Lo si è notato molte volte in quest’ultima campagna elettorale: pochissimi hanno parlato di contenuti. I temi più spinosi, in particolare, sono stati evitati, o semplificati a tal punto da essere snaturati, come le relazioni internazionali e la politica estera, spesso ricondotte alle sole tematiche d’immigrazione e Unione europea, o ridotte a slogan come “aiutiamoli a casa loro” – trasversale per appartenenza politica – e prima gli italiani”.

In questi ultimi mesi però, la cronaca internazionale si è fatta più calda su diversi fronti, e ora che la campagna elettorale è finita, non può più essere ignorata. In particolare, i rapporti fra Occidente e Russia sembrano essere terribilmente vicini al punto di rottura. Dopo il tentato omicidio di Sergej Skripal’ – il primo di cui si abbia notizia nel secondo dopoguerra per cui sia stato usato agente nervino su suolo europeo – il deputato laburista britannico Jeremy Corbyn ha accennato in un intervento parlamentare a una “nuova guerra fredda”. La decisione di Theresa May di espellere i 23 diplomatici russi, che a inizio settimana hanno lasciato definitivamente l’ambasciata londinese, per il parlamentare sarebbe stata affrettata. Il ministro degli esteri Boris Johnson invece, in un’intervista rilasciata martedì a Deutsche Welle, ha dichiarato che i ricercatori dell’istituto militare di Porton Down hanno la certezza categorica che l’agente nervino provenisse da fonti russe, e che quindi il governo britannico non aveva alternativa alle misure prese. Lo stesso Johnson è arrivato ieri a paragonare la Russia di Putin alla Germania del 1936, quando Hitler utilizzò le olimpiadi di Berlino a fini propagandistici – come il presidente della Federazione starebbe facendo con i mondiali di Russia.

La risposta russa alle accuse è stata veloce, ironica e sprezzante: l’ambasciata ha pubblicato un tweet in cui diceva che “In assenza di prove, abbiamo davvero bisogno di Poirot a Salisbury”; il presidente Putin ha espulso lo stesso identico numero di diplomatici inglesi dal suolo russo, e ha fatto chiudere un’importante associazione culturale come il British Council. Sicuro della sua intoccabilità, Putin non si è scomposto nemmeno davanti alle innumerevoli condanne provenienti da tutto il mondo occidentale. Schierandosi con il Regno unito, Germania, Francia e Stati Uniti hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui dichiarano di “aborrire” il tentato omicidio dell’ex spia russa Skripal’ e di sua figlia Julja, definito come “un attacco alla sovranità britannica”. Particolarmente rilevante è la reazione della Casa Bianca, perché si tratta della più forte presa di posizione contro la Russia dall’insediamento di Donald Trump, dopo le sanzioni per il Russiagate.

A seguito della prevedibile conferma di Putin a presidente della Federazione, il ruolo dell’Italia in questo clima di frizioni tra la Russia e i principali Paesi Nato – inasprito anche dal conflitto siriano – potrebbe diventare sempre più centrale, specialmente se alla guida del nostro Paese ci saranno forze che hanno preso a riguardo posizioni potenzialmente problematiche. Il fatto che non siamo stati coinvolti nell’azione congiunta di Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti, la dice lunga sul nostro ruolo in questo conflitto. Secondo Nathalie Tocci, dell’Istituto affari internazionali, è sintomo di una mancanza di credibilità sul piano estero, che deriva a sua volta dall’endemica instabilità politica italiana. Certamente, avere un governo di sola gestione degli affari correnti ci impedisce in questo momento di prendere posizioni forti – nonostante Gentiloni abbia espresso solidarietà a Theresa May in una telefonata in cui ha definito pienamente legittime le richieste di chiarimento di Londra.

In Italia, sono in realtà diverse le forze politiche che hanno sostenuto l’amicizia con la Russia, da Fratelli d’Italia al Movimento 5 stelle, da Forza nuova alla Lega. Ricordiamo poi tutti il sodalizio – inteso in senso letterale, oltre che istituzionale – che legava Silvio Berlusconi a Vladimir Putin. Tra i partiti che hanno vinto le elezioni però, la Lega è quella che più si è spesa per rinforzare i rapporti con la Federazione russa, specialmente in seguito all’elezione, nel 2013, del neo-consacrato leader del centrodestra Matteo Salvini a segretario della Lega. Proprio Salvini è stato la voce dissonante rispetto al coro di dichiarazioni sul caso Skripal’, dimostrando scetticismo nei confronti delle accuse al Cremlino. Il capo del Carroccio ha detto non credere “che ci siano alcuni governi a cui piace avvelenare le persone in tutto il mondo” e che “nel 2018 non si avvelenano le persone”.

Ma non è la prima volta che il capo della Lega si prodiga in stentate difese della Russia. Nel 2016 aveva annunciato di voler mettere in discussione la presenza italiana nella Nato, in quanto istituzione superata dalla fine della minaccia sovietica; da euroscettico, è sempre stato molto critico nei confronti delle sanzioni che l’Ue ha imposto alla Russia in seguito dell’annessione della Crimea (una notizia rilanciata martedì da un organo di stampa molto vicino al governo di Mosca); l’anno scorso, a seguito di un incontro con il Ministro degli esteri Sergei Lavrov, ha dichiarato di apprezzare la politica russa in Libia, sostanzialmente opposta a quella sostenuta dall’Onu, e ha ringraziato il Cremlino per l’intervento in Siria contro lo Stato islamico – in realtà Putin è intervenuto a sostegno del governo di Bashar al-Assad, e non contro l’Isis.

I rapporti del Carroccio con il Cremlino non si limitano però alle sole esternazioni di solidarietà. Il 6 marzo 2017 il segretario della Lega – allora “Nord” – si incontrava con Sergei Železnjak, delegato alle relazioni internazionali di Edinaja Rossija. Scopo della visita la firma di un trattato – in vigore per i prossimi 9 anni, a meno che una delle due parti non se ne tiri fuori nel 2022 –  che prevede lo scambio di informazioni sull’attualità russa e italiana e “sulle relazioni bilaterali e internazionali”, l’organizzazione di convegni e riunioni che coinvolgano i rispettivi parlamentari, e la promozione “attiva” delle relazioni tra i partiti, anche a livello regionale. Parte dell’accordo è persino la promozione di politiche “giovanili, femminili, culturali e umanitarie”, oltre alla cooperazione economica. I termini del contratto, non vincolante, sono vaghi e non è chiaro quali siano esattamente gli obiettivi dell’intesa, né come i due partiti intendano perseguirli. Soprattutto, non è chiaro che tipo di politiche femminili e umanitarie si possano sostenere con un Paese che ha recentemente introdotto il reato di propaganda gay, chiuso un occhio sulle orribili violenze delle autorità ai danni degli omosessuali ceceni, depenalizzato la violenza domestica e che continua a sopprimere le manifestazioni di dissenso con violenze e arresti.

Secondo un’indagine del congresso americano affidata al capo dell’intelligence James Clapper, l’interesse di Russia unita nella Lega non si limiterebbe al desiderio innocuo di stabilire un gemellaggio politico in amicizia. Il disegno di Putin sarebbe quello di finanziare i movimenti di destra, anti-establishment ed euroscettici europei allo scopo di destabilizzare l’Ue, e quindi la Nato, favorendo così il suo Paese sul piano politico ed economico. Secondo il Financial Times e The Atlantic, Putin punterebbe a stringere alleanze con i populisti di tutta Europa ed elevarsi a campione dei diritti conservatori, eroe delle destre mondiali. Quando era stato ipotizzato che la Lega Nord fosse tra i partiti europei destinatari dei finanziamenti, Salvini aveva liquidato la faccenda, come spesso accade, buttandola in caciara: “Una cazzata, una follia come le sanzioni alla Russia”. Così, mentre l’occidente si allinea contro la Russia di Putin, un probabile futuro presidente del Consiglio italiano prende posizioni opposte a quelli che dovrebbero essere i nostri alleati, Nato e Unione europea.

A prescindere dai soldi, Putin non è affatto nuovo a questo tipo di alleanze: è volato personalmente in Francia per stringere la mano a Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese; si è accordato con l’olandese Geert Wilders, il britannico Farage, l’austriaco Strache e, in Germania, ha avuto contatti con Franke Petry dell’Afd tedesco. Seppure non ci siano prove che stabiliscano definitivamente l’esistenza o meno di questi finanziamenti occulti, sono diversi i segnali che evidenziano lo stretto legame tra questi partiti e il Cremlino. In Italia, è nata recentemente a Milano un’associazione dal nome LombardiaRussia che vede nella terra di Putin “l’unico baluardo” di speranza in questo “delirio mondialista”. I membri dell’organizzazione si propongono di diffondere un’immagine del presidente della Federazione diversa da quella imperante nella stampa internazionale, che trovano ingiustamente negativa. L’associazione si definisce apartitica, eppure il legame con il Carroccio è evidentissimo: il presidente onorario è l’ultra cattolico di World Congress of Families, Aleksej Komov, personaggio chiave nei rapporti tra Marine LePen e il Cremlino, presente anche all’insediamento di Salvini alla segreteria del partito. Presidente di Lombardia-Russia è invece Gianluca Savoini, ex giornalista de La Padania, nonché ex-portavoce di Matteo Salvini stesso. Da sempre militante nella lega, Savoini è dal 1991 parte della consulta per la politica estera del partito, e si avanza persino l’idea che possa ottenere un incarico presso la Farnesina, nell’eventualità di un governo Cinque stelle-Lega.

In un rapporto del 2017, il thinktank The Atlantic Council aveva già individuato nell’Italia un Paese a forte rischio infiltrazione dei “cavalli di troia del Cremlino”. In effetti, se è vero che la strategia di Putin includerebbe le più grandi potenze occidentali, è anche vero che l’Italia, dal secondo dopoguerra in avanti, si è collocata in una posizione di ambiguità tra Russia e Occidente e costituisce quindi una conquista strategica per Mosca. Da un lato siamo l’unico Paese europeo in cui il numero di militari americani impegnati all’estero non è diminuito dai tempi della guerra fredda (il 15% delle truppe USA fuori dal territorio nazionale è nelle basi italiane) e l’influenza degli Stati Uniti nella politica italiana è rilevante dai tempi del piano Marshall; dall’altro, però, siamo stati lo spettro delle forze capitaliste negli anni in cui il Partito comunista italiano raggiungeva il 34%, e siamo i secondi partner commerciali più importanti per la Russia in Ue, secondi solo alla Germania: nel 2015 il volume degli scambi ammontava a 21 miliardi di euro.

Qualsiasi partito si troverà nella maggioranza di governo dovrà fare i conti con l’elefante nella stanza, la questione che tutti conoscono ma vogliono ignorare: il contesto internazionale si sta scaldando, non solo sul piano della Russia, ma anche nelle relazioni interne a all’Unione europea. Per non parlare del nord-Africa, dove nei prossimi anni le guerre potrebbero destabilizzare ancora di più il contesto politico. Se vogliamo che il nostro Paese abbia un ruolo di rilievo abbiamo bisogno di leader con una posizione chiara in ambito di politica estera.

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