Trump ha appena compromesso anni di diplomazia in Medio Oriente - The Vision

Gerusalemme è il perno, simbolico e reale, attorno cui ruota una grossa parte dell’equilibrio mediorientale. Individuata come area soggetta a controllo internazionale dal piano di spartizione dell’ONU del 1947, contesa tra la sovranità giordana e quella israeliana dopo la prima guerra arabo-israeliana del ’48, la città finì sotto il totale controllo – illegale, a livello di diritto internazionale – dei secondi, che ne occuparono la parte orientale dopo la Guerra dei Sei Giorni del ‘67. Nel 1980, una legge passata alla Knesset stabilì che Gerusalemme “unita e indivisa” era de facto e de jure (solo quello israeliano) la capitale dello Stato. Tale legge venne poi dichiarata nulla dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 478 e molte altre, adottate negli anni successivi. Una reazione così forte da parte della Comunità internazionale da spingere i Paesi che vi tenevano legazioni a trasferirle in massa a Tel Aviv. Fino a oggi vi si trovavano solo uffici e consolati, destinati perlopiù a gestire gli affari della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. A breve, grazie al fine pensiero strategico di Trump, sarà anche la sede dell’ambasciata americana.

Lo scorso lunedì, a bordo dell’Air Force One di ritorno a Washington dopo un viaggio nello Utah, Trump ha fatto sapere tramite il suo addetto stampa Hogan Gidley che avrebbe aspettato a pronunciarsi in merito alla decisione di trasferire la rappresentanza di Stato da Tel Aviv a Gerusalemme, una promessa elettorale ripetuta ad nauseam durante i comizi. Nel pomeriggio di martedì 5 dicembre è però arrivata la conferma ufficiale: l’ambasciata si sposterà a Gerusalemme.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Il dibattito su dove questa dovesse essere insediata si era riacceso nel giugno scorso. Questo perché tale decisione dipende dal Jerusalem Embassy Act, una legge del 1995 approvata dal Congresso che prevedeva che l’ambasciata fosse trasferita a Gerusalemme, non più tardi del 31 maggio 1999. Il provvedimento, osteggiato dall’amministrazione Clinton – che sosteneva violasse le competenze esclusive dell’esecutivo in merito alla politica estera – così come da quelle Bush e Obama, disponeva il congelamento del 50% dei fondi assegnati al Dipartimento di Stato per il mantenimento e l’acquisizione di ambasciate e uffici governativi all’estero, qualora non si fosse provveduto con il trasferimento della legazione. L’atto legislativo, però, prevedeva anche una deroga, rinnovabile ogni sei mesi, che avrebbe momentaneamente bloccato il meccanismo sanzionatorio e permesso di mantenere l’ambasciata a Tel Aviv.

Questa deroga è stata regolarmente firmata negli anni. Nel giugno 2017 anche da Trump, che come ragione aveva addotto la volontà di massimizzare le chance di negoziazione di un accordo tra israeliani e palestinesi. Probabilmente, la giustificazione reale era una forte resistenza interna alla sua amministrazione, visto che la decisione di spostare l’ambasciata a Gerusalemme vorrebbe dire mettere in gioco gli interessi e l’influenza statunitensi nella regione, ma soprattutto rappresenterebbe un folle azzardo a livello di equilibri internazionali. Questo fatto, però, pare non tangere particolarmente il Presidente repubblicano, che già lo scorso 25 settembre avrebbe detto al Primo ministro israeliano Netanyahu, durante un incontro alla Trump Tower di New York, di essere intenzionato a riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato israeliano.

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Il waiver firmato lo scorso giugno sarebbe dovuto ufficialmente scadere alla mezzanotte dello scorso venerdì; scadenza poi rimandata a lunedì, cioè il giorno in cui, come ricordato sopra, Trump ha fatto sapere che avrebbe preso una decisione “a giorni”.  È stato effettivamente fatto scadere. Martedì pomeriggio, con un giro di telefonate, Trump ha avvisato Abu Mazen, Re Abdallah II di Giordania e Benjamin Netanyahu che il trasferimento dell’ambasciata sarebbe di fatto avvenuto. Ciò significa che l’amministrazione ha ora tempo fino al 1° ottobre 2019, secondo quanto disposto dalla legge, per portare avanti la decisione e aprire la propria sede di rappresentanza nella Città Santa, pena la perdita del 50% dei fondi di cui si è parlato.

Re Abdallah II di Giordania

Mahmoud Abbas, Presidente dell’Autorità Palestinese

Un simile sviluppo era stato in qualche modo preannunciato dalla nomina ad ambasciatore di David Friedman, premiato dall’Organizzazione Sionista America per la sua “eccellente opera diplomatica” in occasione della cena annuale tenutasi lo scorso 12 novembre 2017, a cui erano presenti, tra gli altri, anche Steve Bannon, ex chief strategist del Presidente e direttore esecutivo di Breitbart News, e Sean Spicer, ex portavoce della Casa Bianca. Opera diplomatica che comprende anche il supporto di insediamenti illegali in Cisgiordania e la pubblicazione regolare di articoli politici su Arutz Sheva (Canale 7), un media israeliano marcatamente nazionalista. Altrettanto rivelatoria la scelta di Jared Kushner come consigliere per il Medio Oriente, considerato che la Charles and Seryl Foundation, di cui è co-fondatore, avrebbe finanziato settlement illegali nella West Bank, dettaglio che si è sbadatamente dimenticato di menzionare nei resoconti finanziari forniti all’Ufficio Etica, secondo un’inchiesta di Newsweek.

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Jared Kushner
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David Friedman

Insediare l’ambasciata a Gerusalemme implica il riconoscimento da parte statunitense della sovranità israeliana su tutto il territorio della città, ma Gerusalemme Est (che nella realtà comprende le aree a nord-est e a sud) non è legalmente parte dello Stato israeliano. La decisione di Trump, dunque, non avrà probabilmente strascichi giuridici decisivi, essendo in violazione delle norme di diritto internazionale, ma è l’aspetto geopolitico a essere cruciale.

Recep Tayyip Erdoğan e Donald Trump

Perché la legittimazione delle pretese israeliane sulla città, con ogni probabilità, fomenterà i coloni, già galvanizzati dal governo dei falchi del Likud, a costruire nuovi insediamenti. Metterà l’ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati, e inaugurerà una nuova ondata di violenze tra israeliani e palestinesi. I rapporti con la Turchia, fondamentali per la stabilità della regione, specie dopo la crisi siriana, saranno  verosimilmente messi in difficoltà. Erdogan, prima che Trump annunciasse la sua decisione finale, aveva già fatto sapere che la mossa avrebbe significato valicare una “linea rossa” e si era detto disposto a rompere le relazioni diplomatiche con Israele. I rapporti tra sauditi e americani, rinsaldati grazie a un nemico comune – l’Iran – e alle politiche del principe ereditario, Mohammed bin Salman, dovranno per forza di cose raffreddarsi. Si allargherà il divario politico tra l’Europa e gli Stati Uniti, dato che l’Unione Europea continua a supportare il piano di rendere Gerusalemme un corpus separatum soggetto ad amministrazione internazionale, restando peraltro in linea col piano di spartizione dell’ONU del 1947.

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La mossa di Trump, sopra ogni altra cosa, è un suicidio geopolitico. Tutte le precedenti amministrazioni si sono mantenute caute sullo status di Gerusalemme, a partire da Truman, che nel 1948, con la proclamazione dello Stato di Israele, non aveva esitato a riconoscerne la piena legalità, ma si era guardato bene da ammetterne la sovranità sulla città. Spostare l’ambasciata significa rompere di netto con la linea di politica estera americana – illustrata con molta chiarezza dalla sentenza Zivotofsky v. Kerry del 2014 – adottata finora, far precipitare di nuovo la regione in un vortice di violenze e danneggiare enormemente la posizione statunitense sullo scacchiere internazionale.

Fin dal suo insediamento, molti hanno visto Trump come una simpatica macchietta. Un po’ imbarazzante, sicuro, ma innocua proprio perché incompetente. La decisione del 5 dicembre 2017 è l’ennesima prova che, per quanto possa essere incauto e avventato, il magnate di Mar-a-Lago è tutto fuorché inoffensivo: ha preso a calci uno status quo costruito da decenni di snervante diplomazia. Ma proprio a causa della sua incompetenza cieca, probabilmente non saprà cosa farne, di tutti questi cocci.

 

 

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