Siamo ancora nella palude della Prima Repubblica - The Vision

Mentre l’Italia attende con ansia i risultati delle consultazioni, esponenti politici e opinionisti hanno già salutato la nascita della Terza Repubblica. Tutto molto curioso, visto che l’unico “evento” sono state le elezioni – che per quanto sia vero che negli ultimi anni rappresentino qualcosa di eccezionale, in una Repubblica democratica costituiscono la norma, almeno ogni 5. Per tale motivo, prima di esporre fiocchi rosa davanti al Quirinale, bisognerebbe osservare come e perché nasce una nuova “Repubblica” e come si fa a comprendere quando il sistema politico cambia realmente pelle. Le Repubbliche – in questo i nostri “cugini” francesi d’oltralpe sono maestri – cambiano, o meglio si numerano, quando avviene un mutamento sostanziale del sistema istituzionale. Per affermare questo, insomma, servirebbe una modifica vera della Parte Seconda della Costituzione (che inizia dall’art. 55 e che va appunto sotto il nome di Ordinamento della Repubblica), che regolasse all’interno del regime repubblicano un diverso assetto di poteri.

La storia politica e istituzionale italiana ci mostra una fotografia specifica in cui nasce la Prima Repubblica, scattata con il risultato elettorale del referendum istituzionale del 2 giugno del 1946, quando i cittadini furono chiamati a scegliere la forma di governo di cui si sarebbe dovuto dotare il Paese. L’Italia veniva da un’esperienza monarchica che aveva caratterizzato la sua vita politica, seppur con diverse fasi dall’Unità fino all’avvento del fascismo, che ne aveva man mano indebolito l’autonomia, senza mai sopprimerla; quel 2 giugno l’Italia trasformava la propria pelle istituzionale attraverso un passaggio cruciale, e iniziava così la sua fase repubblicana – una transizione conclusasi sono un anno e mezzo più tardi, con l’approvazione e l’entrata in vigore della Costituzione italiana.

Ecco, in realtà la transizione non fu del tutto conclusa, manifestando così tutta la sua italianità.

Infatti non tutto ciò che garantiva il funzionamento della Repubblica, e i pesi e contrappesi di un sistema quasi esasperatamente garantista, trovò immediata applicazione. La Corte Costituzionale iniziò a espletare le proprie funzioni solo nel 1956; il Consiglio Superiore della Magistratura addirittura due anni più tardi. Ma ciò che nella storia, riletto all’indietro, sembra paradossale, è che la legge attuativa (l. n. 352/1970) del Referendum abrogativo e l’istituzione delle Regioni ad autonomia ordinaria arrivarono solo nel 1970. Detto questo, giusto per non essere troppo pignoli, è possibile affermare che l’alba della Prima Repubblica italiana è da individuare nel giorno del Referendum istituzionale del 2 giugno ’46 e che la transizione fu molto lunga.

Firma della Costituzione
Il discorso d’insediamento del presidente Saragat

Individuata con facilità la nascita della Prima Repubblica, possiamo passare al momento in cui sarebbe sorta la Seconda, facendo un balzo in avanti di quasi mezzo secolo. A sancirne il passaggio si riconosce una serie di avvenimenti che caratterizzarono a livello sia politico, sia mediatico l’inizio degli anni ’90: tra questi fatti si sono sicuramente la vicenda giudiziaria di Tangentopoli, il superamento dei partiti di massa che avevano caratterizzato gli anni repubblicani fino ad allora, le riforme elettorali a vari livelli e, più in generale, il riequilibrio e l’elasticità dei poteri dello Stato. Pur riconoscendo l’importanza di molti di questi cambiamenti del panorama politico, quello che difficilmente si riesce a osservare – probabilmente annebbiati dagli stravolgimenti di quegli anni – è che il passaggio generalmente riconosciuto dalla Prima alla Seconda Repubblica italiana non trova in realtà appiglio concreto in nessuna riforma delle istituzioni iscritta nella Carta fondamentale dello Stato – quella Parte seconda – Ordinamento della Repubblica di cui si parlava in precedenza.

Bettino Craxi

Achille Occhetto

La confusione nasce probabilmente dalla forte concatenazione degli eventi politico-mediatico-giudiziari accaduti fra i 1989 e il 1994, che hanno generato una serie di transizioni epocali, ma non a livello “istituzionale”. Come quella della fine dei partiti tradizionali, iniziata con la svolta della Bolognina, poi culminata con lo scioglimento del Partito Comunista Italiano nel 1991; o la fine della Democrazia Cristiana, o ancora l’estinzione del Partito Socialista Italiano sotto i colpi di avvisi di garanzia. Fatti che si mescolano nel caos tipico della vita politica italiana, diventando tutt’uno con lo stravolgimento generale delle prassi istituzionali – attenzione, delle prassi, non delle istituzioni. Come quando l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro scelse la strada extraparlamentare per la guida del Governo, nel tentativo di ridare dignità a istituzioni che si trovavano sotto il fuoco incrociato di magistratura e opinione pubblica. In quella fase, Carlo Azeglio Ciampi giurò come presidente del consiglio dei Ministri, diventando così il primo presidente dell’era repubblicana a non sedere in Parlamento al momento della nomina. Erano gli anni in cui veniva teorizzata l’idea del “governo del Presidente” e in cui si accusava, più o meno esplicitamente, l’inquilino del Quirinale di tentare una svolta in chiave presidenziale delle istituzioni italiane.

Mario Draghi, Carlo Azeglio Ciampi, Antonio Fazio, 1993

La verità è che nulla di tutto ciò stava avvenendo, eppure la percezione di quel periodo suggeriva che qualcosa stesse cambiando. La magistratura, attraverso il pool di Mani Pulite, indagando su una serie di transazioni economiche che portarono alla scoperta della Maxitangente Enimont, accertò un sistema di corruzione che avvolgeva e stravolse l’intera classe politica italiana. Era la prima volta che la Magistratura arrivava a compiere un’indagine contro personalità direttamente collegate alle istituzioni, a tal punto da determinarne indirettamente la fine di un’epoca – politica, non istituzionale. In quel contesto si inserì anche una volontà di autoriforma del sistema, che passava per il referendum abrogativo del 1991 e uno dei quesiti di quello del 1993, riguardanti la normativa elettorale. Il responso mediatico – che successivamente divenne anche politico – consigliò di improntare il sistema per le elezioni in chiave prettamente maggioritaria. Così venne dato all’Italia il Mattarellum – la legge elettorale con cui si votò alle politiche dal 1994 al 2001 e con cui, salvo qualche piccola modifica, si è votato anche il 4 marzo – quel sistema prettamente maggioritario che mandava in pensione il proporzionale che aveva caratterizzato tutta la Prima Repubblica. In questo contesto di riforme, vennero approvati altri due meccanismi elettorali, che prevedevano l’elezione diretta del sindaco e del presidente della Regione. Per molti osservatori, furono queste riforme elettorali a concludere la transizione, aprendo la strada alla Seconda Repubblica. Eppure non vi fu alcuna Riforma della Parte Seconda della Costituzione, né alcuna riforma delle Istituzioni.

Oscar Luigi Scalfaro e Silvio Berlusconi

Una Riforma, in realtà arrivò nel 2001 con la Modifica del Titolo V, quello relativo all’autonomia delle regioni. Un passaggio contestato e per molti aspetti rivoluzionario, che addirittura poteva essere visto come l’ultimo e definitivo atto attraverso cui chiudere il ciclo della transizione iniziata nei primi anni Novanta. Il problema è che non tutti hanno riconosciuto tale cambiamento come abbastanza valido da sancire una complessa trasformazione, sempre e comunque orfana, va ribadito, di una riscrittura costituzionale in grado di superare il bicameralismo paritario e il parlamentarismo, o almeno uno dei due.

Oggi si parla, a sproposito, dell’avvio della Terza Repubblica. Come si è visto, però, non è la prima volta che si inneggia alla possibilità di un nuovo periodo della storia repubblicana; e la colpa probabilmente è da ricercare proprio nei processi che hanno portato a pensare alla nascita della Seconda Repubblica, un precedente che crea confusione. Tant’è che ogni riforma e transizione partitica porta sempre a parlare di una nuova fase istituzionale. Basti prendere la nascita del Partito Democratico nel 2007 e quella successiva del Popolo della Libertà e metterle in relazione con le elezioni Politiche del 2008. Furono in molti, in quel caso, a dire che era nata la Terza Repubblica, o almeno a ipotizzare che fosse finita la storia dei partiti ideologici con quella transizione lunga sedici anni.

Nascita del Partito Democratico

Le analogie con quanto stiamo vivendo oggi sono numerose, con un risultato elettorale che mette in evidenza una crisi dei partiti sistemici a vantaggio di chi punta sulla novità del cambiamento – dei volti più che delle politiche. Inneggiare oggi alla nascita di una nuova fase partitica italiana, quindi, se non è errato è quanto meno prematuro, come lo era dieci anni fa. Come è assolutamente sbagliato considerare come atto fondamentale di questa trasformazione la riforma di un meccanismo elettorale. Se ciò dovesse corrispondere al vero, dovremmo valutare passaggi fondamentali come l’entrata in vigore del Porcellum e dell’attuale e altrettanto contestato Rosatellum – potremmo essere già alla Quarta o Quinta Repubblica insomma. Ma ciò che manca, soprattutto, è una Riforma Costituzionale che sancisca una modifica reale, sostanziale e soprattutto duratura nel tempo.

Manca, e fin quando ciò non accadrà, un vero tavolo di confronto che somigli più a un’assemblea costituente che a una commissione bicamerale; che sia espressione di condivisione politico-istituzionale e non relegata a proclami post-elettorali; che sia qualcosa di davvero possibile, e non solo auspicabile. Allora sì, che saremo realmente a un passo da un cambiamento storico e generalmente riconosciuto. Fin quando ciò non accadrà, non solo parleremo del nulla, ma probabilmente arriveremo a un conteggio in doppia cifra delle fasi repubblicane, senza renderci conto che in realtà siamo ancora immersi nella palude della Prima Repubblica, quella del 1946.

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