Giulia Bongiorno e l’abuso del femminismo della destra - The Vision

La campagna elettorale è proprio un momento ricco di sorprese. Sembra quasi una lunga giornata di saldi in un centro commerciale dove tutti i negozi vendono più o meno la stessa cosa. Tra chi punta su manifesti con occhioni dolci alla Audrey Hepburne – come Pietro Grasso – e chi invece si affida a photoshop e all’effetto luce celestiale – parlo di Giorgia Meloni, ovviamente. La sensazione è sempre quella di una svendita sfacciata o di una televendita senza dignità, tra batterie di pentole e forbici trinciapollo in omaggio. Ma immagino che sia questo lo spirito delle campagne elettorali: io non ne ho viste poi così tante e posso ancora vantare un certo entusiasmo nel godermi lo spettacolo. Se Matteo Renzi voleva dare qualche punto bonus in più alla sua campagna con il medico giustiziere Roberto Burioni – il quale ha rifiutato la proposta senza troppi convenevoli – un bel colpo lo ha fatto Matteo Salvini, con una candidata perfetta per questa sua edulcorazione della Lega Nord, ormai distante secoli dagli elmi vichinghi in stile Borghezio: Giulia Bongiorno, l’avvocato dalla parte delle donne.

Era da tempo che non mi concentravo su questo personaggio un po’ politico, un po’ mediatico, un po’ protagonista di foto patinate che lo ritraggono accanto alla collega di lotte contro le violenze di genere, la sempre sorridente Michelle Hunziker. Ricordo bene la sua esultanza dopo l’assoluzione di Giulio Andreotti, diventata virale – anche se nel 2004 la viralità aveva una connotazione molto diversa da quella che ha oggi. All’epoca rimasi stupita dal fatto che fosse una donna così giovane a rappresentare un uomo così autorevole e controverso in un processo così complicato, e quella sensazione non è cambiata. Giulia Bongiorno, mi sembra quasi superfluo specificarlo, non è una professionista qualsiasi: è molto brava, e – per certi aspetti – è un modello positivo per il genere femminile, spesso relegato a ruoli meno “seri” o di sola facciata nella scrittura della storia. Giulia Bongiorno, in poche parole, non è un’attrice di Hollywood che fa attivismo – a volte giusto e necessario, per carità, ma filtrato dalla luce di un mondo che è molto distante dalla realtà vissuta da donne lavoratrici, diciamo, “normali”. Non che in passato non avesse mostrato delle preferenze politiche, dal mio punto di vista piuttosto opinabili – è stata già candidata (ed eletta) sia per il Popolo della Libertà che per Alleanza Nazionale – ma questo suo endorsement per Matteo Salvini in veste di “soldato” spinge a una serie di riflessioni che faccio già da un po’ di tempo: femminismo e destra sono due concetti conciliabili?

Tra i motivi che hanno spinto Bongiorno a candidarsi con Salvini – a detta sua vittima dei pregiudizi della sinistra – c’è quello per cui il segretario della Lega sarebbe in realtà molto bendisposto nei confronti delle sue iniziative a tutela della donna, come quelle promosse dall’associazione Doppia Difesa. Lasciamo stare i presunti risvolti torbidi smossi da Selvaggia Lucarelli sulla effettiva efficienza dell’associazione fondata con Michelle Hunziker, e diamo per assodato che Giulia Bongiorno abbia devoluto la sua verve da regina del foro anche a cause nobili che vanno oltre l’indossare t-shirt con il logo di un’associazione. Qual è dunque il punto di incontro tra il femminismo dell’avvocato di Andreotti e il piano politico di Matteo Salvini? Ovviamente gli immigrati.

Bongiorno difende le donne, Salvini difende l’Italia dagli immigrati, perché non unire le forze con un sillogismo raffinato in grado di consentire a entrambi di ottenere ciò che vogliono? Un’Italia con meno stranieri, quindi – come ha precisato Bongiorno, dando per assodata la logica che prevede un’importazione di certi usi e costumi retrogradi nei confronti delle donne con i flussi provenienti da certe zone inclini alla violenza di genere – è un’Italia più sicura per le sue italiane. Poco importa se poi i dati smentiscono questa consequenzialità tra extracomunitario e inclinazione allo stupro, e anzi, sottolineano che il problema della violenza sulle donne sia diffuso ovunque, sia tra patrioti che tra invasori.

L’interrogativo che mi si para davanti, al di là del mio schieramento politico e della mia personale mancanza di stima nei confronti di Matteo Salvini, riguarda un’idea di femminismo che forse si dà spesso per scontato comprenda certi valori, ma che in realtà è molto più complessa di così. Dal momento in cui Giulia Bongiorno si batte per una serie di conquiste a livello legale e assistenziale per le donne, ma contemporaneamente promuove una politica di destra – e spesso discriminatoria – come quella della Lega Nord, possiamo davvero considerarla femminista? Questo, ovviamente, dipende dalla sfera semantica che ruota attorno alla parola “femminismo”. Se con questo termine intendiamo l’emancipazione della donna dalle logiche e dagli schemi patriarcali, la scelta di Giulia Bongiorno è perfettamente coerente. Una professionista abile e preparata che ha scelto di sfruttare questo momento storico per dare più spazio alle sue battaglie, con uno spirito di Realpolitik che legittima persino il suo schieramento: Salvini è un personaggio politico controverso? Sì, ma ha idee chiare e lucide. La Lega Nord si muove in una direzione ideologica xenofoba e separatista? Ciò non esclude che la sicurezza delle donne possa giovarne.

Anche le elezioni di Trump hanno stimolato una riflessione simile: poteva sembrare scontato che una donna votasse per Hillary Clinton, quando il suo principale avversario era un uomo che non aveva mai nascosto le sue tendenze misogine e il suo atteggiamento poco rispettoso nei confronti delle sue colleghe donne. Una presunzione di solidarietà che non ha nulla a che vedere con la realtà politica di un Paese. Si può voler essere un’elettrice di Trump – nonostante le controversie suo conto a proposito del tema femminile, il 53% delle donne bianche negli Stati Uniti ha votato per lui – come si può essere un’elettrice di Berlusconi per molti motivi, e non dover rinunciare alla propria idea di femminismo, quando questo è appunto inteso come una semplice forma di libertà di scelta, anche se le scelte non sembrano poi così allineate con i principi di base di questo movimento. Se per empowerment intendiamo la possibilità per ogni donna di essere ciò che le pare – dalla casalinga all’avvocato – allora anche votare Donald Trump o candidarsi al fianco di Matteo Salvini sono scelte legittime.

La mia idea di femminismo, tuttavia, non comprende questa possibilità. Credo che l’empowerment inteso come semplice liberalizzazione della volontà nella giungla dell’Occidente globalizzato sia solo un altro sfogo individualistico dell’essere umano, uomo o donna che sia. E in questa realtà di individualismo sfrenato, patriarcato e capitalismo sono collegati: combattere uno equivale a scardinare l’altro. Non credo che ci sia differenza tra le minoranze, e se Bongiorno lotta per i diritti delle donne – intese come parte svantaggiata della società che necessita di una serie di tutele come la maternità, il diritto all’aborto, e per quanto mi riguarda persino il congedo mestruale – non vedo perché non debba battersi anche per i diritti degli immigrati, al pari vittime di violenze e di soprusi, seppur di altro genere. Se femminismo oggi vuol dire reclamare il proprio diritto d’accesso a un sistema di oppressione – più che un empowerment dovrebbe chiamarsi self-empowerment – allora mi dispiace, ma non sono femminista. Se Giulia Bongiorno vuole essere un’esponente della destra, non credo di dover approvare il suo gesto solo perché si batte per una causa che riguarda anche me: non si lotta per una minoranza a discapito di un’altra.

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