Dal nuovo ambizioso film di Ari Aster, “Eddington”, sul panico sociale e la disinformazione alimentati durante la pandemia, a “Bugonia”, la pellicola di Lanthimos sulle teorie del complotto, passando per “Tre ciotole”, tratto dal romanzo di Michela Murgia, ecco secondo noi i migliori film di questo mese.

Eddington, di Ari Aster
Eddington, di Ari Aster, è uno di quei rari film che risulta al tempo stesso monumentale e intimo: un’opera che si rifiuta di seguire le regole del gioco. Ambientato in una piccola città del New Mexico durante la tesa primavera del 2020, trasforma il paesaggio di lockdown, proteste e disinformazione in qualcosa di mitico, un western febbrile in cui ogni mascherina, ogni sguardo, ogni crepa nel suolo desertico sembra portare il peso di un mondo al collasso. Anziché trattare la pandemia come un mero sfondo, Aster la trasforma in uno specchio, che riflette le contraddizioni dell’America moderna con inquietante precisione. La storia segue uno sceriffo, interpretato da Joaquin Phoenix, e un sindaco, interpretato da Pedro Pascal, la cui rivalità si trasforma nella causa del crollo della città. Quello che inizia come un western ambientato in piena pandemia si trasforma ben presto in qualcosa di più: in parte satira politica, in parte riflessione sul panico sociale, in parte allucinazione. La città vuota, Eddington appunto, si fa spazio psicologico: strade ampie e silenziose, luce solare intensa, un orizzonte infinito che intrappola anziché liberare.
Come nelle sue precedenti pellicole, da Midsommar a Beau ha paura, è innegabile l’ambizione di Aster. Cerca di catturare il disorientamento del 2020 – mascherine, disinformazione, degrado civico, la claustrofobia della vita digitale – e di incanalarlo attraverso la grammatica di un western, impossibile da ignorare. Lo sceriffo di Joaquin Phoenix, che resiste ostinatamente a un mondo che non comprende più, e il sindaco dimesso e attento all’immagine interpretato da Pedro Pascal, che vede il caos come un’opportunità, costituiscono l’inquieta spina dorsale del film. La loro dinamica non è solo un conflitto: è un’allegoria delle divisioni ideologiche che definiscono il nostro tempo.
Ciò che rende Eddington così avvincente, però, è il modo in cui rifiuta continuamente la via più facile. Aster avrebbe potuto trasformarlo in una satira o in una tragedia; invece, fa al contempo entrambe le cose, e nessuna. Sembra una radiografia della coscienza collettiva, un modo per drammatizzare come la paura, la disinformazione e la solitudine possano trasformarsi in mito.

Tre Ciotole, di Isabel Coixet
Tre ciotole, diretto da Isabel Coixet e ispirato all’omonimo libro di Michela Murgia, è un film che ha il respiro e la grazia di un addio trasformato in dono. Non è soltanto un adattamento, ma una conversazione postuma tra la regista e l’autrice, tra cinema e vita, tra chi resta e chi se ne va. Guardandolo, si ha la sensazione che Murgia sia ancora lì, nei gesti misurati, negli spazi sospesi, nelle parole non dette: una presenza che non ha bisogno di essere nominata per farsi sentire. Il film segue la storia di Marta, interpretata da un’intensa Alba Rohrwacher, una donna che, nel momento in cui la vita le toglie certezze, scopre una nuova consapevolezza del corpo, del tempo, del desiderio di restare presente. Elio Germano le fa da contraltare, in un equilibrio che rispecchia il cuore stesso della pellicola: la fragilità come forma di forza. Coixet sceglie di raccontare la malattia e la perdita non con la retorica del dolore ma con la quiete della trasformazione. Murgia stessa, prima di morire, aveva scelto di non abbracciare la retorica della guerriera che affronta il cancro, ma di riconoscere la malattia come parte di sé.
È come se, in Tre ciotole, tutto il film respirasse con la stessa lentezza consapevole che Murgia aveva negli ultimi mesi della sua vita, quando parlava della morte non come una fine ma come un modo diverso di abitare il tempo. Nella pellicola quella visione trova forma visiva: il cinema diventa un luogo di cura, uno spazio in cui il vivere e il morire si confondono in un unico atto di presenza. Nonostante l’inevitabile malinconia che attraversa il racconto, il tono resta luminoso, colmo di fiducia. Coixet non indulge nella tragedia: preferisce la tenerezza, la semplicità dei gesti quotidiani, la dignità dei silenzi. Rohrwacher, con la sua grazia esitante, incarna perfettamente il senso di Murgia: una donna che si riscopre viva proprio mentre tutto sembra finire. E in fondo è questo il cuore del film – un inno discreto alla vita che continua anche quando cambia forma.

Bugonia, di Yorgos Lanthimos
Ci sono poche cose che fanno paura come la possibilità che ciò che ci spaventa sia davvero reale. Bugonia, l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, parte da un’idea tanto assurda quanto perfettamente logica nel suo mondo distorto: due uomini, convinti che una potente dirigente d’azienda non sia umana ma un’aliena infiltrata tra noi, decidono di rapirla per “salvare il pianeta”. La incatenano, la torturano, credono solo a ciò che pensano loro stessi. E guardandoli sappiamo che là fuori dal cinema, probabilmente quella storia sta accadendo davvero da qualche parte. Da questo spunto narrativo, apparentemente grottesco, Lanthimos fa nascere una riflessione lucida e inquietante sulla paura, sulla fede cieca e sull’incapacità contemporanea di categorizzare la realtà.
Al centro del racconto c’è la tensione tra verità e percezione, tra il bisogno di credere e la paura di essere ingannati. I protagonisti, immersi in un ecosistema di notizie, slogan e narrazioni digitali, finiscono per non riconoscere più la differenza tra ciò che accade e ciò che immaginano. Il rapimento diventa così una forma di fede: un atto di “purificazione” attraverso la violenza, un sacrificio simbolico nella speranza di ristabilire l’ordine. Ma l’ironia tragica di Lanthimos sta nel mostrare come, nel tentativo di salvare il mondo, i suoi personaggi finiscano per distruggere se stessi.
Sotto la superficie del paradosso, Bugonia parla dell’epoca contemporanea con una chiarezza disarmante. Il film affronta temi come l’ossessione per il controllo, la disinformazione, la crisi ecologica e la solitudine sociale, ma lo fa senza prediche: tutto è filtrato attraverso l’assurdo, il comico e il terribile. Alla fine, quando la verità emerge, non ci sono risposte, ma una domanda semplice e devastante: quanto del nostro bisogno di credere nasce dal rifiuto di accettare il caos?

The Mastermind, di Kelly Reichardt
Nei primi anni ’70, in un sobborgo del Massachusetts, J.B. Mooney, un falegname disoccupato, decide di compiere un audace furto d’arte in un museo locale, trafugando quattro opere del pittore Arthur Dove. Il piano sembra perfetto sulla carta, ma subito le cose si complicano: J.B. si ritrova costretto a fuggire, e la sua esistenza familiare comincia a disgregarsi. Il titolo esprime perfettamente il modo in cui il ladro vede se stesso. Ma è anche sarcastico: il tipo di soprannome che gli altri detenuti darebbero al nuovo arrivato, che si trova dietro le sbarre perché la sua tracotanza si è scontrata con la realtà.
Presentato al Festival di Cannes 2025, The Mastermind, scritto e diretto e montato dalla statunitense Kelly Reichardt, non è un classico “heist movie” da adrenalina ma privilegia la lentezza, i silenzi, la psicologia del protagonista più che le scene spettacolari. Josh O’Connor, ormai meritatamente un attore-culto, offre un’interpretazione calibrata, sospesa tra il desiderio di riscatto e l’impotenza esistenziale, mentre la regia punta su atmosfere contemplative, mostrando le crepe del sogno americano e il costo psicologico del fallimento.
Il film, nel profondo, è uno studio sull’egoismo di un uomo, un antieroe con la compulsione verso il crimine, che sfida se stesso per scuotere la sua monotona quotidianità senza pensare alle conseguenze. The Mastermind ha il pregio di coinvolgere il pubblico mostrando invece che spiegare tutto tramite dialoghi parlati. Scopriamo dettagli sulla vita del protagonista che suggeriscono una storia di origine, ma il tutto non viene mai approfondito eccessivamente lasciando spazio all’immaginazione. Alla fine, del resto, non sappiamo esattamente cosa spinga James, né lo sa lui. Chi paga le conseguenze dei crimini di James non è comunque interessato alle spiegazioni. Ciò che conta per loro è che James è così schiavo dei suoi impulsi da non pensare agli altri, ed è quindi, conseguentemente, una minaccia.

Together, di Michael Shanks
Tim e Millie, una coppia sui 40, si trasferiscono in una casa di campagna per “ricominciare”. Lui, musicista in declino, geloso del successo di lei. Lei, insegnante, stanca di portare il peso di entrambi. Una notte, dopo un litigio, trovano una grotta nel bosco. Da lì, qualcosa li contamina: la pelle si squaglia, le ossa si intrecciano, i corpi si fondono in un’unica massa pulsante. L’attore canadese Michael Shanks, al suo esordio come regista, trasforma una crisi di coppia in un incubo di carne viva.
Together, infatti, non è solo horror: è una satira feroce sull’amore come prigione. Prende le mosse dalla classica rom-com in cui si parla dei problemi di coppia fino allo sfinimento, e la distorce innalzando il corpo a metafora. Ogni fusione ha un significato. Il bacio che non finisce più, il braccio che si attacca alla schiena, il cuore che batte in due petti uniti. Shanks usa effetti pratici vecchio stile – lattice, sangue finto, protesi – per rendere ogni mutazione palpabile, disgustosa, quasi erotica. i due attori, Dave Franco e Alison Brie, sposati nella vita, portano sul grande schermo una verità scomoda: ridono, litigano, si desiderano mentre si divorano. Il momento in cui ballano su una canzone pop anni ’90, con le gambe ormai fuse, è insieme tenero e terrificante.
Shanks non spiega troppo, lascia che il corpo parli, esprimendo un amore che è allo stesso tempo annientamento. Nel cuore di Together pulsa un body horror intimo. Non vengono evocati mostri esterni: il terrore nasce dentro la carne condivisa. Uno dei temi è sicuramente la codipendenza, la forma di dipendenza affettiva in cui si sacrificano i propri bisogni per occuparsi dell’altro, spesso visto come bisognosa di aiuto. Una dinamica relazionale fin troppo diffusa e di cui non si parla abbastanza, che nel film, almeno per qualche frangente, fa vivere a chiunque l’urgente esigenza di essere o tornare single.