Forse anche voi ieri sera avete avuto la curiosità di vedere come se la cavava Matteo Renzi in prima serata su La7. Da solo, visto che Di Maio gli aveva dato buca. Anche voi a un certo punto vi sarete resi conto di assistere a uno spettacolo non imperdibile, certo, ma nel suo genere abbastanza unico: un leader politico attirato in un talk show con l’illusione di uno scontro diretto con Di Maio, poi indiretto con Di Battista, poi neanche quello, e accerchiato da un quartetto di giornalisti insolitamente agguerriti. Ne è uscito bene? Per i renziani ovviamente sì: è stato coraggioso e si è battuto come un leone. Bene, bravo, bis. Chi renziano non è – ed è anzi un po’ refrattario a farsi andare giù il personaggio – si sarà facilmente fatto l’idea opposta: lo hanno fatto a pezzi, asfaltato, e così via. Forse la verità sta nel mezzo? No, piuttosto agli estremi.

Un dibattito in TV non è un match sportivo: infatti ognuno può decidere che la propria “squadra” abbia trionfato sugli avversari, e trovare argomenti per corroborare la propria opinione. La forza dei talk show non è la sbandierata capacità di orientare un bacino di indecisi che probabilmente a quell’ora guarda altre trasmissioni, la forza dei talk show sta proprio nell’ambiguità, nella capacità di rivolgersi contemporaneamente a pubblici diversi – renziani e antirenziani, in questo caso – con messaggi antitetici: “Renzi è alla frutta!”, “No, Renzi è un leone!”. Win-win. Ha fatto bene Di Maio a tirarsi fuori e ha fatto bene Renzi ad andare. Chi dà del fifone a Di Maio non lo avrebbe comunque trovato convincente e non voterà per lui, chi detesta Renzi non avrà certo cambiato idea dopo lo show di ieri sera, perché le uniche prediche che funzionano in TV sono quelle ai “convertiti”.

“Io ho perso, nella politica italiana non perde mai nessuno. Non vincono, ma non perde mai nessuno. Ma io sono diverso, ho perso,” diceva Renzi durante lo spoglio del referendum, un anno fa.

E però, anche ai suoi convertiti, cosa ha raccontato Renzi ieri sera? Quasi metà del dibattito ha gravitato intorno allo stesso concetto: il Segretario del PD ha perso. Non poteva che andare così: ci sono appena state le elezioni in Sicilia e senz’altro Renzi non poteva dire di averle vinte. E infatti ha subito ammesso di averle perse. Onesto, no? Del resto i concession speech sono sempre stati una sua passione: i discorsi migliori li ha pronunciati quando doveva ammettere una sconfitta – al punto da far sospettare che la sua missione storica sia proprio quella: visto che la sinistra comunque perde, almeno prendiamoci uno che incassa con stile. Renzi stesso ha spesso rivendicato questa sua caratteristica: lui non è come quei politici da Prima Repubblica che non ammettevano mai le sconfitte, lui le ammette subito, a volte a schede non del tutto spogliate. Da questo punto di vista, è difficile considerare il talk di ieri un tranello: Renzi sapeva che gli avrebbero chiesto conto di una sconfitta e si è preparato, come si prepara sempre in questi casi. Che sportivo.

Peccato però che non ci fosse nessuna sconfitta da ammettere, stavolta.

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Perché, numeri alla mano, il PD in Sicilia non ha perso un granché: ha preso quasi esattamente gli stessi voti di quattro anni fa – e nel frattempo c’è stata una scissione importante a sinistra. Una delle tante dimostrazioni del fatto che Renzi non sta portando in questo momento nessun valore aggiunto: in Sicilia, come altrove, nessun indeciso si avvicina al PD grazie alla leadership di Renzi. Se al suo posto ci fosse un altro candidato, il PD siciliano probabilmente non fletterebbe. E forse è questo il dato che infastidisce Renzi, più che un risultato prevedibile e previsto. Gli antichi notabili della Prima Repubblica, quelli abituati a non riconoscere nessuna sconfitta, avevano interiorizzato un semplice principio della comunicazione: chi dice “ho perso” non sembra meno perdente. La sconfitta è una cosa appiccicosa: te la rinfacceranno sia che la neghi sia che l’ammetti. Tanto vale glissare e parlar d’altro.

Renzi non ne è capace. Dicendo “io ho perso”, almeno riesce ancora a dire “io”: a scacciare il sospetto della propria irrilevanza. È a quel punto che scatta un tranello, perché a quanto pare le sconfitte rivendicate per Renzi sono come le ciliegie: una tira l’altra. Basta che Floris lo incalzi un po’ e Renzi è pronto a ricordare che il suo PD ha anche perso Roma, ha perso Torino, ha perso persino Livorno, e il referendum! Non dimentichiamo che Renzi ha perso il referendum. In un’ora di discussione, almeno mezza è stata spesa così: a ribadire le proprie sconfitte, a rivendicare con orgoglio scelte tattiche che evidentemente non hanno funzionato. Perché fuori dai talk ci sono ancora vincitori e vinti, e Renzi da due anni a oggi appare sempre più tra i secondi. Il punto è che non fa nulla per scrollarsi questa immagine di dosso, a volte sembra quasi compiacersene. Ai suoi, evidentemente, piace così, ma a tutti gli altri?

Nel frattempo alla Casaleggio Associati hanno di che brindare. Due settimane fa Maria Elena Boschi (braccio destro di Matteo Renzi, nonché sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio) sfida Luigi Di Maio a un dibattito televisivo “sulla questione bancaria”. Di Maio prende tempo, perché è molto impegnato con la campagna elettorale in Sicilia, e all’ultimo momento rilancia, sfidando direttamente Matteo Renzi. Proprio alla vigilia delle regionali. Qualcun altro a questo punto avrebbe ricordato a Di Maio che c’era un impegno precedente da onorare, e che la Boschi attendeva ancora una risposta. Sarebbe stato un modo abbastanza elegante di evitare la trappola e mantenere un minimo di distanza. Perché per un elettore del PD, in fondo, questo Di Maio chi è? Il candidato presidente del Consiglio del M5S, ma perché? Perché sulla piattaforma Rousseau ha preso trentamila preferenze. Certo. Renzi, anche nel momento più difficile – il fallimento del referendum – è riuscito a trovare un milione di persone che votassero per riconfermarlo Segretario del PD. Insomma, non sarebbe stato sbagliato imporre a questo Di Maio un po’ di trafila. Sarebbe anche stato un bel gesto nei confronti di una collaboratrice leale come la Boschi.

Renzi ha deciso diversamente, senza preoccuparsi di legittimare il suo avversario. Era sicuro di poterlo battere in qualsiasi salotto televisivo, a qualsiasi orario, con le sole armi della sua eloquenza. Chissà se alla Casaleggio Associati hanno pensato, anche solo per cinque minuti, di mandare davvero Di Maio da Floris. Non che abbia molta importanza. È bastato aspettare il risultato delle elezioni siciliane – nemmeno troppo positivo per il M5S – per trovare la migliore delle scuse: il M5S ha già un candidato premier, il PD forse no. Renzi era disposto a legittimare l’avversario, pur di dividere con lui una tribuna: la Casaleggio Associati ha avuto buon gioco a delegittimarlo all’ultimo momento. Magari, vista da una giusta angolatura, è davvero una situazione win-win. Non dalla mia, certo.

 

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