Lo scorso 8 giugno – giorno delle elezioni generali nel Regno Unito – il partito laburista ha indiscutibilmente perso. È stata una vittoria clamorosa.

Non solo Jeremy Corbyn, alla guida del partito, era riuscito a confermare una leadership salda dopo un traballantissimo anno di incertezze, tradimenti e inazione, il Labour aveva anche ottenuto il più significativo incremento di voti dal 1945. Questo perché Jeremy Corbyn, un uomo il cui intero guardaroba è costituito da quelle camicie che appoggi sul servomuto a prendere aria e poi non rimetti mai più, aveva conquistato i giovani. Sì. I giovani, queste creature mitologiche.

A livello politico, il Regno Unito è un luogo indecifrabile, l’equivalente di trovarsi in un deserto e scorgere in lontananza un uomo bellissimo con una borraccia in mano, solo per avvicinarsi e per poi scoprire che non era affatto un uomo bellissimo, ma un pozzo di disperazione e fuoco eterno. Se da una parte c’è un partito per over 50 con la passione della caccia alla volpe, sembrerebbe scontato che i giovani vogliano andare da tutt’altra, quella diametralmente opposta. Ecco. È qui che si sbaglia. L’inizio della Grande Sfiducia dei giovani nei confronti dell’Altra Parte risale al 1997: a capo della creatura frankensteiniana e neoliberista che era il “New” Labour, Tony Blair, con un solo colpo di mano, è riuscito a far sì che un’intera generazione smettesse di votare. Tra le altre cose – come, ad esempio, la guerra in Iraq – il New Labour di Blair ha introdotto un regime di tasse universitarie e ha contribuito a mettere l’ultimo chiodo sulla bara di uno dei pilastri del welfare, le case popolari, seguendo le orme di un leader di partito che, teoricamente, avrebbe dovuto trovarsi agli antipodi: colei che non deve essere nominata, Margaret Thatcher. A vent’anni dai tempi di Tony Blair, se sei giovane e non sei ricco in UK, non solo non puoi nemmeno immaginarti di comprare casa, ma non puoi neanche permetterti un’istruzione, se non indebitandoti per metà della tua vita, al fine di ripagare le rette universitarie più alte del mondo.

Ma basta parlare del passato.

Jeremy Corbyn. L’anticarrierista. Il parlamentare di secondo piano. Il leader riluttante. Corbyn legge ai bambini. Corbyn ha un gatto che si chiama El Gato. Corbyn parla a El Gato unicamente in spagnolo. Corbyn è stato avvolto in un’aura agiografica a partire dalla sua elezione a capo dei laburisti del 2015, e ogni incidente di percorso (il referendum della Brexit, la crisi di partito guidata dall’astio del New Labour e la rielezione nonostante le defezioni) sembra averlo riconsacrato. Ma sono state le ultime elezioni politiche a sancire una leadership stabile e un trionfo del social media management. A bassissimo costo.

Per capire meglio come ci sia potuto arrivare, occorre strisciare sotto il filo spinato del campo rivale e osservare i conservatori in tutta la loro gloria. Ah, i conservatori, squisiti esempi dell’autogol in politica, a partire da un Primo Ministro (David Cameron) che ha indetto un referendum (Brexit) per tenere fede a una promessa che non avrebbe voluto fare.

I conservatori, attualmente tenuti in piedi da un Primo Ministro (Theresa May) che voleva ardentemente rimanere nell’Unione Europea, e il cui sostegno popolare sta precipitando così velocemente che ha pensato bene di etichettare chi si definisce “cittadino del mondo” come “citizen of nowhere” (cittadino del nulla). I conservatori, immobili a osservare le mosse di Boris Johnson, il gargoyle di un cane immortalato nell’atto di inseguire una salsiccia per i secoli dei secoli, nonché il loro futuro Primo Ministro.

In tutto questo, in un’ansimante lotta per l’autoconservazione, il partito conservatore indice delle elezioni che negava avrebbe indetto prima del 2020. Demagogia o istinto suicida? Lo scopriremo solo vivendo. Theresa May, un bot programmato per farci capire che viviamo in una simulazione, ripete slogan come “governo forte e stabile” e “nessun accordo con l’UE è meglio di un pessimo accordo” che, però, non sa elaborare quando glielo chiedono. Il governo è “suo”, l’accordo è “suo”; come ogni conservatore ben addestrato ai benefici della proprietà privata, May non parla del suo governo come di uno sforzo comune, ma come una proprietà individuale ben oliata. E dopodiché cosa fa? Usa una tattica da manuale. Spende un milione e duecentomila sterline in una campagna pubblicitaria che sfotte le capacità dei laburisti di ottenere un accordo con la UE. La campagna è puramente negativa e molto poco efficace: solo 205 circoscrizioni su 650 ne sono bersaglio e recepiscono il messaggio. (Come tutti sanno, May vincerà comunque, ma non è questo il punto).

Nel frattempo, Corbyn ha vinto la leadership, ma è un periodo di silenzio, complice anche il fatto che Corbyn è da sempre un tiepidissimo sostenitore dell’Unione Europea (ed è ancora così, nonostante le centinaia di europei che hanno acquisito la cittadinanza nel periodo post-referendario abbiano votato per lui). I media lo odiano, e continueranno a farlo almeno fino a poche settimane prima delle elezioni. Con un decimo delle donazioni rispetto a quelle ricevute dai conservatori è difficile condurre una campagna simile. Ma Corbyn ha alle sue spalle Momentum, un’organizzazione che lo spalleggia dall’inizio della sua leadership e che funziona su base locale e prevalentemente giovanile.

E allora lui cosa fa?

Completa la sua trasformazione in gangster.

Il 45% della campagna, Corbyn lo impiega a parlare d’altro. Parla del suo orto, parla di calcio, e ciò che stupisce il suo pubblico non è che sappia farlo, ma piuttosto che sappia farlo con cognizione di causa. Da secoli, la classe politica britannica viene allevata in batteria, in scuole private multimilionarie, al fine di potersi sedere in parlamento e fare viaggi di coca. Il problema arriva più tardi, quando il politico di turno si trova a dover fare appello a una popolazione working class e si confonde quando deve citare la squadra per cui tifa. La capacità di Corbyn di parlare d’altro, al di fuori della nuvola incestuosa di mezzi termini del discorso politico, alimenta il mito, e contemporaneamente il mito alimenta la voglia di Corbyn di parlare d’altro.

E così, l’idea di un tipo sgualcito che fa l’orto ma è un politico invincibile ha dettato la narrativa della campagna elettorale del 2017, coronata dal fiore all’occhiello delle iniziative “dal basso”: #grime4corbyn, in cui un gruppo di artisti grime ha messo insieme un movimento che, con pezzi parodistici, remix incredibili, e meme, spingesse le generazioni più giovani a inserirsi nel registro elettorale.

Grime4Corbyn è stata una delle più efficaci appropriazioni politiche di meme da parte di una corrente che non sia l’alt-right. Dai primi giorni della sua esistenza, è diventato un gioco di rimandi a sfondo socialista sempre più fitto, sempre più scollegato dalla sua origine (la musica grime). Ha potuto beneficiare di una serie di contaminazioni, la più straordinaria della quale è stata il momento in cui l’attore e regista settantaduenne Danny DeVito, cittadino statunitense, ha invitato su Twitter a votare Corbyn usando l’hashtag #grime4corbyn senza motivarlo.

Non è servita a vincere, ma la diffusione di questi meme, molto più capillare delle pubblicità su YouTube dei conservatori, unita a una campagna che, in larga parte, ignorava l’odio Tory e si improntava su cambiamenti della società civile in direzione più inclusiva, ha contribuito a costruire una figura molto più salda di quella dell’attuale Primo Ministro o, se non altro, una persona che sul palco di Glastonbury viene applaudita più dei Radiohead. Del resto come ha detto Corbyn, spavaldo e stravaccato nello studio di Andrew Marr all’alba del risultato elettorale, in una nuova battuta che è diventata subito un meme: «Dalla mia ho la gioventù.»

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