All’inizio del XIX secolo, la medicina stava cambiando. Gli ospedali stavano assumendo un ruolo sempre più centrale come infrastrutture pubbliche e le conoscenze dei medici, nella chirurgia e nella fisiologia umana, si stavano rapidamente affinando. In questo contesto la formazione dei giovani medici era sempre più importante. Diventò quindi una prassi, nelle università e negli ospedali, l’uso di animali sia come modelli didattici che come test di prova per nuove procedure. Si trattava di una rivoluzione, ma non si può dire che fosse una cosa piacevole da guardare.

Emile Edouard Mouchy, 1832. Dimostrazione della vivisezione di un cane
Joseph Wright, 1788. Esperimento su un uccello

L’anestesia era ancora una pratica sconosciuta e nessuno era particolarmente preoccupato del benessere degli animali, per cui, durante le lezioni, si assisteva a scene abbastanza truculente: l’animale veniva lasciato in agonia sul tavolo operatorio per ore perché gli studenti lo usassero come “tavola anatomica”. Non è quindi strano che con questo nuovo tipo di studi cominciasse a nascere tra i pensatori del tempo e tra i medici più sensibili un sentimento di pietà nei confronti delle cavie. Fu per questo che in quegli anni, in Inghilterra, la parola vivisezione cominciò ad avere un’accezione negativa e che furono istituite le prime commissioni etiche anche in ambito accademico. Dopo un secolo e mezzo, il conflitto è tutt’altro che risolto.

 

Oggi la sperimentazione animale non si riduce esclusivamente a pratiche chirurgiche e l’anestesia è una procedura obbligatoria nell’ambiente medico-veterinario. Resta che la parola“vivisezione” al giorno d’oggi evoca ancora l’idea che la scienza ricorra a interventi cruenti e perfino sadici, e nel nostro Paese, il tema è particolarmente sentito.

Nel 2012 Stop Vivisection, una raccolta firme che aveva lo scopo di chiedere al Parlamento Europeo una moratoria totale sulla sperimentazione animale, arrivò a raccogliere circa 1.117.000 firme; 690mila di queste, il 59% del totale, venivano dall’Italia.

Il modello animale negli ultimi due secoli ha chiaramente portato a un miglioramento nella qualità della vita della popolazione, eppure, l’idea stessa che il nostro benessere possa venire a spese di un cane, un gatto o un primate ci mette a disagio. Ovviamente il ragionamento non coinvolge tutti gli animali. La nostra pietà “selettiva” tende a farci dimenticareche il 93% degli esperimenti viene condotto prima di tutto su topi, ratti, uccelli e pesci, citati più raramente nelle campagne contro la ricerca. Nello specifico, primati non umani, cani e gatti riguardano solo lo 0.24% degli esperimenti in Europa (dati del 2011).

Non è sbagliato porsi domande etiche sull’uso di questi animali, ovviamente, ma può essere improduttivo per la salute pubblica estremizzare una battaglia per guadagnare un vantaggio politico. Gruppi animalisti come la Lega Anti Vivisezione (LAV) hanno sfruttato questo particolare senso di empatia della società civile nei confronti degli animali usati nella ricerca per anni. Il risultato è che la lobby animalista italiana, intesa come gruppo di influenza organizzato, non ha mai avuto tanto peso come oggi nel dibattito pubblico.

Quest’affermazione potrà sembrare inverosimile, considerando l’aura da gruppo controcorrente che i suoi attivisti proiettano, ma è parte della ragione del loro successo. In genere, la gente tende ad associare l’esibita mancanza di mezzi da parte di un’associazione con il segno incontestabile di una lotta intrapresa per una causa nobile. Perciò non è un caso che negli anni associazioni come la LAV abbiano contribuito a crearsi attorno una narrazione dove le battaglie etiche si accompagnano ad anticonformismo e felpe e jeans consunti, pur usufruendo di fondi consistenti e della benevolenza di alcuni rappresentanti politici influenti.

Questa sorta di mitologia del “radicale ben intenzionato” è particolarmente sentita oggi e ha creato un forte clima di sospetto nei confronti della ricerca, contribuendo a fare in modo che negli anni, nel nostro Paese, venissero emanate regole sempre più restrittive per l’uso del modello animale.

L’attuale normativa italiana in materia di sperimentazione animale è un chiaro esempio di questo conflitto e mette in luce perfettamente l’influenza della lobby animalista nelle nostre istituzioni. In particolare, il decreto legislativo n. 26/2014, attualmente bloccato al Senato fino al 2020, è la trasposizione molto rimaneggiata della Direttiva Europea 63/2010, recepita in Italia con quattro anni di ritardo e un iter burocratico lungo e difficile. Queste disposizioni non cancellano la sperimentazione animale nel nostro Paese tout court, ma sicuramente la limitano parecchio, e attualmente si tratta della disciplina più restrittiva di tutta l’Unione Europea.

Ad esempio, il decreto vieta l’uso di animali nei corsi universitari per i biologi, i farmacisti e i biotecnologi, con l’eccezione degli studenti di medicina e veterinaria (art. 5, par. 2, lett. f). Negare una preparazione pratica agli studenti di questi indirizzi, dove indispensabile, equivale a eliminare una parte importante del loro percorso, con il rischio di formare laureati meno preparati nella pratica e meno competitivi rispetto ai loro colleghi europei, che non incontrano questo tipo di restrizioni.

Inoltre la legge ha ripercussioni anche sulla salute pubblica: vieta infatti l’uso di animali nella ricerca sugli organi per gli xenotrapianti (art. 5, par. 2, lett. d) e sulle sostanze d’abuso (art. 5, par. 2, lett. e), con conseguenze importanti. La legge rende quindi illegale la produzione di valvole aortiche suine, impedendo il trattamento della stenosi aortica e delle valvole cardiache danneggiate (una pratica medica di uso comune) e blocca completamente quel ramo della ricerca attualmente diretta allo sviluppo di organi animali compatibili con l’uomo.

Non un problema banale: l’Italia è attualmente uno dei Paesi con il più basso numero di donatori d’organi al mondo e una soluzione alternativa diventa necessaria. Studiare questo tipo di interventi potrebbe nei prossimi anni salvare migliaia di vite. Nel caso del divieto d’uso degli animali nella ricerca sulle sostanze d’abuso, invece, si rischia di limitare importanti studi sui meccanismi neurologici e di risposta agli stimoli che ancora non comprendiamo. Un intero campo di ricerca delle neuroscienze, quindi, compresso.

In entrambi i casi, il testo fa riferimento alla possibilità di “sviluppare approcci alternativi idonei”, ma senza entrare nello specifico, lasciando alla ricerca il compito di trovare una soluzione. Una trattazione più etica che scientifica del problema.

Ma delle modifiche alla direttiva del 2010 la più discutibile è probabilmente quella che riguarda il divieto di allevamento di cani, gatti e primati non umani destinati alla sperimentazione sul suolo nazionale (art. 10 par. 5) –dove la normativa non vieta però il ricorso all’utilizzo di animali provenienti da altre nazioni. Questo, secondo i ricercatori che ancora si trovano a ricorrere alla sperimentazione su animali di questo tipo, non comporta solo un costo maggiore, ma, paradossalmente, anche un’ulteriore perdita di tutele per l’animale stesso.

Il dr. Giuliano Grignaschi, segretario generale di Research4life, ha evidenziato così le contraddizioni della norma: “L’aspetto della spesa per me è secondario. Quello che mi interessa è la non ispezionabilità degli allevamenti di provenienza. Inoltre l’animale deve essere trasportato in Italia e questo sicuramente gli causa uno stress enorme. È esattamente il contrario di quello che la norma richiederebbe […]. Bisogna stare attenti a non confondere l’attenzione per gli animali con l’adozione di misure che finiscono per essere contrarie al benessere degli animali stessi.

In pratica, si tratterebbe di delegare la responsabilità del trattamento delle cavie a enti su cui lo Stato italiano non ha giurisdizione, delegando a qualcun altro la responsabilità dei controlli.

Giuliano Grignaschi

La legge è attualmente bloccata da una proroga del 2017 a opera della Commissione Affari Costituzionali del Senato. I ricercatori hanno chiesto un differimento di cinque anni e una revisione del testo, ma è difficile prevedere gli esiti del dibattito.

La Commissione Europea, intanto, avrebbe avviato una procedura d’infrazione nel 2016. Secondo la Commissione, le previsioni del decreto legislativo rappresentano un inasprimento delle normative e mettono in difficoltà i rapporti commerciali con gli altri stati membri, oltre ad essere contraddittorie. “[Il passaggio del caso alla Corte Europea] non è ancora ufficiale,” afferma Grignaschi. “Da quello che ne sappiamo siamo già stati messi in mora e quindi […] è soltanto questione di giorni”.

Il fatto che la nostra legge attuale sia molto severa in materia di sperimentazione animale non significa ovviamente che quella europea del 2010 sia troppo permissiva. Né che nella sua stesura le forze per la tutela degli animali siano state lasciate fuori dalla discussione.

La necessità di avere una legge europea sull’uso degli animali nella sperimentazione che fosse comune per tutti gli stati membri era già stata fatta presente nel 1998. La Commissione Europea (il braccio esecutivo del Parlamento) aveva cominciato a lavorarci nel 2002, per poi presentare una bozza nel novembre del 2008. All’epoca la bozza era stata redatta principalmente dalla Direzione per l’ambiente, che aveva trattato l’argomento coinvolgendo quasi solo le lobby animaliste e lasciando fuori dalla discussione la Direzione per la ricerca e altri stake-holders importanti. Il lavoro della Commissione era redatto in modo così sbilanciato a favore dei gruppi animalisti, che aveva causato una vera e propria mobilitazione da parte del mondo della ricerca e delle case farmaceutiche nel tentativo di trovare un accordo con gli attivisti.

La direttiva approvata nel 2010 è quindi il risultato di quella trattativa. Sia i ricercatori che i gruppi animalisti europei rionoscono che il testo non è perfetto, ma incontra le necessità di entrambe le parti. La politica, in fin dei conti, è compromesso.

La legge italiana, invece, nasce proprio da una mancata discussione in merito tra le parti, ma anche dallo scarso interesse della politica e del pubblico per la scienza. Ai politici la ricerca importa relativamente, dato il basso numero di laureati in Stem e la scarsità di fondi e di iniziative commerciali in ambito biomedico nel nostro Paese. Gli animalisti, invece, si concentrano sul problema da un punto di vista prettamente etico, senza bilanciamento di tutti gli interessi in gioco.

A differenza del caso europeo del 2010, in ambito nazionale i ricercatori ricevono un’attenzione minoritaria in questo confronto. Oltretutto, gli accademici del nostro Paese non sono mai stati troppo bravi a comunicare col pubblico. Secondo il Dr. Dario Padovan, biologo e presidente di Pro-Test Italia, il problema di fondo è che gli scienziati sono poco abituati a farsi sentire: “Le teorie pseudoscientifiche delle associazioni animaliste sono più o meno uguali da almeno 30-40 anni. Ma, allora come oggi, gli scienziati, salvo rare eccezioni, non sono abituati a rivolgersi al pubblico in maniera diversa, rispetto a quanto fanno a lezione – ammesso che decidano di parlare al grande pubblico”.

Far valere le proprie ragioni, ovviamente, non significa che per uno scienziato la vita animale perda completamente di valore. Dai tempi della vera vivisezione, quella truculenta dell’Inghilterra vittoriana, la sensibilità di chi fa ricerca è cambiata radicalmente. Ciononostante gli animali nella ricerca sono ancora necessari, e probabilmente lo saranno sempre. La nostra salute, in ogni caso, continuerà a dipendere da loro.

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