“Die My Love” è il tentativo disperato di tornare a sentire qualcosa - THE VISION
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“Nel mondo, il blu è il colore dell’abbondanza,” o almeno così scrive Maggie Nelson, poeta statunitense, quando esplora un momento di profonda angoscia personale attraverso le sfumature e i significati che proprio il blu, come un prisma, le restituisce insieme a tutte le sfaccettature del suo dolore. “È più facile, ovviamente, trovare dignità nella solitudine. Sentirsi soli è la solitudine con un problema. Il blu può risolvere il problema, o almeno tenermi compagnia?”, si chiede a un certo punto. “No, non esattamente. Non può amarmi a quel modo; non ha le braccia. Ma a volte sento che la sua presenza mi ammicca – Rieccoti qui, dice, ci sono anche io”. È qui nel cielo, nel mare, nelle piume di alcuni uccelli, nelle rocce e in alcune piante, in alcuni frutti. Anche se oggi sembra essere il colore preferito della maggior parte delle persone, a lungo per i primi esseri umani sembra non essere esistito nemmeno quando ce lo trovavamo davanti: non ce n’è traccia come tinta nelle pitture rupestri, né come parola nei testi più antichi. È una parola che in altre lingue, come l’inglese, è costellata di sfumature: cose tristi, sconce, ebbre o, semplicemente, oggetti blu, anzi blue. Sarà per questa prospettiva delineata da Nelson che guardando Die My Love, l’ultima opera della regista scozzese Lynne Ramsay con Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, ora al cinema distribuita da MUBI, non ho potuto fare a meno di ripetermi una cosa molto semplice: è un film blu. Ed è proprio questa sfumatura a renderlo un capolavoro.

Presentato all’ultimo Festival di Cannes e tratto dal romanzo della scrittrice argentina Ariana Harwicz Die, My Love, al cui titolo è stata successivamente rimossa la virgola per conferirgli una potenza maggiore, la pellicola ha dietro un aneddoto inaspettato. Alcuni anni fa, infatti, Martin Scorsese lesse il libro nel suo book club, inviandolo poi alla casa di produzione di Lawrence perché convinto che dovesse interpretarne la protagonista. L’attrice e la sua socia, Justine Ciarrocchi, avevano già in mente un’unica regista possibile: Ramsay, appunto, all’inizio poco convinta del progetto. Ciò che non voleva rischiare era di ripetere quanto già realizzato con Ratcatcher, nel 1999, e con …e ora parliamo di Kevin, che nel 2011 l’aveva consacrata al pubblico mondiale. In entrambi i lungometraggi, infatti, Ramsay fa emergere non solo i silenzi e i traumi che sedimentano nelle vite ordinarie, ma anche il rapporto tra adulti e bambini, genitori e figli, esplorando la genitorialità – e in modo particolare la maternità – come territorio di ombre. Una sensibilità che si è rivelata fondamentale anche per quel ritratto viscerale e inflessibile di una donna travolta dall’amore e dalla follia che è Die My Love.

Grace e Jackson si trasferiscono da New York in una villetta nell’ovest rurale degli Stati Uniti, vicino ai genitori di lui. Intorno non hanno nulla e nessuno, solo la foresta. L’aria è densa e umida, la casa decrepita, troppo grande e solitaria. All’inizio, non riescono a smettere di fare sesso. Lo fanno ovunque, in ogni modo, in continuazione. Poi abbastanza spesso e infine mai, non vale nemmeno la pena ricordarsi quanto tempo sia passato dall’ultima volta. È la nascita del loro primo figlio a cambiare tutto. Lui è spesso via per lavoro, dice di essere stanco, probabilmente si scopa qualche cameriera incontrata prima di rientrare a casa. Lei è bloccata tra quattro mura, incapace di continuare lavorare, costretta a masturbarsi perché dichiaratamente insoddisfatta da un uomo che non vuole più scopare con lei. Sta sempre dietro al bambino, gli dà da mangiare, lo porta in giro. È sola quando tutto inizia a crollare. È una madre che non riesce più a essere madre, una scrittrice che non riesce più a scrivere, ma soprattutto una donna che non riesce più a essere donna. “Abbiamo bisogno di un gatto”, dice appena mette piede in casa. E lui si presenta una sera con un cane.

Tutte le donne attorno a lei parlano di cosa significhi diventare genitori. Sua suocera Pam le dice che è normale, i primi sei mesi dopo la gravidanza sono un delirio, anche le sue amiche hanno rischiato di perdere la testa. Un’altra mamma incontrata durante una festa in casa si lamenta di quanto sia difficile crescerne addirittura due, anche se la parte più difficile è sicuramente quando sono neonati. Grace, invece, a malapena dice una parola su come si sente, su come vive la maternità. Per lei il problema non è legarsi a suo figlio, “è tutto il resto che è fottuto”. È come assistere al vortice di un delirio, in cui vero e falso, realtà e allucinazione si mescolano fino a non saper più distinguere l’una dall’altra. 

Nelle interviste per la promozione del film, Lawrence, che era incinta del suo secondo figlio durante le riprese, ha parlato del periodo post parto come di un’esperienza “estremamente isolante”, in cui “ti senti come un’aliena”. Un’emozione nuova per lei, che aveva vissuto diversamente la nascita del primo bambino. “Non esiste niente di simile al fatto di avere un figlio e vedere tutta la tua vita cambiare. Non cercavo di evitare nulla, ma la consapevolezza che hai e la profondità delle emozioni che emergono dopo che incontri quella creatura… Prima non sapevi quanto potevi davvero amare, quanto potevi davvero essere spaventata”, ha raccontato l’attrice. Anche Pattinson, diventato padre da poco, stava sperimentando un periodo simile e questo, secondo Lawrence, ha permesso a entrambi di ribaltare la prospettiva ed esplorare cosa succederebbe se un genitore si comportasse all’opposto di quanto sarebbe considerato normale.

Il malessere di Grace, però, non ha a che fare solo con la depressione post-parto. Il suo è il tentativo di cercare di tornare a sentire qualcosa, a provare qualcosa, quando sembra che tra te e il mondo ci sia una lontananza incolmabile, come se tutto avesse il potere di scalfire e scivolarti addosso allo stesso tempo. È un’urgenza viscerale la sua, che trova sfogo nel dolore fisico. Quando non senti più niente, spesso è nella sofferenza del corpo che si cerca una fuga, una soluzione. In un corpo che ha smesso di farsi tramite del mondo ed è diventato sempre più una corazza, uno scudo che ce ne fa stare a debita distanza. Finge di essere una tigre, un gatto, un orso e poi un cane, scivola sul pavimento, si muove guardinga nell’erba e poi ringhia, ringhia forte, come la bestia che ha portato a casa Jackson. Si lancia contro una porta di vetro, fa a pezzi la carta da parati, si presenta agli eventi mondani in abiti considerati inappropriati. Tutto è un tentativo di scrollarsi di dosso la sensazione di intorpidimento che non le lascia scampo. Grace non è una madre ideale, né una vittima: è una donna che cerca disperatamente di sentire, di percepire ancora qualcosa di vero, di autentico. 

Non c’è giustificazione o giudizio in Die My Love, né risposte semplici, ma solo amore sincero e umano. E incomprensioni, tante. Attorno a Grace non si crea il vuoto, anche se piano piano ci si accorge di non capirla più. E forse è anche per questo che si resta. Nonostante tutto, nonostante le cose tristi, sconce, ebbre o, semplicemente, le cose più banali che finiscono per far sfilacciare un sentimento. La pellicola ci parla della maternità e della genitorialità senza filtri: del sentirsi alieni nella propria casa, del dolore che non trova parole, della sessualità che cambia, del corpo che diventa prigione e rifugio allo stesso tempo. E forse è proprio per tutto questo che mi è parso un film “blu”: per la solitudine, per quel senso di sospensione della vita, e per il cielo, come un enorme simbolo, sopra alla foresta. Forse perché, come scrive Maggie Nelson, il blu ci tiene compagnia, ci sfida e ci parla, anche quando siamo soli: ci ricorda che siamo vivi e fragili, sia nella bellezza più alta, che nel dolore più profondo.

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