Questi, secondo noi, i migliori film di giugno 2025 - THE VISION
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Dal successo francese di “L’amore che non muore”, candidato a 12 César Award, alla ricostruzione italiana dell’emancipazione femminile nel secondo dopoguerra di “Il mio posto è qui”, passando per riflessioni sulle relazioni contemporanee, sulle grandi trasformazioni della vita e su come ci cambia la perdita di un padre, ecco secondo noi i migliori film di questo mese.

L’amore che non muore, di Gilles Lellouche

Con il suo adattamento del romanzo Jackie Loves Johnser OK? di Neville Thompson, Gilles Lellouche realizza in Beating Hearts un’opera grandiosa e appassionata che racconta una storia d’amore travagliata e fuori misura, segnata da violenza, miseria sociale e sogni impossibili. Ambientato nel nord della Francia, il film segue Jackie e Clotaire, due adolescenti che si innamorano follemente in un quartiere operaio negli anni Ottanta, tra risse, scorribande e piccole ribellioni, per poi ritrovarli adulti, separati dal carcere e dalle circostanze, ma ancora legati da un amore che non riescono a spezzare. Jackie è intelligente, con un desiderio ostinato di sfuggire al destino che la circonda, mentre Clotaire incarna quel fascino autodistruttivo tipico dei ragazzi che sembrano destinati a finire male. Lellouche costruisce una narrazione ampia, visivamente ricca, che alterna momenti di danza, inseguimenti, sogni ad occhi aperti e conflitti familiari, in un miscuglio che a tratti ricorda West Side Story e le atmosfere dei romanzi criminali francesi.

Uno dei punti di forza riconosciuti dalla critica in L’amore che non muore è l’universo visivo e sonoro evocativo: scenografie ricreate con cura, filtri nostalgici e colonne sonore emblematiche riescono a restituire pienamente l’atmosfera degli anni ’80 e ’90, trasformando la visione in un’esperienza suggestiva. Vibrante, piena di energia e malinconia, con una rappresentazione sincera della rabbia e della tenerezza dell’amore giovanile, la pellicola porta in scena una chimica sincera tra i protagonisti che dà cuore al film, mostrando la fragilità dei loro sogni e l’incapacità di sfuggire a un destino già scritto. Lellouche crea un’esplorazione profonda dei limiti dell’amore, del confine tra attaccamento e libertà e del desiderio disperato di trovare felicità attraverso l’altro. L’amore che non muore solleva interrogativi potenti, chiedendoci fino a che punto si è disposti a rischiare, o addirittura perdere qualcosa, per amore, ma soprattutto ci mette davanti al dubbio di quale sia il confine, in qualunque rapporto, che trasforma tutto in un legame tossico.  

Tre amiche, di Emmanuel Mouret

Il sesso e l’amore sono probabilmente, insieme al cibo, gli argomenti più comuni nelle conversioni tra amici. Nel nuovo film del regista francese Emmanuel Mouret, Tre amiche, presentato all’ultima edizione del festival di Venezia, ne sono direttamente il centro pulsante. Il narratore è Victor (Vincent Macaigne), il marito affettuoso e un po’ goffo dell’insegnante d’inglese Joan (India Hair), che inizia a sentirsi soffocata dalla sua devozione incrollabile. “Individuare l’inizio della storia è difficile”, dice Victor in voiceover – e allo stesso modo, Joan non sa dire esattamente quando ha smesso di amarlo, ma è certa che si tratti di un cambiamento irreversibile. Non è un gesto impulsivo, ma la constatazione di un vuoto emotivo, nonostante Victor sia un marito gentile e devoto, quasi soffocante nella sua disponibilità. Quando lo confida alle sue migliori amiche Alice (Camille Cottin) e Rebecca (Sara Forestier), si aspetta una reazione scioccata. Invece, Alice risponde con naturalezza che è perfettamente normale essere sposati senza essere innamorati: da anni guarda suo marito Eric (Grégoire Ludig) con un affetto distaccato, e per lei va bene così. Non sembra nemmeno turbata dal fatto che lui sia un po’ distante, preso da altro. Nello specifico proprio da Rebecca, con cui ha una relazione extra-coniugale. Quando Alice inizia un flirt a distanza con l’artista Stéphane (Éric Caravaca), si ritrova a chiedere all’amica di farle da alibi per poterlo incontrare un weekend, aprendo così l’occasione per Rebecca ed Eric di passare insieme quel fine settimana.

Mouret propone variazioni su questa formula fin dal suo debutto con Laissons Lucie faire! nel 2000, rimanendo fedele al suo collaudato modello di studi sulle relazioni contemporanee, pieni di dialoghi e capaci di attrarre il meglio del talento recitativo francese. E se i suoi primi film erano ispirati sia a Buster Keaton sia a Jacques Tati, i lavori successivi attingono molto dagli universi di Eric Rohmer e dalla fase intermedia di Woody Allen – fino a utilizzare il carattere Windsor, marchio di fabbrica di Allen, nei titoli di testa. “Mi piacciono i personaggi che sbagliano, ci riprovano e continuano a sbagliare. Provo tenerezza per quella goffaggine crudele ma costruttiva che fa parte della nostra condizione umana, essere sommersi da storie, ideali e desideri tanto quanto dai colpi di fortuna e dai pericoli della realtà”, ha commentato il regista. Con Tre Amiche, Mouret conferma la sua capacità di raccontare con ironia e delicatezza le piccole e grandi incrinature dei sentimenti, realizzando una commedia che nasconde domande scomode sulla tenuta dell’amore nel tempo, mostrando come le scelte di vita vengano spesso accettate più per inerzia che per convinzione.

Il mio posto è qui, di Daniela Porto e Cristiano Bortone (Paramount+)

Tratto dall’omonimo romanzo di Daniela Porto, che lo ha girato insieme a Cristiano Bortone, questo film è stato premiato al Bari Film Fest per la regia e le interpretazioni dei due protagonisti (Ludovica Martino e Marco Leonardi) ai Nastri d’Argento. È un’opera potente che esplora il tema dell’emarginazione attraverso l’esistenza quotidiana di quelle persone che mondo, soprattutto nell’epoca in cui è stato girato ma non solo, cerca di rendere invisibili: le donne e i gay. Ambientato in un paesino della Calabria appena dopo la seconda guerra mondiale, la storia mostra il percorso di emancipazione di due personaggi: Marta, giovane madre stigmatizzata per essere rimasta incinta fuori dal matrimonio e costretta a un’unione infelice, e Lorenzo, sacrestano omosessuale che trova paradossalmente una certa protezione nella chiesa. Entrambi sono figure fuori dalla norma che subiscono il giudizio della comunità, che proietta su di loro colpa e vergogna, ostracizzandoli.

La comunità rurale, stretta nella morsa di un patriarcato conservatore, li considera una minaccia all’ordine stabilito. E qualunque loro gesto di autonomia viene percepito come eversivo. Il loro legame, fondato sul riconoscersi come capri espiatori, diventa un rifugio silenzioso: non un amore romantico, certo, ma una profonda intesa di affetto e sostegno reciproco. Attraverso gesti quotidiani – leggere nascosti, vestirsi secondo il proprio gusto, cercare un lavoro che garantisca indipendenza economica – Marta e Lorenzo compiono un atto di resistenza silenziosa e radicale. Il film mette in scena proprio questo processo di emancipazione interiore, che si alimenta di piccoli atti quotidiani e diventa, passo dopo passo, una legittima richiesta di dignità e libertà. Il confronto tra i due personaggi richiama la dinamica de Una giornata particolare di Ettore Scola: un incontro tra due “diversi” che, pur rimanendo ai margini, scoprono un senso di vicinanza e di umanità profonda.

La società cerca di confinare il corpo della donna e il desiderio omosessuale attraverso norme rigide, puntando sull’obbedienza femminile e sull’invisibilità dei disallineamenti, e cercando di sopprimere qualsiasi alterità. Ma proprio la loro esistenza rappresenta un atto di dissenso: “Esistere, se il mondo ti vuole invisibile, è un atto rivoluzionario”. Il mio posto è qui  ci ricorda che non serve chissà quale gesto pubblico e spettacolare: a volte basta scegliere se stessi, reclamare il proprio spazio interiore, riconoscere il valore della propria vita, concedersi di esistere e provare a essere felici nel proprio piccolo. È così che Marta e Lorenzo, con la loro scelta di coscienza e di autodeterminazione, tracciano la via di una libertà che non dipende dal consenso del gruppo, ma da un diritto profondamente intimo e umano.

Volveréis, Jonás Trueba

Presentato al Festival di Cannes 2024 nella prestigiosa sezione Quinzaine des Cinéastes, dove ha vinto il premio come Miglior opera europea, Volveréis è il nuovo film di Jonás Trueba, che ancora una volta sceglie la semplicità del quotidiano per raccontare le grandi trasformazioni della vita. Con sensibilità, ironia e una regia che accarezza i personaggi senza mai forzarli, Trueba ci porta a Madrid, tra scatoloni da svuotare, divani condivisi e dialoghi lasciati a metà, nel momento esatto in cui una storia d’amore finisce – o forse, inizia sotto nuove forme. Ale e Alex, infatti, sono una coppia che, dopo quindici anni insieme, decide di separarsi. Ma invece di affondare nel dramma, scelgono di trasformare la rottura in una festa: una celebrazione dell’amore vissuto, una dichiarazione affettuosa a sé stessi e agli altri. Questo gesto, tanto assurdo quanto poetico, mette in moto una narrazione sospesa tra realtà e finzione, memoria e presente. Ale sta girando un film con Alex come protagonista, e così alcune scene si ripetono, si riscrivono, si rivivono: perché la vita, come il cinema, funziona per ripetizione, per variazioni sul tema.

Ciò che rende Volveréis particolarmente autentico è la capacità di raccontare l’intimità senza mai indulgere nel sentimentalismo. Trueba e i suoi co-sceneggiatori (Itsaso Arana e Vito Sanz, anche attori nel film) creano dialoghi vivi, credibili, capaci di restituire la tenerezza e la goffaggine delle relazioni vere. I protagonisti si muovono in una Madrid familiare e malinconica, fatta di interni vissuti e luoghi che portano con sé i segni del tempo e delle abitudini condivise. La città non è mai sfondo neutro, ma parte viva del racconto, una complice silenziosa del processo di separazione e rinascita che Ale e Alex stanno attraversando.

Volveréis è un film che rifiuta i cliché delle commedie romantiche per abbracciare un naturalismo disarmante. I suoi protagonisti restano sotto lo stesso tetto, imparando a conoscersi di nuovo, questa volta come individui. Ci sono battute leggere, ma anche silenzi pieni di significato; ci sono sguardi che raccontano più delle parole. Il montaggio di Marta Velasco, collaboratrice abituale di Trueba, orchestra con grazia i due livelli della narrazione, creando un equilibrio tra il dolce e l’amaro che lascia il segno. Non c’è morale, né redenzione forzata, solo la consapevolezza che l’amore possa cambiare forma senza per forza di cose smettere di esistere. E che forse, come suggerisce il titolo, si fa ritorno – “volveréis” – non all’origine, ma a una versione nuova di sé.

Tutto in un’estate, di Louise Courvoisier

In un angolo rurale della Borgogna, il diciottenne Totone vive senza prospettive e si dedica a bravate e corse in auto con gli amici. Quando il padre, un piccolo produttore di formaggi, muore all’improvviso, Totone si ritrova costretto a badare alla sorellina Claire e a trovare un modo per mantenersi. Totalmente disinteressato al lavoro agricolo e incapace di conservare un impiego, il ragazzo si lascia tentare dai 30.000 euro in palio in un concorso per il miglior formaggio della regione. Da lì parte la sua sfida: imparare da zero l’arte del comté, prodotto simbolo della zona.

Tutto in un’estate, esordio brillante della trentenne Louise Courvoisier – anche co-sceneggiatrice –, intreccia racconto di formazione, commedia rurale e spaccato sociale. Vincitore del Premio Giovani all’ultimo festival di Cannes, il film racconta con affetto e autenticità la vita della provincia francese e la crisi che attraversa il mondo agricolo. Ma Courvoisier non si limita a raccontare la virilità “spontanea” e confusa dei suoi giovani protagonisti, ma la mette sotto osservazione con tenerezza e disincanto: dietro ai motori truccati e al rifiuto del lavoro si cela un’incapacità profonda di riconoscere e gestire il desiderio, di costruirsi una propria identità intima e affettiva. È proprio in questa distanza tra ciò che i ragazzi ostentano e ciò che non sanno nominare che il film trova il suo tono più interessante e delicato. Anche la protagonista femminile, Marie-Lise, che aiuta Totone con il concorso, è costruita con attenzione: senza cadere nel cliché della “ragazza tosta” o del contro-stereotipo anti-femminile, è una figura concreta e tridimensionale, sviluppata in sintonia con l’attrice non professionista che la interpreta. 

In un panorama francese ricco di racconti di riscoperta della campagna, Tutto in un’estate si distingue per il suo tono lieve e preciso: un coming-of-age accessibile, sincero, capace di unire il folklore della campagna con un’osservazione sociale autentica e intelligente. Una ricetta semplice, ma perfettamente bilanciata.

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