Mancano quasi 1.5 milioni di euro dai rimborsi dei 5 Stelle - The Vision

Qualche giorno fa il blog dei Cinque Stelle ha condiviso il seguente post: “A seguito di alcune segnalazioni sulle rendicontazioni dei portavoce del Movimento 5 Stelle è emerso che Andrea Cecconi e Carlo Martelli non erano in regola con le restituzioni. Hanno immediatamente proceduto a effettuare il versamento al Fondo del Microcredito e sono stati segnalati ai Probiviri che decideranno sul provvedimento disciplinare da avviare nei loro confronti”. Le restituzioni a cui si fa riferimento riguardano la rinuncia parziale e volontaria alla propria paga da parte dei politici del Movimento. Parte dello stipendio confluisce nel “Microcredito Movimento Cinque Stelle”, un fondo legato al Ministero dello Sviluppo Economico e volto a favorire il credito alle imprese. Se già erano state sollevate polemiche su quello che veniva visto più come spot elettorale che come un’iniziativa alla Robin Hood, con quel post si è messo in discussione l’intero meccanismo di rinuncia agli stipendi.

Quanto riportato sul Blog è conseguenza di un servizio de Le Iene sui falsi rimborsi del Movimento. L’inchiesta ha creato una polemica nella polemica, perché se da una parte iniziavano a circolare le notizie sul suo contenuto – la nota del M5s ne è una prova – dall’altra il video non veniva trasmesso perché contrario alle regole della par condicio. Il servizio è stato poi pubblicato sul sito del programma, quando la bomba era ormai esplosa. L’inviato Filippo Roma, nei primi minuti del video, parla con un ex militante pentastellato, che rivela come alcuni pezzi grossi del Movimento violino costantemente la norma interna di restituzione di metà della cifra fissa del proprio stipendio. I nomi fatti dalla fonte anonima intervistata da Le Iene sono quelli di Andrea Cecconi e di Carlo Martelli, rispettivamente deputato e senatore uscenti, considerati due figure molto vicine al candidato premier Luigi di Maio.

Viste le polemiche di questi giorni e l'uscita del mio nome sulla questione dei versamenti mi è d'obbligo rendere…

Pubblicato da Emanuele Cozzolino Cittadino Portavoce M5S Camera Deputati su martedì 13 febbraio 2018

L’accusa, in breve, è di aver truccato il meccanismo di restituzione della propria metà di stipendio, in modo da far risultare la “donazione” al fondo delle Piccole e medie imprese senza che essa fosse avvenuta. Per evitare situazioni scomode di questo tipo, il Movimento aveva creato il sito Tirendiconto.it dove è possibile consultare le restituzioni dei vari senatori e deputati pentastellati, con tanto di copia del bonifico e un aggiornamento real time sul contributo di ognuno alle casse del fondo per le Pmi. “Andate a controllare sul sito, troverete le copie dei bonifici,” hanno dichiarato in coro Cecconi e Martelli, incalzati da Filippo Roma. E in effetti sul sito i bonifici compaiono. O meglio, a comparire è la presa in carico del bonifico. Nel fondo delle Pmi, però, buona parte di questi soldi non sono mai arrivati e il motivo potrebbe essere questo: l’internet banking permette di revocare la disposizione di un bonifico entro qualche ora. Quindi, dopo aver effettuato quel bonifico, si può tranquillamente scaricare il pdf con la presa in carico del pagamento e poi annullare il pagamento stesso. La sensazione è che quel pratico servizio sia stato utilizzato da alcuni dei parlamentari del Movimento Cinque Stelle per revocare i versamenti.

Luigi Di Maio e Andre Cecconi

Secondo quanto ricostruito da Le Iene, Cecconi, dal 2013 a oggi, non avrebbe versato circa 21mila euro, mentre Martelli non ne avrebbe versati 76mila. Certo, non c’è stata nessuna violazione della legge – gli altri parlamentari e senatori lo stipendio se lo tengono al 100% e quella del Movimento Cinque Stelle è una rinuncia volontaria – ma si tratta comunque di un pesante autogol per il partito che da anni si professa come l’alternativa anti-casta alla politica dei vitalizi, della disonestà e della mancanza di trasparenza. In questa situazione c’è un altro problema: Cecconi è in campo nell’uninominale per la Camera nel collegio di Pesaro-Urbino, nonché capolista nel proporzionale nel collegio Marche 2, mentre Martelli è capolista per il plurinominale nel collegio del Senato nella circoscrizione Piemonte 2. Entrambi hanno dichiarato di volersi tirare fuori dalla gara, ma il procedimento è molto complesso.

“Sono mele marce, vanno cacciate,” ha dichiarato Luigi Di Maio ai microfoni dei giornalisti. Un’affermazione che se da una parte mostra una presa di posizione netta da parte del candidato premier, dall’altro sembra ridimensionare un problema divenuto ormai patologico nel Movimento. Gli scandali pentastellati da qualche mese hanno cadenza sempre più frequente. La scorsa settimana è uscita la storia del candidato senatore Emanuele Dessì, che tra un ballo con un membro del clan Spada di Ostia e un post in cui raccontava di aver picchiato dei ragazzi romeni, risulterebbe assegnatario di una casa popolare per un canone irrisorio. Più o meno in contemporanea, è uscita la notizia del candidato del M5S all’uninominale in Campania Catello Vitiello, avvocato ed esponente della loggia massonica napoletana La Sfinge, che aderisce al Grande Oriente d’Italia. Nelle scorse settimane poi, all’alba della presentazione delle liste, è emerso come numerosi candidati pentastellati avessero un passato nei principali partiti italiani – anche qui, un elemento di per sé legittimo, ma poco in sintonia con la dialettica anti-casta e anti-partitica di cui il Movimento si fa da sempre portatore. C’è poi la vicenda che riguarda Fabrizio La Gaipa, candidato alle elezioni regionali siciliane, arrestato con l’accusa di estorsione nel novembre 2017 e tornato in libertà il mese successivo, dopo aver patteggiato la pena. O quella di Michele Panetta, in corsa per un posto da consigliere comunale a Reggio Calabria nel 2014 e recentemente arrestato anche per associazione di tipo mafioso. Si può poi aprire un capitolo a sé su Roma e l’amministrazione Virginia Raggi, con l’arresto del fedelissimo Raffaele Marra per corruzione, o la vicenda delle polizze vita che ha coinvolto la sindaca e il capo della sua segreteria Salvatore Romeo.

Raffaele Marra

Insomma, la vicenda di Cecconi e Martelli, dai media battezzata “Rimborsopoli”, potrebbe essere la punta di un iceberg. “Caso rimborsi, per M5S buco da oltre un milione. Altri nomi nel mirino” titola Il Sole 24 Ore; “Rimborsi M5S, buco diventa voragine” sottolinea AdnKronos. A mancare, a oggi, sono circa 1,5 milioni di euro, una cifra decisamente superiore alle “dimenticanze” di Cecconi e Martelli. Più che mele marce di un albero perfettamente sano, i due sono divenuti rappresentanti ad honorem di un marcio che si intuisce ben più profondo e radicato. Nelle ultime ore si stanno facendo avanti diversi pentastellati, in una corsa a metà tra il tragicomico e il patetico a chi si auto-denuncia per primo.

Il senatore Maurizio Buccarella si è autosospeso, ammettendo di aver revocato alcuni bonifici. “Credevo di poter chiudere quel conto corrente nei giorni immediatamente successivi (…), cosa che invece non ho fatto,” ha dichiarato in un lungo post su Facebook. Si è scoperto che anche la senatrice Barbara Lezzi, che figurava proprio al fianco di Di Maio durante l’intervista de Le Iene, non avrebbe ottemperato in toto alla regola della restituzione. Verifiche sono poi in corso su altri top player del Movimento, dalla candidata alla presidenza della Regione Lazio Roberta Lombardi, al senatore Michele Giarrusso – che ha dato la colpa all’addetto allo sportello – fino al deputato Danilo Toninelli.

In un articolo del 13 febbraio Wired, attraverso l’analisi dei dati di Tirendiconto.it, ha scoperto che da inizio legislatura a oggi esiste una tendenza da parte dei parlamentari 5 Stelle a ridurre gli importi restituiti ogni mese. E ad aumentare invece quelli delle spese per le quali si chiede il rimborso. Dalle ultime notizie sembrerebbe che anche l’irreprensibile Di Maio si fosse dimenticato – solo momentaneamente, eh – di versare la propria la parte di rimborso. A dimostrarlo ci sarebbe proprio la ricevuta del bonifico da lui effettuato. La data è quella del 9 febbraio, quindi a scandalo iniziato. Mentre si attende che altri parlamentari pentastellati si facciano avanti, diversi ex Cinque Stelle stanno accusando il Movimento di conteggiare nelle indagini anche i soldi che loro – ormai esterni al Movimento e dunque non sottoposti alla direttiva interna delle restituzioni – hanno continuato a versare al Fondo del Microcredito per dovere morale verso chi li aveva votati. Il buco sembra dunque destinato ad allargarsi ulteriormente.

Luigi Di Maio

A tutto questo si aggiunge un altro motivo di imbarazzo per i pentastellati: l’europarlamentare David Borrelli (uno dei tre soci dell’associazione Rousseau insieme a Max Bugani e Davide Casaleggio), tra gli uomini più potenti del Movimento, che s’è dimesso all’improvviso per transitare al Gruppo Misto. A rendere queste dimissioni quantomeno particolari è la loro giustificazione: “Motivi di salute”, contro i quali si è scagliato Francesco Bonifazi del Pd: “al Gruppo Misto non ci sono forse più dottori?”. Sono in molti a ritenere i motivi di salute una scusa per evitare forse un altro scandalo, le cui conseguenze potrebbero essere difficili da gestire, dato il peso specifico di David Borrelli. In passato Borrelli, quando era co-capogruppo del Efdd, aveva gestito i negoziati che all’inizio del 2017 avrebbero dovuto portare i grillini nel gruppo Alde dei liberaldemocratici. Un cambio che è fallito, e che ha costretto in sostanza Borrelli ad abbandonare la co-presidenza del gruppo. Infine, ulteriore motivo di imbarazzo, l’assunzione della compagna di Borrelli a Bruxelles da parte di un’altra eurodeputata, Isabella Adinolfi.

David Borrelli

Un partito che si è presentato sin dall’inizio come onesto, trasparente, vicino ai cittadini, dove il Di Battista di turno rinuncia a un posto in Parlamento per dimostrare che no, a lui per la poltrona non ha interesse, o dove centinaia di parlamentari si tagliano lo stipendio perché loro sono come noi, gente del popolo che vuole il bene di tutti e non il portafogli gonfio, diversamente dalla casta che mette se stessa davanti ai cittadini che rappresenta. Oggi il Movimento sta vivendo sulla propria pelle quello di cui per anni ha accusato gli altri. Il sospetto tramutato in accusa con tanto di processo mediatico, la logica del fare di tutta l’erba un fascio (deputato corrotto = partito corrotto), le migliaia di condivisioni su Facebook che accusano anche chi con lo scandalo c’entra poco o nulla. Di Maio e il resto della capitaneria del Movimento stanno provando a tenere le redini della nave nel mare in tempesta. C’è però un grande problema: lo stanno facendo utilizzando la solita, ripetitiva e ormai poco credibile dialettica dell’onestà. Basta leggere due dichiarazioni del candidato premier delle ultime ore. “Questa vicenda sarà un boomerang per tutti i partiti che ci stanno attaccando perché ora per i cittadini è chiaro che noi abbiamo restituito 23 milioni di euro mentre gli altri si sono intascati fino all’ultimo centesimo,” da leggere come il solito attacco agli altri partiti, dimenticando quello che succede nel proprio. “Abbiamo dimostrato che se c’è qualcuno che fa il furbo noi lo mettiamo fuori. Qui invece gli altri partiti li fanno ministri o li candidano in giro per l’Italia come la Boschi, per provare a salvarla in Parlamento”.

Per mantenere una certa dignità di fronte allo svolgimento dei fatti, Di Maio e soci hanno deciso di puntare su quella stessa strategia che ha permesso l’ascesa e l’affermazione del Movimento – onestà, trasparenza, vicinanza al popolo. Il leader ha dichiarato che sì, “Ho sbagliato a fidarmi dell’essere umano,” passando però subito al contrattacco: “Oggi vi facciamo vedere tutto”. Siamo pronti a vedere: ormai, il giocattolo, già da tempo difettoso, sembra essersi definitivamente rotto.

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