La scienza non è una questione politica - The Vision

C’è una citazione di Piero Angela particolarmente cara al dottor Burioni, abbastanza recente ma già trita e ritrita: “La velocità della luce non si decide per alzata di mano”. Burioni, virologo e star di Facebook che da anni si batte per i vaccini, da quest’acuta e sorprendente osservazione ne trae un mantra contemporaneo, che doviziosamente ripete come un buddista nel tempio: la scienza non può essere democratica.

Con ciò sembra intendere che le verità scientifiche vengano stabilite in maniera molto diversa dalle decisioni prese in campo politico. Ma dove starebbe esattamente questa differenza? Dovrebbe stare tra le verità e le opinioni. Ma con “opinioni” in campo politico si intendono giudizi di valore, non le sparate di chi parla senza sapere. E ciò che contraddistingue i giudizi di valore è che non possono essere giustificati dai fatti. I fatti posso essere utili per difenderli, al massimo, ma non bastano mai a giustificarli in maniera incontrovertibile. Temo però che il dottore su questo punto tenda a fare un po’ di confusione, mischiando a piacimento le opinioni erronee di chi parla senza cognizione di causa e le opinioni su ciò che sia giusto o sbagliato fare, che sono invece espressioni dei nostri valori individuali e collettivi.

Ecco un esempio. In un post di qualche giorno fa, Burioni si è scagliato giustamente contro un mentecatto che durante un dibattito su una TV egiziana sosteneva che fosse un dovere patriottico violentare una ragazza vestita con abiti succinti. Tuttavia, nella foga di tirare acqua al proprio mulino sfruttando l’indignazione collettiva, se ne  è uscito con affermazioni alquanto dubbie, tra cui: “Chi sostiene che è giusto violentare le donne, che i vaccini causano l’autismo, che i neri sono meno intelligenti o che l’AIDS non esiste non è un libero pensatore, ma un pericoloso bugiardo”. Ma qui c’è un intruso da trovare, perché mentre il nesso causa-effetto tra vaccini e autismo, la correlazione tra etnia e capacità cognitive e l’esistenza dell’AIDS sono fatti – e in quanto tali sono veri o falsi – violentare una donna non è un fatto che può essere vero o falso, ma un’ipotetica azione o da approvare o condannare. Di conseguenza chi sostiene che sia giusto violentare una persona dovrebbe essere considerato un pazzo criminale, un mostro, o più semplicemente una grandissima testa di cazzo, ma la sincerità non c’entra niente. In altre parole, non è un bugiardo, né ha niente a che fare con chi sostiene che i vaccini causino questo o quello.

Il paragone però di primo acchito sembra filare, per due semplici motivi. Il primo è che la nostra lingua tende naturalmente a confondere le due questioni, poiché termini come “giusto” e “sbagliato”, possono essere intesi sia in senso fattuale che in senso etico-morale: nel primo caso si vuol descrivere il mondo per come è, nel secondo si vuole dire come dovrebbe essere. L’altro motivo è che tutti noi, intuitivamente, siamo d’accordo col fatto che “violentare qualcuno” e “dovere patriottico” siano due idee da tenere il più separate possibile, se non in una frase come “è un dovere patriottico impedire a coloro che vivono nel proprio paese di violentare qualcuno”.

Ma appena il giudizio di valore di cui parliamo diventa meno assoluto, il problema alla base dell’atteggiamento di Burioni viene immediatamente a galla. Prendiamo la pena di morte, generalmente osteggiata nella cultura europea. Ipotizziamo che la ricerca fornisca risultati certi che dimostrano come essa diminuisca il numero di crimini in una società. Basterebbe a farvi cambiare idea? Se date un valore intrinseco alla vita dell’individuo, allora probabilmente no. Questo perché qualsiasi effetto della pena di morte si riesca a dimostrare, non sarà mai abbastanza per giustificare che sia giusta o sbagliata. La stessa cosa vale per tutte le altre questioni spinose su cui ancora ci si affronta in campo culturale e politico nella nostra società: dalla proposta di sterilizzazione per gli stupratori alla sperimentazione animale, dall’eutanasia alla legalizzazione delle droghe leggere. Ciò che accomuna tutti questi problemi è che la scienza può tornare utile per accettare o rifiutare determinati argomenti, ma non basta per chiudere la questione. E di conseguenza gli scienziati servono, ma non bastano. Facile no?

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No, a quanto pare, altrimenti non ci si spiega come una persona istruita come Burioni non veda la differenza. Dimostrare che i vaccini siano efficaci e non abbiano gli effetti collaterali che gli si imputa è molto utile contro chi, sulla base di affermazioni contrarie, sostiene che non debbano essere imposti obbligatoriamente. Ma ciò non vuol dire che allora sia giusto imporli. Magari lo è, magari no, ma non è la verità scientifica a deciderlo, né mai potrà, nello stesso modo in cui non si può costruire un esperimento scientifico per dimostrare che sia giusto condannare a morte i violentatori. Le questioni su cui bisogna invece riflettere sono etiche: vogliamo una società in cui il benessere della comunità abbia priorità rispetto alla libertà di scelta individuale? Se sì, fino a che punto? Come stabiliamo il limite tra interesse collettivo e personale? E così via.

Bisogna stare attenti a come decidiamo di rispondere, perché la coerenza è un valore abbastanza diffuso tra il genere umano. Vogliamo imporre i vaccini per proteggere la comunità? Va bene, ma questo principio dovrebbe applicarsi a un’infinità di casi in cui il bene comune si contrappone alla libertà di scelta individuale. Prendiamo un caso simile: la resistenza antimicrobica (AMR), ovvero la capacità dei microbi di resistere ad antibiotici e altre molecole normalmente usate per eliminarli. Senza entrare nei dettagli, si stima (a ribasso) che l’AMR in Europa causi al momento 25.000 morti all’anno – più o meno come se un Boeing 747 si schiantasse ogni settimana. Al mondo si parla di 700.000 decessi l’anno: 1 ogni 45 secondi. Ora le previsioni (sempre a ribasso): se non prenderemo nessuna contromisura significativa entro il 2050, le morti al mondo saranno 10 milioni l’anno: 1 ogni 3 secondi. Questo anche perché, oltre al fatto che non potremo più curare una serie di malattie al giorno d’oggi piuttosto innocue, molte misure importanti non saranno più così facilmente implementabili: chemio e radioterapie, donazioni di organi, operazioni chirurgiche semplici e complesse, eccetera. Non un bello scenario.

L’immunità di gruppo sta alla resistenza antimicrobica come una granata a una bomba atomica. Da una parte, l’uso sconsiderato che facciamo degli antibiotici su noi stessi, dall’altra quello fatto per mantenere gli allevamenti intensivi. Dovremmo quindi correre ai ripari, visto che qui si parla di una decimazione mondiale, non di qualche caso di morbillo. E cosa facciamo? Radiamo tutti i medici di famiglia che prescrivono antibiotici come fossero caramelle? Multiamo le persone che prendono troppi antibiotici l’anno? O magari potremmo mettere in prigione tutti quelli che mangiano polli allevati in batteria?

Probabilmente ci sono contromisure meno drastiche. Chissà, presumo che queste saranno decisioni politiche – già, “politiche”, non “scientifiche” – e che Burioni e quelli che la pensano come lui dovranno accettare che ci sono ragioni diverse da quelle scientifiche che qui giocano un ruolo fondamentale. E dovrebbero anche prendere un po’ più sul serio chi li accusa di trattare la scienza come una religione, perché quando si pretende di derivare il giusto dal vero, la scienza diventa una religione.  Come ogni setta religiosa di tutto rispetto, Burioni and Co. hanno infatti serie difficoltà a farsi un po’ di sana autocritica, impauriti dall’eventualità che ammettendo di aver sbagliato qualcosa –  come ad esempio il modo di interfacciarsi con tutti coloro che scienziati non sono – automaticamente la razza umana deciderà di fare a meno della loro competenza.

Si vede bene ad esempio dall’allucinato trafiletto sull’ultima fatica di Burioni (La congiura dei somari) scritto dall’eminente collega Luigi Ripamonti, in cui si legge: “Il titolo di copertina non tragga in inganno. Non c’è saccenza e disprezzo per chi non sa. C’è avversione, piuttosto, per l’ignoranza in sé, specie quando si traduce in arroganza e tracotanza.” Siamo sicuri di star parlando dello stesso libro? Sembra proprio di essersi imbattuti in uno di quei comportamenti da branco essenziali per l’esistenza del somaro di cui parla Burioni: “Solo quando si trova circondato da simili il Somaro riesce a ritenersi molto intelligente, visto che il primario bisogno di ogni babbeo è quello di avere accanto un collega che lo rassicuri sulle sue capacità mentali”. Forse questo bisogno di trovare la propria intelligenza riflessa nell’approvazione altrui, approvazione motivata a sua volta dal bisogno di accettazione dal branco, appartiene in fondo anche alle persone intelligenti. Incolpare Facebook e gli altri social media di dare voce a coloro che rispetto a specifici argomenti non dovrebbero aver diritto di parola, equivale a guardare il dito che indica la Luna: sono l’arroganza e la tracotanza della nostra cultura ciò che appare riflesso dai nostri schermi. I somari magari sostengono che l’uomo sulla Luna non ci sia mai andato, ma Burioni guarda ancora il dito.

Nella complessa teoria sociologica del dottore sembra infatti che non torni qualcosa, e non mi sorprende, visto che è un medico e non un sociologo. Da un lato i somari sono coloro che parlano di cose che non conoscono, dall’altro siamo tutti somari, poiché è impossibile conoscere tutto. La soluzione a questo piccolo paradosso potrebbe essere questa: tutti siamo somari, in quanto tutti ci sentiamo chiamati in causa su qualcosa su cui abbiamo informazioni parziali, confuse o contraddittorie, e tutti ne parliamo senza saperne mai abbastanza. Questo accade perché le decisioni prese in campi di cui non siamo esperti avranno comunque effetti sulle nostre vite, e perché il valore di quelle scelte non dipende solo dal sapere tecnico di turno. Tutti somari quindi, ma alcuni somari continuano a dare del somaro ad altri somari, lamentandosi poi che questi ultimi somari sono talmente arroganti che si permettono di ragliare come somari.

Se Burioni ci tiene tanto a condurre la sua crociata contro l’oscurantismo e l’ignoranza, invece di ricordare ad alcune mamme il fatto che abbiano “come unico titolo di studio la tessera a punti del supermercato”, potrebbe prendere atto del fatto che dare del babbeo agli altri non è mai stata una strategia promettente verso l’illuminazione collettiva. Anche perché il primo che invece di attenersi esclusivamente agli articoli di virologia che gli competono – e che come ben sa nessun giornale scientifico gli accetterebbe se ci infilasse dentro delle considerazioni politiche – esce dal seminato parlando di democrazia e somari sui social media, è proprio lui. Se l’obiettivo è promuovere un atteggiamento di umiltà tra coloro che non ne sanno abbastanza – e nessuno di noi ne sa mai abbastanza – potrebbe cominciare a dare il buon esempio, capendo anche che il valore e l’uso collettivo delle verità scientifiche non si decide per il numero di lauree o di pubblicazioni internazionali. È in questo senso che la scienza deve essere democratica. “Come dice Piero Angela, la velocità della luce non si decide per alzata di mano. E nemmeno la validità e l’utilità dei vaccini,” aggiunge Burioni su la Repubblica. Ecco, cosa facciano effettivamente i vaccini non lo si decide per alzata di mano, ma l’opportunità di renderli obbligatori fatela scegliere a noi.

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