Ai politici italiani interessa solo diventare virali - The Vision

In questa era digitale, dove i leader politici tendono a gareggiare anche sui social network, i trending topic vengono da loro spesso ripresi (sarebbe più corretto dire dai loro social media manager) con lo scopo di mostrare alla gente vicinanza e interesse per ciò che accade da parte del personaggio. Gli interventi dei capi di partito, quasi scontati quando si parla di questioni di interesse nazionale (terremoti, crimini particolarmente efferati, ricorrenze, partite della nazionale di calcio), fanno però più notizia quando si inseriscono in discussioni più frivole come il Festival di Sanremo o quando interagiscono con dei volti noti della televisione o del cinema.

Recentemente, è accaduto con Nadia Toffa, la giornalista de “Le Iene” che ha rivelato in tv di aver avuto un cancro. A seguito del suo breve messaggio, è partita una vera e propria ondata di tweet e post su Facebook da parte di più o meno noti, che sommandosi a quelli di noi comuni mortali hanno prodotto decine di migliaia di messaggi di solidarietà, tra cui anche quello del segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, che sulla sua pagina Facebook le ha dedicato un post sentito:

C’è da dire che il segretario dem è sempre stato particolarmente attivo sui social network (Twitter in particolare) commentando frequentemente avvenimenti o fatti non inerenti la politica, come ad esempio le tappe del giro d’Italia, sua grande passione.

Un trending topic decisamente più leggero su cui i leader politici si sono “fiondati” era stato in precedenza il monologo recitato da Fiorello durante l’ultima edizione del Festival di Sanremo. La manifestazione canora è sempre stata seguita e commentata da molti esponenti del mondo della politica e talvolta si è voluto dare un significato – in modo più o meno strumentale – alle canzoni in gara e persino al loro posizionamento nella classifica finale. Con l’avvento dei social network tutto si è amplificato e per il politico è diventato quasi “doveroso” scrivere qualcosa sull’evento che per quattro giorni tiene milioni di persone incollate al televisore. Fiorello è stato così immancabilmente commentato da Renzi che su Twitter ha scritto: “Ha già vinto lui: #Fiorello superstar. Oggettivamente il numero uno”.

Da Luigi Di Maio, definito dallo showman “il toy boy di Orietta Berti che potrebbe vincere le elezioni”, che ha condiviso il video replicando con un “lo prendo come un augurio” e addirittura dal leader di Leu, Pietro Grasso, che si è sentito chiamato in causa quando il presentatore ha definito il cartello elettorale che riunisce le forze a sinistra del Partito Democratico “Liberi e belli, quelli dello shampoo”. L’ex magistrato ha risposto ironicamente “e sì, siamo anche belli”.

Questa corsa ad accaparrarsi il “consenso digitale” è sempre pulita o c’è chi bara? In verità i profili dei capi di partito sono spesso “dopati” da un’enorme quantità di follower e seguaci falsi. Per falsi si intendono quei profili che seguono su Twitter o mettono il like sulla fanpage di Facebook del personaggio ma che nel migliore dei casi non sono minimamente interessati agli argomenti trattati (spesso sono profili di persone di altri Paesi che neanche sanno leggere la lingua), nel peggiore si tratta di cosiddetti “bot”, profili di personaggi inesistenti creati appositamente per diffondere contenuti in modo meccanico e per “gonfiare” i numeri delle pagine. Una recente stima pubblicata da Repubblica utilizzando i dati forniti da Cnr e Policom, ha svelato che la maggior parte dei follower Twitter dei principali leader politici italiani sono falsi. In questo caso si è tenuto conto dei cosiddetti “utenti inattivi”, ovvero quegli utenti che non hanno prodotto alcun tweet in un tempo stimato di 90 giorni, oppure che hanno prodotto meno di 3 tweet dal momento della creazione del loro profilo. Gli “utenti inattivi”, nella quasi totalità dei casi, sono da considerarsi profili falsi. Scopriamo così che i 3,3 milioni di follower di Matteo Renzi sarebbero in realtà poco più di 400mila (il 12%), che dei 276mila di Luigi Di Maio i reali sarebbero poco meno di 68mila (25%), quelli di Matteo Salvini 100mila a fronte di oltre 640mila dichiarati (16%) e così via.

Facile ipotizzare numeri simili per quanto concerne le fanpage di Facebook, dove le interazioni con i post dei leader sono spesso molto basse rispetto al potenziale pubblico e dove scorrendo i like e i fan è facile trovare profili palesemente falsi o quelli di stranieri che scrivono con altri alfabeti (arabi, asiatici). Lo stesso Facebook, infatti, pur assicurando target sempre più precisi e selezionati a chi paga per aver maggior visibilità, non può garantire l’infallibilità. Basta infatti che un mite utente birmano apponga qualche like sulla fanpage di Laura Pausini o che condivida delle foto di Roma prese da qualche pagina creata in Italia, che il suo profilo finisca nell’algoritmo che definisce il pubblico delle sponsorizzate. Al resto pensa lo stesso politico, che pur di apparire “pop” magari cita la nota cantante italiana in qualche post, facendo rientrare automaticamente il mite birmano nel suo pubblico. In fondo parliamo di macchine e le macchine eseguono delle operazioni predefinite.

Il 5 marzo sapremo quanto la presenza social dei vari leader politici – più o meno “dopata” – sarà proporzionata ai voti reali, quelli che non si possono moltiplicare con i retweet, le condivisioni e i like. Perché nel loro caso delle croci disegnate a matita su dei fogli di carta valgono assai più di un trending topic di successo.

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