È importante non giudicare le persone dal loro passato. Le persone sbagliano, cambiano, maturano. Le persone un giorno potrebbero aver diffuso 935 false dichiarazioni per ottenere il consenso pubblico e giustificare la guerra in Iraq, e il giorno dopo essere su un palco a farci la morale su come le cose debbano andare.

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Per questo dopo che George W. Bush, una decina di giorni fa, ha tenuto un discorso in cui ha implicitamente attaccato Trump, tutti hanno concluso che fosse diventato una persona nuova e qualcuno negli Stati Uniti ha cominciato a rimpiangere la sua presidenza. Nel suo intervento ha criticato tutte quelle dinamiche che secondo lui stanno caratterizzando la politica americana odierna: pregiudizio, intolleranza, suprematismo, bullismo. Gli è bastato quindi dire ciò che qualsiasi diciassettenne che pensa che retwittare Lady Gaga sia attivismo politico direbbe per cancellare tutto ciò che è accaduto durante gli otto anni in cui ha governato, qualche frase ormai in loop sulla bocca di chiunque parli di Trump, e Bush è passato da essere uno dei presidenti più odiati della storia americana a uno degli “alleati” di cui abbiamo bisogno per contrastare Trump.

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Ovvero: la riabilitazione provvidenziale di chi è stato accusato di essere un criminale di guerra.

Questo tentativo di promozione di una nuova immagine del 43esimo Presidente degli Stati Uniti però è un processo che era già cominciato all’inizio di quest’anno, quando dopo aver pubblicato Portraits of Courage, Bush è apparso in vari programmi televisivi ed eventi per parlare di questo suo capolavoro: una raccolta di ritratti e storie di veterani di guerra dell’era post 11 settembre.

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Ovvero: come scrivere un libro su persone con traumi post-bellici dopo che li hai mandati inutilmente in guerra.

In una sua apparizione televisiva all’Ellen Show, la presentatrice – fra risate e applausi – gli fa notare come i media non avessero un buon rapporto con lui e che anzi non abbiano mai avuto un buon rapporto con i presidenti in generale. E lo dice come se fosse qualcosa di strano, come se credesse che qualcuno gli abbia fatto veramente un torto, come se volesse dirgli: perché mai avrebbero dovuto criticarti, cosa hai fatto di così male, hai un viso stupendo per la tua età, sei solare, ti mantieni bene. Cosa può aver mai fatto di così sbagliato un uomo che probabilmente passa le sue giornate intere a dipingere sul terrazzo di casa in vestaglia e pantofole con tomaia in camoscio?

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Bush è seduto davanti a lei e non è più l’ideatore di un conflitto bellico insensato, per molti un criminale di guerra. È il saggio nonno che parla del passato, che ci insegna come dobbiamo imparare dal passato. Ed è per questo che bisogna guardare indietro per capire come questa riabilitazione non abbia nessuna giustificazione logica o storica e che, anzi, non è corretta nei confronti di chi le conseguenze delle sue decisioni le subisce ancora.

Nel 2003 Bush e la sua amministrazione hanno dato il via all’invasione dell’Iraq. Detta: “missione di pace”. Detta: lotta al terrore. Detta anche: esportazione di democrazia.

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Definita da Noam Chomsky come il peggior crimine del secolo, la guerra in Iraq ha prodotto più di 200mila civili morti e altrettanti feriti. Senza contare poi le morti indirette o non documentate, il numero di rifugiati, la distruzione del Paese e la privatizzazione della sua economia. Milioni di dollari spesi per ricostruire l’Iraq tramite appalti a società americane, tra cui ad esempio la Parsons che ha ricevuto 186 milioni di dollari per costruire 142 cliniche. Risulterebbe che ne siano state completate solo sei.

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Sempre Bush, nel 2001 dà il via alla guerra in Afghanistan nel presunto tentativo di catturare Bin Laden e di contrastare il governo dei talebani. Al 2016 si contano 31mila civili morti e 41mila feriti. Bush ha istituito un apparato di sorveglianza illegale per spiare gli americani con la scusa di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti. Ha foraggiato un sistema di tortura, consentendo il ricorso a forme illegali di interrogatorio e detenzione. Ha lasciato che a Guantanamo prosperassero tali pratiche illegali. Ha ignorato la popolazione afflitta dall’uragano Katrina, uno dei peggiori disastri naturali della storia statunitense. Durante i primi giorni dell’emergenza, infatti, l’allora presidente statunitense rimase in vacanza trascurando le problematiche che stavano affliggendo principalmente la comunità nera. Con le sue politiche Bush ha svezzato il fenomeno del terrorismo che ha portato a una crescente islamofobia sulla quale poi Trump ha costruito gran parte della sua campagna e delle sue decisioni politiche.

Ed è bastata l’esuberanza infantile di un miliardario eccessivamente estroverso che passa le giornate su Twitter a far dimenticare tutto questo?

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Per non parlare di come Barack Obama abbia lasciato la sua presidenza sulla stessa scia, quasi da eroe. Perché questo “revionismo storico” avviene anche nel suo caso. Durante il periodo del suo governo non ci sono state manifestazioni dello stesso calibro, il tuo cantante preferito non twittava ancora di temi sociopolitologici, ma le dinamiche politiche andavano avanti lo stesso. Obama non ha chiuso Guantanamo, anche se aveva dichiarato in diverse occasioni che l’avrebbe fatto. Questa è rimasta una questione irrisolta fino alla fine del suo mandato, insieme alle restanti promesse politiche – che non ha mantenuto. Obama non ha messo in atto una persecuzione per i crimini di guerra di Bush. Obama ha continuato per anni a mandare avanti la guerra in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Però teneva la mano della moglie e le sorrideva soavemente, quindi sicuramente lo ha fatto per il nostro bene. Obama è stato il mandante politico dell’operazione che ha portato alla morte di Abdulrahman al-Awlaki, cittadino statunitense, sedicenne, che è stato ucciso in Yemen da un attacco con drone mentre cenava con i suoi cugini in un ristorante. Obama ha pianto però in diretta televisiva. Ovvero: è una persona sensibile, la morte di quel ragazzo sarà stata sicuramente un “danno collaterale”. Obama ha partecipato alla guerra in Yemen e ha fatto in modo che gli stati Uniti potessero contribuire a una delle più gravi crisi umanitarie del momento. Da Jimmy Kimmel ha detto che non sarebbe potuto essere un presidente perfetto, ma chi lo è stato, sarà stato uno sbaglio, sicuramente non intendeva fare del male a nessuno.

Lungi da noi compiere illazioni sull’etica, le intenzioni e la professionalità del primo presidente nero, quello buono, quello che dà il cinque allo spazzino, quello che non ha paura di camminare senza scorta, non sia mai. Ma usare lo standard politico posto da Donald Trump come scusa per cancellare il male dalla propria carriera politica ci mette davanti a una prospettiva futura problematica, e immaginare che nel 2020 ci sia la possibilità che qualcuno possa pensare che, forse, Trump non fosse così male, non sembrerebbe più così insensato.

Il whitewashing di tali personaggi e delle loro azioni, il chiudere un occhio davanti al loro tentativo di risultare dalla “parte dei buoni” non è solo negare il passato, ma cancellarlo. Ciò che fatichiamo a capire è che le dinamiche che adesso dominano la politica americana non arrivano dal nulla, non sono qualcosa di nuovo. Per quanto possa sembrare strano tutto ciò che ha fatto Trump fino ad ora non è ancora nulla in confronto a ciò che è avvenuto negli ultimi 20 anni di politica statunitense. Donald Trump è un personaggio ai limiti della parodia, le leggi che propone sono anticostituzionali, la sua retorica è basata sull’odio, il fatto che abbia vinto le elezioni basta di per sé a indicare uno dei punti più bassi che la politica potesse raggiungere. La situazione che stiamo vivendo con lui, non è proprio rosea, su questo possiamo tranquillamente concordare tutti, ma ciò non significa dimenticare le responsabilità dei suoi predecessori. Perché Trump avrà anche sbagliato spin-doctor ma no, non si stava meglio quando non c’era lui.

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