Il M5S contro gli impresentabili, la Costituzione contro il M5S - The Vision

Il 4 marzo si avvicina. Le parlamentarie dei Cinque Stelle, concluse nel trambusto, tra candidati spariti, complotti sulle scie chimiche e liste ormai chiuse, hanno sollevato un problema, quello degli “impresentabili”, vale a dire personaggi che – nonostante il “filtro” applicato sulle candidature – non risultano in linea con le regole del Movimento. A tal proposito Di Maio ha dichiarato: “Chiederemo a queste persone di rinunciare alla proclamazione, cosicché tutti i cittadini possano votare serenamente il Movimento perché comunque non verranno elette”. Ma è possibile?

Banca d’Italia ha chiuso il 2017 con 36,6 miliardi di debito pubblico in più rispetto al 2016, per un totale di 2.256,1 miliardi di euro. Intanto la campagna elettorale è agli sgoccioli: una campagna scandita da promesse elettorali che verrebbero a costare grossomodo 38 miliardi per quelle del Pd, circa 130 miliardi per quelle del CentroDestra e 103 miliardi per quelle del M5S. I Cinque Stelle, però, sono anche promotori di tutta un’altra serie di promesse: inaugurata l’ideologia grillina attraverso l’ormai consumato hashtag #Onestà, a questo giro i pentastellati avevano promesso e promosso anche la “linea dura”.

“Linea dura”, in campagna elettorale, significa un nuovo regolamento interno al Movimento: un “codice etico” al quale ogni candidato dovrebbe sottostare – così da evitare un Pizzarotti bis, per intenderci. A ognuno di loro è richiesto di “rinunciare alla propria candidatura nel caso in cui, avuta notizia dell’esistenza di un procedimento penale a proprio carico, emergano elementi idonei a far ritenere la condotta lesiva dei valori, dei principi o dell’immagine del Movimento 5 Stelle, a prescindere dall’esito e dagli sviluppi del procedimento penale accettando, ora per allora, le determinazioni che sul punto gli Organi dell’Associazione a ciò deputati riterranno di esprimere.” In sostanza, non basta l’avviso di garanzia per essere cacciati.

Oltre alla multa salata – 100mila euro da versare al Movimento 5 Stelle “in caso di espulsione, abbandono o iscrizione ad altro gruppo per chi è eletto nelle file del M5s” –, nel caso qualche deputato volesse cambiare casacca, sarà necessario per chiunque “votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del Consiglio dei ministri espressione del Movimento 5 Stelle”. A ciò va aggiunta tutta una serie di misure e provvedimenti “anti Casta” necessari per “allinearsi alle regole” – e alla natura – del Movimento.  Il problema relativo ai “voltagabbana”, tuttavia, se risolto attraverso la menzionata “multa”, rischia di creare un cortocircuito tra il “codice etico” dei pentastellati e i dettami costituzionali.

Federico Pizzarotti

L’art. 67 della Costituzione prevede infatti che “ogni membro del Parlamento”, rappresentando la “Nazione”, “esercit[i] le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ciò significa che chiunque entri in Parlamento, indipendentemente dal patto pregresso firmato e controfirmato, ha tutto il diritto di cambiare partito. In altre parole: nonostante la sottoscrittura del “codice etico”, un candidato del M5S – pure se espulso – ha tutto il diritto di rimanere in Parlamento a pigliar polvere o cambiare casacca.

Il codice etico è inoltre legato al “REGOLAMENTO PER LA SELEZIONE DEI CANDIDATI DEL MOVIMENTO 5 STELLE ALLE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018 NEI COLLEGI PLURINOMINALI E UNINOMINALI”. Il regolamento, che deve essere firmato dai candidati, prevede dei “requisiti per l’autocandidatura”: sono l’art. 6 per i plurinominali e l’art. 2 per gli uninominali. E sebbene ci siano alcune differenze (come ad esempio i punti k o l), entrambi gli articoli vietano espressamente al candidato di essere “iscritto ad associazioni massoniche”, sottolineando che la condanna “anche solo in primo grado” costituisce “condotta grave ed incompatibile con la candidatura”.

Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio

È ora di pensare in grande”, twitta Di Maio il 30 dicembre in proposito. Questa serie di regolamentazioni, infatti, istituite alla fine di dicembre dal Movimento 5 Stelle sono state introdotte per due ragioni: promuovere “trasparenza” nelle liste, controllate dallo stesso Vicepresidente della Camera – evitando così di ritrovarsi dei “massoni” incazzati tra gli eletti – e allargare la cerchia dei candidabili anche a chi non è iscritto al Movimento. E poi, a causa della nuova legge elettorale, il Rosatellum bis. Definita “legge truffa” dal candidato premier pentastellato, prevede che 231 seggi della Camera e 116 in Senato vengano assegnate tramite i collegi uninominali (e il maggioritario). Questo significa che se tra i candidati Cinque Stelle ci sono degli “impresentabili”, quella “linea dura” può creare non pochi problemi al Movimento. E questo perché, a quanto sembra, il “pezzo di carta” firmato “non ha valore legale”. Dunque non ci sarebbe alcun vincolo, per un potenziale “massone” candidato e poi eletto, a presenziare in Parlamento.

La questione scoppia il 15 febbraio, quando, sulle pagine di La Repubblica, parla dei “rinuncianti”. Vale a dire “i candidati 5 Stelle sorpresi con le mani nella marmellata” (cioè quei candidati che non sono in linea con codice etico e lo statuto del Movimento). Ainis, sostenendo la tesi secondo cui i ricusati del Movimento, i massoni, possano rinunciare alla candidatura, sta parlando, nello specifico, di Emanuele Dessì — colpevole di aver ballato con un membro del clan degli Spada e di un post in cui raccontava di aver picchiato dei ragazzi romeni –, Andrea Cecconi e Carlo Martelli – coinvolti nella questione dei falsi rimborsi – e dei presunti massoni Catello Vitiello, Piero Landi e Bruno Azzerboni. A questi si aggiunge poi David Zanforlini, altro ritenuto massone: “mi devono uccidere per farmi rinunciare [al seggio]”.

Michele Ainis

Cecconi e Martelli, che starebbero violando il regolamento del Movimento, hanno rinunciato alla candidatura. Stessa cosa vale per Dessì. Nonostante l’espulsione ufficiale da parte del M5S, però, questi eletti hanno tutto il diritto di presentarsi in Parlamento. Nei collegi uninominali, infatti, non si può rinunciare alla candidatura. Paola Taverna a “Non è l’Arena”, ricorda che i Cinque Stelle hanno “presentato alla Corte d’Appello una formale rinuncia [per Dessì],“ ricusata poi dalla Corte d’Appello in quanto “la rinuncia deve avvenire prima del deposito delle liste”. Per le rinunce alle candidature, dunque, si è fuori tempo massimo (che è il secondo problema dopo l’impossibilità di rinunciare alla candidatura).

Ma ecco che, proprio davanti a questo muro all’apparenza invalicabile, Di Maio a Domenica Live, in risposta ad Ainis, propone un piano B: la prima cosa è “allontanarli dal Movimento” (e anche qui non si capisce con quali eventuali mezzi di persuasione o coercizione) e poi si chiederà loro “di firmare la rinuncia alla loro proclamazione”. Nella lettera di rinuncia, chi firma “dichiara: A) di rinunciare alla candidatura nell’ambito della lista di candidati contraddistinta dal contrassegno “…”, nel collegio … della regione …; B) di rinunciare, in ogni caso, alla elezione; C) di non volere prestare consenso alla pubblicazione del nome sui manifesti elettorali, né sulla scheda elettorale”.

Primo problema: il foglio non ha valore legale. Secondo problema: Di Maio parla di “rinuncia alla proclamazione”, ma Ainis non si riferisce affatto a una “spontanea rinuncia del candidato” – la quale presupporrebbe appunto che l’eventuale candidato, di sua sponte, volesse rinunciare all’elezione. Di tutta risposta Paola Taverna si augura che venga rispettata la “promessa di non accettare l’elezione” e qualora non dovessero rispettarla, auspica che almeno i rinunciatari rispettino “il programma del Movimento 5 Stelle del quale non fanno più parte”. Dalla boutade alla speranza.

Paola Taverna

Le risposte da parte degli “impresentabili” non si fanno attendere. Emanuele Dessì su Il Messaggero del 17 febbraio non ha tentennamenti davanti alla possibilità, nel caso in cui nella sua Frascati il M5S ottenesse buoni risultati, di farsi “un giro al Senato” – anche solo per “vedere l’arredamento” perché “ci sta, dai”. Il punto, come detto, è che quell’atto di rinuncia non ha valore legale. Stando infatti all’art. 23 della Costituzione: “Nessuna prestazione personale [quindi anche l’atto di dimettersi] o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Di conseguenza nessun atto può essere vincolato coattivamente da un qualsivoglia pactum.

In secondo luogo, non c’è il vincolo di mandato. Come già accennato, la nostra Costituzione, all’art. 67, precisa infatti che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” e in questo senso ogni deputato “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questo vuol dire che i cosiddetti “impresentabili”, benché siano stati espulsi dal Movimento, primo, non hanno alcun obbligo legale rinunciare alla candidatura, secondo, hanno tutto il diritto di muoversi verso altri partiti e cambiare “casacca”.

Senza contare che le eventuali dimissioni o “rinuncia alla proclamazione” – ammesso che tali “impresentabili” siano anime pie e coscienziosi ex militanti del Movimento – non rappresentano necessariamente una via semplice da percorrere. Basti pensare al caso del senatore Giuseppe Vacciano – ex Cinque Stelle che oggi definisce il Movimento “un partito come gli altri” –, diventato famoso per aver tentato di dimettersi per ben cinque volte, senza alcun risultato positivo. Caso tanto assurdo da far titolare Panorama: “L’incredibile storia del senatore che non riesce a dimettersi”.

Giuseppe Vacciano

Il caso di Vacciano risulta particolarmente interessante nella misura in cui “non riesce a dimettersi” per giochi di potere (e visti i tentativi si può avere la certezza che abbia tutta la voglia di lasciare il Parlamento). “Credetemi, non è uno scherzo. Io presento le dimissioni ma loro le bocciano. Io ripeto che voglio tornare dalla mia famiglia e loro mi trattengono come un ostaggio”, racconta. La richiesta di dimissioni, infatti, deve essere maturata, poi firmata e in seguito mandata al Senato, dove viene poi calendarizzata per essere votata (a scrutinio segreto). Le tempistiche? “Anche nove [mesi]. È il presidente che decide quando discuterle in aula”. E nel caso di Vacciano, le ragioni andrebbero ricercate all’interno di diatribe politiche interne agli ex del Movimento e altri facinorosi.

La questione, insomma, non è né semplice né chiara. Domenica sera Di Maio, a Non è l’Arena, ha parlato di “errori di valutazione” – nell’ambito della questione degli “impresentabili”. Il candidato premier parla di “Circa 700 candidati” totali di cui “Meno di dieci ci hanno detto una bugia [si riferisce a coloro che apparterrebbero a logge massoniche e gli altri espulsi dal Movimento]”. Conferma che “Quando qualcuno non ci dice la verità, queste persone sono già fuori dal movimento” e termina con un laconico commento: “Non credo che entreranno in Parlamento”. Viva la speranza quindi. La stessa speranza che ha animato il povero Vacciano, talmente Cinque Stelle da essere sbattuto fuori. Lui che è “venuto qui [in Parlamento] per combattere quel privilegio,” lascia le aule con un appello. Lo stesso appello che, forse, sentiremo rivolgere anche agli altri “impresentabili” dopo il 4 marzo: “Colleghi, aiutatemi. Liberatemi”.

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