Hun Sen e Sdech Kan: la leggenda di una storia inventata - The Vision

Se iniziassi a raccontare del fatto che Hun Sen, la più alta carica statale in Cambogia, ritiene di essere la reincarnazione di un re minore degli inizi del 1500, probabilmente non ci credereste. Pensereste alla trama di un film. E invece è una storia vera; quella del re che sto per raccontarvi, invece, lo è un po’ meno.

Siamo agli inizi del XVI secolo e l’Impero angkoriano è prossimo all’epilogo. Decadenza, superstizione e inquietudine regnano in quella terra che oggi chiamiamo Cambogia. Nel 1512, un uomo di umili origini, Sdech Kan, che presta servizio presso la corte del re Srey Sukonthor Bat, è il protagonista di un sogno del monarca. In questo sogno, evidentemente premonitore, Kan cerca di uccidere Srey Sukonthor Bat. Il re, terrorizzato dalla visione, decide così di eliminare il giovane – non si sa mai. Kan scampa all’attentato, ma, anziché fugarsela, decide di rovesciare la monarchia. Kan, che intanto all’anagrafe si è fatto cambiare il nome in Praeh Sdech Kan (Dio-Re Kan), regnerà fino al 1525alcune fonti dicono fino al 1521. Poco più di dieci anni – anni ricordati senza troppa nostalgia dai posteri, dato che non godeva di molta stima tra i suoi contemporanei – fino a quando il fratello dell’ormai defunto monarca non lo caccerà dal trono a suon di mazzate.

A proposito di questa vicenda, le fonti non sono particolarmente attendibili, tant’è che si è spesso propensi a considerare la storia di Sdech Kan come una leggenda, una finzione letteraria. In confronto Shakespeare e il suo Riccardo III sono una barzelletta. C’è da considerare tuttavia un fatto importante. Nel 2000 viene annunciata a gran voce per tutto il Paese una notizia che solo successivamente ha dato vita all’ennesimo mito: la capitale del regno di Kan è stata scoperta, si trova a Prey Nokor Knung, un’area geografica rurale, decisamente povera, vicina al confine con il Vietnam. La notizia viene confermata dall’attuale Primo Ministro Cambogiano, Hun Sen, il quale, guarda caso, è nato nella stessa provincia e, come il leggendario Kan, è inviso ai Khmer rossi.

Il punto, infatti, è che l’odierno Primo Ministro Cambogiano, Hun Sen, non solo pensa che i fatti attorno a cui ruota la personalità di Kan, e Kan stesso, si siano effettivamente verificati, ma è arrivato addirittura ad affermare di esser la reincarnazione dell’antico re. Certo, il personaggio è avvezzo a simili boutade. Cito quello che ormai è diventato un classico della filosofia politica del ventesimo secolo, una delle mie frasi preferite: “Sono disposto a eliminare 100 o 200 persone per assicurare la vita di milioni di altre”. Deve aver letto Rousseau, non so quale traduzione però.

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La leggenda di Sdech Kan, intrisa fin dalla prima edizione – quella originale – di tinte cupe, che descrivono questo homo novus come un individuo spregevole, viene rivisitata dallo storytelling di Hun Sen, nato, come lui stesso ha riconosciuto, nell’anno del Drago, proprio come il suo caro predecessore. Seguendo la versione di Hun Sen, che lo definisce un “geniale eroe”, sembra che Kan non solo potesse camminare sull’acqua o domare draghi (sic), ma che, addirittura, potesse scoccare quattro frecce simultaneamente dal suo arco – senza contare il fatto che, da buon precursore del marxismo qual era, inventò lui la prima valuta, imprimendo nelle menti degli scellerati capitalisti cambogiani del sedicesimo secolo il concetto di “coscienza di classe”. Se ci si reca a Prey Nokor Knung, oggi, nonostante il generale alone di degrado, si può ammirare una delle numerose statue che raffigurano Sdech Kan e che negli ultimi anni sono state erette in tutto il Paese per volere di Hun Sen. Il fatto è che il volto del re immaginario è quello del Primo Ministro.

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In giro per il Paese se ne possono contare almeno sette di statue come questa: commissionate per lo più da uomini di Stato e ricchi affaristi sono una sorta di pegno di fedeltà nei confronti di Hun Sen. La questione è in parte riconducibile all’elevato livello di superstizione che, da sempre, anima il Paese. Non ancora soddisfatto il Primo Ministro ha poi commissionato, in ordine: 1) la ricerca del sito dove si pensa fosse collocata la capitale del regno di Kan che, come già detto, caso vuole che fosse prossima alla provincia natale di Sen (ennesima coincidenza); 2) la trasformazione del luogo in una sorta di attrazione per turisti (già che c’era perché no?); 3) la produzione di un mega-blockbuster cambogiano, diretto da un funzionario del governo, che vede Sdech Kan come protagonista (costato un milione di dollari, cioè la cifra più alta mai spesa per la produzione di un film nel Paese); 4) la stesura del testo “Preah Sdech Kan”, a opera di Ros Chantrabot, con una prefazione di, che strano, Hun Sen. Prendiamo fiato.

Il signor Chantrabotconsigliere del Primo Ministro, storico della Cambogia e membro della Royal Academy – nel tentativo di andare al di là delle apparenze e delle tradizioni, è quello che ci ha consegnato la versione light di Sdech Kan, la versione positiva in cui cammina sull’acqua e via dicendo. Ma non fa solo questo, è grazie a lui, infatti, se oggi sappiamo che Kan aveva posto come capitale Prey Nokor Knung, al contrario di quanto sosteneva Adhémar Leclére. Una meraviglia per la prospettiva di Hun Sen.

Il mito si fa storia e la storia mito: il corpo manipolato del finto re viene in questo modo ritualmente transustanziato nell’essenza stessa di Hun Sen, ed egli, nuovo Praeh della Cambogia, è come dio; da qui la legittimazione del potere e della propria statura politica. Questa propaganda, infatti – dal momento in cui sto cinicamente dando per scontato che Hun Sen non sia la reincarnazione di Sdech Kan – è decisiva per il Primo Ministro, è ciò che gli consente  di conservare il potere e giustificare il suo dominio, collegando attraverso un invisibile filo metafisico il suo regno, un regno della finta libertà, con quello del “re dei contadini”.

Sia Hun Sen che Sdech Kan – qualunque sia la sua vera storia – provengono da un retroterra culturale umile, i cui rispettivi rivali politici, cinquecenteschi e contemporanei, sono personaggi appartenenti alla classe reale del Paese. Hun Sen, come Kan, è nato e cresciuto in un paesino a est della Cambogia, anch’egli, come Kan, lavorava in un tempio buddista, e anch’egli, come Kan, è diventato successivamente un militare, rivoltandosi poi contro l’oppressione dei governanti cambogiani (cioè gli Khmer Rossi per i quali inizialmente combatteva). Hun Sen ha cambiato infatti casacca con la stessa facilità con la quale mi cambio le calze quando non sono abbinate al resto del vestiario: nel giro di poco infatti, aiutando i vietnamiti a spodestare il regime, è salito al potere. Era il 1985. Da allora sono iniziate le subdole alleanze, la repressione, anche brutale, di chiunque dissenta e ha preso pienamente forma la mitopoiesi di Hun San come liberatore del Paese e incarnazione dell’umile ma glorioso Sdech Kan.

Il gioco è sempre consistito nella riabilitazione della figura del finto re a personaggio storico realmente esistito, da tiranno a democratico liberatore. Il film è il compimento di tutta questa farsa. Intitolato “Sua Maestà il Grandissimo Sdech Kan” (traduzione mia), è stato prodotto da un certo Ly Yong Phat, grande amico di Hun Sen. Dietro la macchina da presa c’è Mao Ayuth, facinoroso del governo cambogiano che lavora al Ministero dell’Informazione. Il film parla, ovviamente, del grande re, delle sue gesta, e di tutte quelle storie che ho tentato di riassumere prima. Ayuth, tuttavia, ci ha tenuto a precisare che, a scanso di equivoci, il film è stato realizzato per amore, non di certo per propaganda. E ovviamente ci crediamo tutti.

C’è però da dire che dalla vicenda di Sdech Kan il Primo Ministro non ha introiettato solamente gli aspetti più folcloristici, anzi, ne ha dedotto una vera e propria ars politica. Questa dottrina – spacciata per filosofia della tolleranza, del rispetto etc. – si è concretizzata pienamente poco tempo fa, quando la Corte Suprema del Paese, guidata da un lacchè di Hun Sen, ha sciolto il Partito del riscatto nazionale (PRNC) – cioè l’unico partito che avrebbe potuto impensierire il regime del Primo Ministro. Tutto questo senza contare le liste di proscrizione e le purghe che hanno visto coinvolti i principali esponenti dell’opposizione, a loro volta minacciati di allinearsi all’ideologia di Hun Sen, altrimenti tanti saluti.

Negli ultimi tempi, infatti, l’opposizione si era espressa con fermezza nei confronti di tutta questa farsa dell’incarnazione, rivendicando quindi il fatto che siano tutte elucubrazioni prive di fondamento. In particolare Sam Rainsy – che ora è in esilio, da qualche parte nel mondo (alcuni suppongono in Francia) – ha sottolineato il fatto che Kan non fosse quell’eroe della propaganda, quanto piuttosto un usurpatore, rallegrandosi anche via Facebook del fatto che, alla fine, quel regime illegittimo fosse stato rovesciato nuovamente da chi di dovere (cioè dai reali). Non basta un mito per piegare al proprio volere una nazione, questo è certo, ma per ingannarla, manipolarla e governarla (nel suo significato più letterale, cioè condurla) direi che fino a ora è stato sufficiente — considerata anche la fine di Rainsy e del PRNC.

Sam Rainsy

L’obiettivo di Hun Sen, tutto considerato, appare molto semplice. Nel 2018 in Cambogia si terranno le elezioni. Delle lezioni particolari, che saranno sicuramente segnate dal personalismo politico e dalla cultura del leader. In questo senso lo scopo di Hun Sen è quello di governare per un’altra decade, far fuori le opposizioni (in maniera radicale), limitare la libertà di stampa e di pensiero, trasformandosi così definitivamente, forse, in quel fantastico re del XVI secolo: un po’ marxista, un po’ tiranno.

Rimane però da considerare un dettaglio non indifferente: Hun Sen si è identificato con Sdech Kan, umili origini, somiglianze, democratici, liberatori delle oppressioni e via dicendo — del sano populismo da ventunesimo secolo in fin dei conti. Coincidenza totale, quindi, tra mito e storia. Peccato che Sdech Kan sia stato poi ammazzato dagli stessi reali che aveva spodestato. Mi chiedo allora se succederà la stessa cosa. Le opposizioni sono state mutilate, è vero, ma se fossi Hun Sen non dormirei sonni così tranquilli.

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