sentirsi soggetto, in un sistema che quel soggetto vuole dissolverlo. Viviamo in società che ci pretendono felici, e ci chiedono a gran voce di mostrare di esserlo, anche quando non lo siamo, di stare bene, di non lamentarci. Questo porta a una continua oscillazione interna e confusione emotiva e mentale. Certo, le nostre ferite ci hanno dato la forma che abbiamo, ma possiamo guarirle, possiamo superarle, o possiamo anche non dare loro tutto questo peso simbolico come la nostra cultura ci ha insegnato a fare. Potremmo scoprire che al di là di questo attaccamento c’è davvero una maniera di esistere diversa, e forse più positiva.

Osservando Carol e la sua lotta, ci rendiamo conto che siamo tutti troppo legati a quell’identità così conficcata nel nostro passato, nel nostro trauma, e che liberarsene non significa diventare felici, o non riconoscersi più, o smettere di esistere: significa andare oltre, ricostruirsi, senza per forza annientarsi. Pluribus appare come uno specchio della nostra cultura, ci mostra quanto teniamo al nostro “io” ferito, unica cosa che sembra farci resistere al conformismo, quanto ci identifichiamo col dolore e ci chiede: cosa resta di te, se cancelli la sofferenza?

Stranger Things 5 (Netflix)

Fin dal suo debutto nel 2016, Stranger Things non è stata semplicemente una serie televisiva, ma un fenomeno culturale capace di ridefinire il potenziale narrativo e produttivo dei prodotti originali in streaming. Se le stagioni precedenti hanno saputo dosare con maestria la nostalgia anni ’80, il coming-of-age e l’horror cosmico, creando un genere ibrido che ha tenuto incollati milioni di spettatori, il quinto e ultimo capitolo (che ha richiesto più di tre anni di lavorazione) ambisce a creare un finale indimenticabile, più cinematografico che televisivo. Le aspettative non riguardano infatti solo la trama, ma l’eredità che lascerà. 

Negli ultimi anni, i social sono stati inondati da pronostici, toto-morto e supposizioni riguardanti l’esito della saga: Max riuscirà a svegliarsi dal coma? E quale sarà il destino di Will e Vecna, che sembrano sempre più i volti distinti di una stessa entità? Eleven dovrà perdere i poteri per salvare Hawkins? Sebbene le stagioni precedenti abbiano costruito con cura il mistero del SottoSopra, la quinta stagione, che si apre in modo brutale, non indugia: è ora di lottare. Un innalzamento della posta in gioco che porta con sé avvertimenti critici, come la promessa di quella che dai creatori stessi è stata definita la “morte più violenta” nella storia della serie. 

La quinta stagione è già vista come l’epica conclusione che il franchise merita, un evento che spingerà ancora una volta i limiti della produzione televisiva, rendendo ogni episodio un’esperienza vicina a quella cinematografica – considerata anche la loro durata. La vera sfida che i Duff Brothers affrontano non è solo quella di chiudere al meglio gli archi narrativi senza riscrivere (troppo) il passato, essendo la serie stata passata al setaccio dai fan più fedeli, ma la capacità di bilanciare uno spettacolo “enorme e terrificante” con la profondità emotiva che ha reso Stranger Things un fenomeno ineguagliabile.

Matlock 2 (Paramount+)

La seconda stagione del reboot di Matlock conferma l’ambizione del progetto: riportare in televisione il legal drama classico, aggiornandolo alle sensibilità contemporanee senza perdere l’eleganza narrativa che aveva reso il formato così riconoscibile. Kathy Bates, ancora una volta, è il fulcro dell’intera operazione: la sua interpretazione di Madeline “Matty” Matlock, per cui era stata candidata a un Emmy, è un equilibrio calibrato di ironia, lucidità investigativa e una sottile vulnerabilità che le conferisce una personalità ben definita.

Se la prima stagione si era focalizzata sull’introdurre gradualmente i personaggi e, soprattutto, la doppia di storia di Matty, impegnata a trovare la verità sulla morte della figlia per dipendenza da oppioidi, gli episodi della seconda stagione sviluppano casi più ambiziosi, nuovamente intrecciati a temi di rilevanza sociale: disinformazione digitale, responsabilità delle grandi aziende, etica professionale, giustizia nell’era tecnologica. L’elemento procedurale rimane centrale, ma la serie si concede archi narrativi più lunghi e coerenti, che permettono agli avvocati del team di emergere ancora di più. Bates domina la scena non attraverso l’imitazione dell’iconico personaggio originale, ma proponendo una figura nuova. La sua Matty è più ironica, meno paternalista, ma comunque dotata di una saggezza quasi disarmante. La forza del personaggio deriva dal contrasto tra l’apparente fragilità fisica e una mente affilata, capace di smontare testimonianze e strategie avversarie con una calma olimpica che è tanto narrativa quanto spettacolare. Anche i suoi alleati non sono più semplici spalle, ma assumono ruoli narrativi chiave. 

La serie continua inoltre a riflettere sul sistema giudiziario statunitense, ma lo fa con più pragmatismo: meno idealismo, più realismo, più attenzione alle contraddizioni del settore legale. La seconda stagione di Matlock si presenta così come una maturazione significativa del progetto: non rivoluziona il genere, né sembra volerlo fare; piuttosto, si concentra sul perfezionamento di un approccio che lo sta trainando tra le serie più solide degli ultimi anni.

Death by Lightning (Netflix)

In un panorama televisivo saturo di biopic enfatici e drammi storici polverosi, Death by Lightning emerge come un fulmine inaspettato: un dramma storico che illumina le crepe della politica americana del diciannovesimo secolo senza scadere nel didascalico o nel noioso. Diretta da Mike Barker e scritta da Stephen Butchard, la serie in otto episodi – con una durata compatta di circa quattro ore totali – rivive l’ascesa e la tragica caduta del presidente James A. Garfield (Michael Shannon), assassinato nel 1881 dal folle Charles Guiteau (Matthew Macfadyen, noto ai più per il ruolo di Tom in Succession). 

Basata su fatti storici ma con un ritmo da thriller psicologico, è un ritratto spietato del potere, dell’ambizione e della follia che infetta le democrazie, rendendole vulnerabili come un corpo esposto a un colpo di pistola. Al centro c’è Garfield, un uomo del Midwest, ex pastore e generale della Guerra Civile, eletto nel 1880 come outsider repubblicano. Non è il solito eroe presidenziale, è un riformatore testardo che genera scompiglio. Guiteau, un avvocato fallito e mistico delirante che si convince di essere un “strumento di Dio” per salvare l’America, è un narcisista patetico, con tic nervosi e un sorriso da predicatore di strada. La sua ossessione per Garfield mescola allucinazioni religiose e debiti cronici.

La forza della serie sta nel suo equilibrio tra macro e micro: non è solo una lezione di storia ma un’esplorazione del “perché” dietro i grandi eventi. Il ritmo accelera man mano che il racconto avanza: gli episodi iniziali costruiscono tensioni politiche con dialoghi taglienti – “Il potere non è un dono, è una malattia”–, mentre la seconda metà diventa un inseguimento febbrile, culminando nell’attentato alla stazione di Washington e nelle agonie del presidente, protratte per 80 giorni in un periodo di medicina primitiva. 

Osando essere sia divertente che istruttivo, Death by Lightning è un promemoria apparentemente banale ma importante: in epoche di polarizzazione, un colpo solo può cambiare la storia, ma all’origine c’è sempre la follia umana.

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