Quello che l'odio per Laura Boldrini racconta di noi - The Vision

Laura Boldrini è il punching ball politico prediletto di questi ultimi anni. Bersagliata dagli insulti di Matteo Salvini, dei grillini e delle destre, si è dimostrata un’eccellente catalizzatrice di odio. È la terza donna presidente della Camera, dopo Nilde Iotti e Irene Pivetti, e certamente la più detestata: le si augura sistematicamente lo stupro e la morte, in un’escalation ricorrente, su Facebook ma pure a mezzo stampa, di sfottò ed epiteti osceni. Epiteti e sfottò che perlopiù affondano nell’intimità personale, nella dimensione corporea e sessuale. Nessun esponente politico subisce un trattamento del genere: Laura Boldrini è forse il peggior politico italiano in circolazione? Difficile sostenerlo. Cosa fa allora alla gente? Dove affondano le radici di quest’odio virale?

Non si tratta tanto di accordo o disaccordo politico: sembra che su di lei più che altro vengano dirottati sentimenti e frustrazioni che qualificano soprattutto chi li esterna. Lo ricorderete, l’anno scorso a Cremona ci fu un episodio emblematico. Trovata sul palco una bambola gonfiabile durante il suo comizio, Matteo Salvini commentò: “C’è una sosia della Boldrini qua sul palco”. Un piccolo, ignobile rito sessista: Boldrini venne trasfigurata in gadget da sexy shop, una “donna” che compare solo quando ti serve. La penetri, la sgonfi e sparisce. Il voodoo denigratorio messo in atto in quell’occasione descrive al meglio il gusto tipicamente italiano di mortificare le donne, gusto che diventa occasione d’intrattenimento collettivo. Salvini lanciò pure l’hashtag #sgonfialaboldrini. Boldrini bambola, pallone gonfiato. Che vuole questa che ci impone i gay, le femministe, i barconi? Altro momento memorabile di questa mica-tanto-piccola storia del livore fu la gogna mediatica scattata col post di Beppe Grillo “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”. Come va tanto di moda oggi, il leader del Movimento 5 Stelle non ebbe bisogno di fare poi molto: conoscendo i suoi polli, gli bastò dare il la con quella domanda iniziale perché nei commenti si scatenasse la furia misogina.

La congiunzione tra donne e potere sciocca, soprattutto se non passa – come ha provato a inculcarci il modello Berlusconi – attraverso una preventiva legittimazione maschile, o se non gode della protezione di qualche uomo. Tra l’altro Boldrini, dopo l’abbandono di Sel, ora non ha più neppure un partito: è attaccata da destra e ben poco difesa dalla sinistra, anche perché quel che Boldrini fa è oggettivamente rischioso. La presidente della Camera porta avanti, infatti, sin dall’inizio del suo incarico, una critica sistematica al populismo. È la paladina di quello che i trogloditi chiamano sprezzantemente “politicamente corretto” o “buonismo”  – per rivendicare, in realtà, la libertà di offendere e diffondere insulti a loro piacimento.

Boldrini si oppone a tutta quella “cultura” di massa ipertradizionalista, fatta di odio per le minoranze ed estranea alla cultura dei diritti, che oggi sui social è assai battagliera. Non asseconda gli umori e le idiosincrasie del popolino, che è invece quello che ormai la sinistra italiana ha imparato a fare per poter competere con le forze politiche che puntano tutto su stereotipi e pregiudizi. E il guaio è che lo fa essendo donna.

Non dovrebbe stare lì, è ingiusto, è innaturale: il potere in mano alle donne è fastidioso, destabilizzante. Boldrini diventa la donna che osa chiederci di accettare la dignità dei migranti, che si oppone ai respingimenti, che vuole “farci invadere dai barbari”. Bersaglio dell’antipolitica, del sessismo e dei razzisti, la sua pagina Facebook è bersagliata di insulti e minacce, fa da sfiatatoio per gli umori bassi del Paese, è mirabile richiamo per i supereroi del cyberbullismo. Usata come antistress per la frustrazione e la vigliaccheria di chi spesso commenta spinto semplicemente dal contagio emotivo, senza capirci granché di scelte politiche e responsabilità, Boldrini ripropone l’arcaico stilema del Capro Espiatorio, ha tutte quelle caratteristiche che aprono la strada all’insulto misogino, è una specie di medium in grado di rievocare abilmente i mostri del nostro retaggio nazionalpopolare – ormai più nazi che pop.

C’è poi una strana distonia tra la sua importante carriera internazionale e il giudizio che le sue prese di posizione suscitano. Boldrini parla dei migranti, è vero, ma lo fa con un’innegabile cognizione di causa: è stata per molti anni portavoce dell’alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati. Eppure “boldrinismo” è ormai usato da tutta una certa parte politica come marchio del ridicolo. Le sue battaglie linguistiche per aggiornare il linguaggio di cariche e professioni poi indispongono particolarmente: danno sui nervi “sindac-a”, “ministr-a”, l’uomo medio non vuole che i suoi pregiudizi vengano messi in discussione, e spesso neanche le donne apprezzano.

Le campagne d’odio della stampa di destra la strumentalizzano facilmente: “Gli italiani sono ignoranti, così Boldrini vuole rieducarci”, “Vuole insegnare a scrivere ai giornalisti!”. E come se non bastasse arrivano ciclicamente le fake news sui social a fomentare l’odio, inventando vicende legate alla sua vita privata o dichiarazioni pubbliche mai rilasciate, tipo: la Boldrini nuda in vacanza; sua sorella è a capo di 340 cooperative di assistenza agli immigrati (in realtà la sorella è morta da anni e nella vita restaurava affreschi); la presidente della Camera vuole abbattere i monumenti fascisti; ha difeso gli stupratori di Rimini e così via. Su Facebook le bufale costruite ad hoc diventano virali e hanno effetti reali: fomentano gli hater, incentivano l’amato sport nazionale del “tiro alla Boldrini”.

Nel famoso scontro con Di Battista sui vitalizi, a molti diede palesemente fastidio che una donna si fosse imposta chiedendo rispetto. Non a caso Bonafede, dei 5 Stelle, in quell’occasione eruppe: “Non è né la maestra né la madre di Di Battista”. Nessun uomo sarebbe stato trattato così. Il femminile in politica viene ricondotto alla dimensione personale, familiare: la mamma, la maestra, non riusciamo ancora a emanciparlo da questo sfondo tradizionale. Dietro il sottile velo del ruolo istituzionale c’è subito una madre impertinente, una moglie che deve stare al suo posto, una partner da ridicolizzare. Una tragica prospettiva originariamente maschile, condivisa in realtà da tutti, uomini e donne.

Laura Boldrini è vista come l’insopportabile educatrice, la pedagoga noiosa che ha la pretesa di dire che ciò che normalmente molti fanno – odiare i migranti, insultare le donne – è sbagliato. Per molti è la precettrice invadente, la snob petulante che ci viene a dire come dobbiamo parlare. E come se non bastasse, da donna afferma la sua autorità di fronte agli uomini, e questo è inaccettabile. La sua immagine solida, ferma, non fa parte della nostra classe politica. Il suo aspetto è piacevole ma non sensuale. È comunicativa, ma non esattamente divertente o simpatica. Non ammicca, e questo indispone, snerva, inquieta. Non urla, non è volgare. Manda fuori di testa il commentatore medio che vorrebbe vedere riflesse nell’esponente politico – come spesso accade – la sua aggressività e volgarità.

Chi dice che Laura Boldrini viene attaccata perché incapace legittima la violenza, la autorizza: chi lo fa ribalta lo scenario e le attribuisce la responsabilità del fatto che la gente la chiami “troia” e “puttana”. E fa specie che, mentre qui da noi viene ricoperta di insulti, negli Stati Uniti finisce in prima pagina sul New York Times col suo progetto innovativo contro le fake news: un esperimento condotto in 8.000 scuole italiane dove è stata introdotta l’ora di “educazione anti-bufale” per allenare i ragazzi al senso critico, anche online.

Nel discorso pubblico manca del tutto, e non è una novità, la coscienza di una distinzione fondamentale: quella tra l’attaccare una scelta politica e l’augurare pubblicamente lo stupro e la morte. Si può non essere d’accordo con Laura Boldrini, la si può persino trovare antipatica, ma questo non può legittimare lo scolo scurrile di offese e minacce.

A qualsiasi livello una donna arrivi, pare proprio che la sua autorità non la proteggerà mai dall’essere agguantata – per fortuna il più delle volte esclusivamente verbalmente e virtualmente – e ridotta a corpo giudicato, denigrato. Perché la sua natura fisica, la sua immagine, resta la cosa più interessante per lo sguardo maschile: è questa che viene chiamato sistematicamente in causa, e che viene sfruttata come arma subdola, impari. In questo trionfo dell’opposizione ad personam, di cui il trattamento riservato a Laura Boldrini è paradigma assoluto, un confine non esiste. Di fronte a una donna non si riesce quasi mai a restare al semplice confronto di opinioni, tutto immediatamente dev’essere scaraventato sul piano privato, personale. Ogni essere umano di sesso femminile resta inevitabilmente, per lo sguardo maschile che ancora ci domina, a disposizione.

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