La scelta più femminista che abbia fatto Casellati è stata assumere la figlia - The Vision

Maria Elisabetta Alberti Casellati sarà la prima donna a presiedere il Senato della Repubblica italiana. Una scelta rivoluzionaria, quella fatta dai partiti usciti vincitori da questo tsunami elettorale. Una svolta femminista ai vertici degli organi di potere, un definitivo riconoscimento di autonomia e uguaglianza al genere femminile: questo sembra dirci, giubilante e trionfante, la nuova presidenza.

Eletta con un “compromesso” dell’ultimo minuto tra Lega e Movimento 5 stelle – quel tipo di compromesso per cui gli stessi fino a poche settimane fa avrebbero gridato allo scandalo e all’inciucio – che ha permesso al grillino Roberto Fico di vincere la presidenza della Camera, con uno splendido discorso di insediamento Casellati ha annunciato come senta l’onore e l’onere di questa decisione, il peso e l’importanza del suo nuovo ruolo.

Settantadue anni, padovana, presenza costante in Parlamento dal 1994, laureata in giurisprudenza e specializzata in diritto canonico, avvocato matrimonialista e docente universitaria, in passato membro del Consiglio Nazionale della Magistratura e titolare di vari sottosegretariati, Casellati è assisa al trono di seconda carica dello Stato: da lì guarda i parlamentari sotto di lei, elegantissima nel suo completo blu, affascinante nel suo capello appena sistemato, e inizia a parlare.

Comincia la sua dissertazione appellandosi alle senatrici prima che ai senatori, e subito qualche femminista della prima ora alza il volume della tv e solleva lo sguardo dalle brochure di Emma Bonino bagnate di lacrime. La neoeletta poi saluta Mattarella, elogia il predecessore, invia calorosi abbracci al Presidente emerito Napolitano, ringrazia tutte le donne italiane “che hanno rappresentato l’anima della lotta di liberazione e che sono qui oggi rappresentate magistralmente da Liliana Segre”. Ora siamo in tanti a prestarle attenzione, sbigottiti da tanta professionalità cortese, e ci tamponiamo con il fazzoletto gli angoli degli occhi, vedendo finalmente un momento di buona, bella e sana politica.

Maria Elisabetta si emoziona menzionando i grandi passi avanti fatti dall’Italia con l’elezione di una donna alla seconda carica dello Stato, e dichiara con composta passione la sua intenzione di essere baluardo e rappresentante di “tutte quelle donne che con le loro storie, azioni, esempio e coraggio hanno costruito l’Italia di oggi. Un Paese democratico e liberale”.

Scrosci di applausi, fine.

Insegne al neon con scritto “We Can Do It” sembrano lampeggiare tutto intorno a lei, apoteosi dell’affermazione femminile. Tutto bellissimo, come in un sogno. Quasi in un sogno. No, infatti è proprio un sogno. Il castello di carte che ci stavamo mentalmente costruendo crolla alla prima scossa di verità: piccoli, sottilissimi dettagli distruggono questo bell’immaginario progressista e professionale che la senatrice si stava impegnando a delineare.

La storia personale di Maria Elisabetta Alberti Casellati è ben diversa dall’immagine raffinata e professionale che ha voluto proiettare di sé in quel nobile parlare. La presidente nuova di zecca ha contribuito a costruire un Paese che è invece esattamente l’opposto di quello che lei afferma di voler rappresentare.

Maria Elisabetta Alberti Casellati ha contribuito a rendere ancora più torbide le acque stagnanti in cui galleggia in nostro Paese. Bastano poche ricerche per trovarne pieno riscontro e risvegliarci dall’ingenuo torpore che ci aveva assaliti.

Ma la colpa più grave di tutte è un’altra ancora, ingloba e supera tutte le precedenti, le gonfia e le acuisce, perché fa presa su un sentimento sociale, una lotta politica così difficile da praticare e declinare nel modo giusto: il femminismo. Con il suo discorso, così come con la sua elezione, la Casellati pretende di aver rappresentato l’avanzamento femminile. Tutto sembra essere andato per il meglio: sulla carta questa sembrerebbe una grande vittoria per le donne, che finalmente, passo dopo passo, gradino dopo gradino, stanno arrivando a essere riconosciute di pari capacità e possibilità all’uomo. Le forze politiche di maggioranza si sono prese il merito di aver finalmente portato la parità dei sessi, e non mancano auto-celebrarsi, nell’incenso. Ma, più che incenso, questo è fumo denso gettato davanti agli occhi dell’elettore per annebbiarne la vista e il ragionamento.

Partiamo però dal principio: grande amica di Niccolò Ghedini, noto per aver difeso Silvio Berlusconi nel processo del bunga bunga”, è stata fin dal principio la regina delle berlusconiane. Pasdaran in tailleur di Gucci, paladina della lotta alle toghe rosse e ai parassiti comunisti, non ha abbandonato neppure per un secondo le tipiche armi del suo partito per difendere il leader, marciando ad esempio contro il processo Ruby e schierandosi tra quanti affermarono che Berlusconi ritenne che si trattasse della nipote di Mubarak. Dalla parte del suo Silvio fino alla fine, andò in Parlamento vestita a lutto il 27 novembre 2013, giorno della decadenza di Berlusconi, definendolo un increscioso avvenimento e uno scippo alla democrazia”.

L’ennesima donna da annoverare tra quelle seguaci di Silvio che si divertono a fare le donne 2.0, per poi adagiarsi ai piedi del proprio benefattore; da Nicole Minetti e Mara Carfagna alla meno nota Licia Ronzulli, passando per le mille giravolte di Daniela Santanché.

Come se tutto questo non bastasse, alla sua già discutibile e cieca fedeltà alla bandiera, va aggiunto il tassello dell’assunzione poco chiara della figlia Ludovica alla sua Segreteria nel 2005, quando era Sottosegretario al Ministero della Salute: una nomina giuridicamente legittima, ma quantomeno sospetta. E percorrendo questa retta via, già notevolmente dissestata, si arriva a oggi e alla sua elezione strombazzata come raggiungimento delle alte vette democratiche della parità di genere e del potere alle donne.

Ma siamo decisamente fuori rotta. Casellati non fa bene alla via femminista, tutt’altro.

Altro che rivoluzione: questa votazione puzza di Restaurazione da chilometri. Casellati è una donna che si omologa perfettamente agli standard storicamente riservati al sesso femminile; una donna che ha definito il leader di Forza Italia “generoso con tutti” quando si discuteva sul suo pagare ragazze giovani non può arrogarsi l’onore di rappresentare l’avanzata della civiltà, la presa di potere dell’universo femminile.

Non si può spacciare la sua elezione come grande illuminazione e apertura politica, ma bisogna invece trovare il coraggio di ammettere quello che è: l’ennesima strumentalizzazione della donna. Una maniera solo un po’ più raffinata di ribadire il costante ruolo femminile di coprotagonista e attrice spalla rispetto a quella scelta da Elisa Isoardi, partner di Matteo Salvini, che ha spiattellato alla stampa come accantonerà ogni forma di ambizione e carriera per spianare la strada politica al compagno; farà un passo indietro, insomma, per non rischiare di offuscare la sua aura luminosa.

La novella presidente non può permettersi di dire con voce ferma che oggi in Italia nessun obiettivo è più precluso, quando invece è lei la prima a precludercene, tanti. Troppi.

Lei, fiera paladina della lotta alle unioni civili, definendo i rapporti omosessuali “innaturali”. Lei che si è nettamente schierata contro l’aborto e la pillola abortiva, affermando addirittura che questa  “strizza l’occhio alla cultura della morte”.

Con tanti cari saluti ad anni di lotta all’emancipazione e all’uguaglianza, di campagna portate avanti da altre donne ai vertici politici prima di lei, vedi Laura Boldrini. Un bel colpo di spugna e via, si ritorna alle care vecchie abitudini, così dure da sradicare, ma così leste a rinascere.

Una nuova pagina bianca sembra essersi aperta con queste elezioni, ha affermato in conclusione del suo primo discorso Casellati citando Mattarella nel suo messaggio di fine anno. Più che una pagina, però, pare essere una voragine, dove dentro stanno scivolando tutti i sogni di una vera democraticizzazione e considerazione paritaria di uomini e donne. Utopie e illusioni che ci vogliono convincere di aver reso realtà, ma che invece sono già pronte a raggiungere le nostre vane speranze di una classe politica fedele alla parola data, incorruttibile, competente e affidabile.

Parrebbe invece che il mondo femminile rappresentato nella prossima legislatura stia facendo un passo indietro, rientrando nei margini sociali che gli spettano e livellando le proprie ambizioni. Rimpossessandosi, dunque, dell’unico territorio a cui sembrerebbe dover appartenere: l’ombra dell’uomo.

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