In questo esilarante bailamme che va sotto il nome di consultazioni si ha una certezza: per la prima volta negli ultimi 25 anni Silvio Berlusconi è definitivamente passato dal rappresentare l’asso piglia tutto, al due di coppe quando la briscola è a mazze. È diventato la carta che si spera di non ritrovarsi nel mazzo, un problema. Ormai ci viene presentato come quello che rischia solo di poter far saltare l’idillio amoroso fra i due giovani leader Di Maio e Salvini. La situazione ha assunto ormai i caratteri di una grottesca pantomima, in cui appare abbastanza chiaro (anche se si fa finta di non vedere) che l’ex Cavaliere del lavoro è lungi dall’essere evitato, soprattutto dai due principi del regno. Non si spiegherebbe altrimenti l’esito delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato – da un lato il fedele pentastellato Roberto Fico, dall’altro la fedelissima di Berlusconi, Maria Elisabetta Casellati – così come i voti dei questori del Senato, che sono stati ripartiti fra Forza Italia Lega e Movimento 5 Stelle, scatenando le ire del Pd.

Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico

Sembrerebbe quindi che un accordo fra M5S e centrodestra tutto intero ci sia già, eppure ci si ritrova all’inizio della seconda tornata di consultazioni con Di Maio e Salvini che giocano a palla avvelenata. E il “veleno” è proprio Silvio Berlusconi. “È inutile che lui (Salvini) si ostini a pensare che io possa digerire il capo di Forza Italia: non può più digerirlo neppure il Paese,” ha detto il capo politico dei pentastellati, invitando il leader della Lega a scegliere tra “il M5S , il cambiamento, la restaurazione e Berlusconi.” La situazione è paradossale. Di Maio sa benissimo che se in questo momento può dialogare con la Lega è anche, forse soprattutto, perché esiste una coalizione di centrodestra. Coalizione che, la si può mettere come si vuole, si è presentata alle elezioni con Silvio Berlusconi garante del patto dell’arancino – il video della serata catanese resta una delle cose più imbarazzanti di quella campagna elettorale. Ma Di Maio e il Movimento tutto, quanto mai attenti al sentimento del proprio elettorato (basta farsi un giro su qualche pagina di Ultras a Cinque Stelle), sa bene che accordarsi alla luce del sole con B. scatenerebbe l’inferno fra i grillini. E così si finge di voler dialogare solo con la Lega, come se questa non fosse in una coalizione capitanata proprio da B. Perché per quanto la democristianizzazione dei Cinque Stelle costringa Di Maio a non parlarne apertamente, il problema di Berlusconi porta il il nome di Marcello Dell’Utri e del suo coinvolgimento in affari con Cosa Nostra.

Marcello Dell’Utri

La figura di Dell’Utri nell’ultimo periodo ha assunto i tratti di un personaggio da tragedia greca. Dopo esser stato per anni braccio e mente delle vittorie di Forza Italia, nonché primo consigliere di Silvio Berlusconi, dal maggio 2014 la sua vita ha subito una brusca inversione di rotta. La Corte di Cassazione lo ha infatti condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Una condanna che ha determinato anche il suo progressivo allontanamento mediatico dalla figura di Berlusconi, per una ragione semplice quanto preoccupante: nelle motivazioni della sentenza, i giudici palermitani scrivono che è stato dimostrato come Dell’Utri abbia intrattenuto, a partire dalla metà degli anni Settanta sino alla fine degli anni Novanta, rapporti diretti e personali con esponenti di spicco di Cosa nostra, svolgendo oltretutto, nello stesso periodo, un’intensa e costante attività di mediazione tra questi e Silvio Berlusconi.

La mediazione di Dell’Utri era volta, in un primo momento, a garantire all’ex presidente del Consiglio protezione per sé e per la propria famiglia, e, successivamente, a sostenerne l’attività imprenditoriale e politica. Il tutto attraverso lo scambio di cospicue somme di denaro fra lo stesso Dell’Utri e Cosa nostra, contribuendo così a consolidare il potere del sodalizio criminale. La Corte ha poi portato come prove del perdurare dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa nostra una serie di avvenimenti che è possibile definire inquietanti, soprattutto perché la loro finalità è in primis il tornaconto di Berlusconi e delle sue attività. Fra i tanti, ne cito due per come letteralmente riportanti in sentenza: l’incontro, avvenuto a Parigi nei primi mesi del 1980, tra l’imputato (Dell’Utri) e i boss Bontade e Teresi, nel corso del quale “Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi venti miliardi di lire per l’acquisto di film per ‘Canale 5′”; “la richiesta, rivolta da Dell’Utri a Cinà, di occuparsi della ‘messa a posto’, per l’installazione delle antenne televisive, questione poi effettivamente risolta da Bontade e Teresi”.

Questa sentenza, è superfluo dirlo, in un Paese normale costituirebbe la fine della vita politica di Silvio Berlusconi. Ma come sappiamo così non è stato – non è bastata neanche una condanna definitiva per frode fiscale a impedire che il simbolo di Forza Italia per le elezioni del 4 marzo avesse Silvio Berlusconi Presidente scritto bello grande. Anzi, proprio perché siamo in un Paese dal multiforme ingegno, contro la sentenza di condanna emessa dalla Cassazione i legali di Dell’Utri hanno avanzato svariate richieste per vanificarne gli effetti. Da parte sua, una certa “società civile” si è addirittura prodigata in una raccolta firme richiedendo la grazia da parte del Capo dello Stato.

Il reato per cui è stato condannato l’ex dirigente di Forza Italia è infatti quello di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Un reato che non esiste nel codice penale – e qui ci sarebbe da chiedersi come sia possibile che, nel Paese che ha inventato ed esportato la Mafia e il metodo mafioso, non si sappia che questi non si reggono solo sull’aiuto degli stretti consociati. Il concorso esterno in associazione mafiosa deriva invece dalla combinazione di due distinte disposizioni: quella relativa all’associazione per delinquere di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.) e l’articolo che prevede il concorso di persone nel reato (art. 110 c.p.).

Il dibattito sull’eseguibilità della condanna di Dell’Utri legata a tale reato era tornato di attualità a luglio 2017, dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Bruno Contrada, un ex dirigente della polizia e dei servizi segreti condannato nel 2007 a 10 anni di reclusione proprio per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel luglio scorso la Corte di Cassazione aveva stabilito che la pena – ormai già scontata da Contrada – era da ritenersi «ineseguibile e improduttiva di effetti». All’epoca dei fatti commessi da Contrada, ha sentenziato la Corte, il concorso esterno non era un reato sufficiente “tipizzato”, cioè era ancora troppo generico.

Ed è a questo dato che i difensori di Dell’Utri hanno provato ad appigliarsi: stando infatti alla sentenza di condanna, Dell’Utri ha commesso il reato fino al 1992, prima che venisse “tipizzato”, quindi anche lui potrebbe rientrare nella stessa fattispecie di Contrada e vedersi la condanna annullata. E così gli avvocati dello storico braccio destro di Berlusconi hanno tentato la strada dell’incidente di esecuzione davanti alla Corte d’appello di Palermo. L’istanza è però stata respinta. È stato quindi il turno della Cassazione: i giudici della Suprema Corte hanno indicato la via della revisione; quindi nel corso del procedimento di revisione il procuratore generale di Caltanissetta ha chiesto alla Corte d’appello la sospensione dell’esecuzione della pena in attesa della definizione del giudizio. Ma anche questa volta l’istanza è stata rigettata. Niente da fare.

L’altra via tentata dai legali di Dell’Utri è stata quella del differimento della pena per motivi di salute. Ma anche questa strada non ha dato i frutti sperati, anzi. L’istanza è stata respinta per ben tre volte dal Tribunale di sorveglianza di Roma. La prima a dicembre 2017, poi a febbraio di quest’anno e infine pochi giorni fa. Ad aprile, anche la Corte dei diritti umani di Strasburgo ha detto no alla richiesta di sospensione della pena per motivi di salute. La sostanza di tutte le sentenze è la medesima: “Sulla scorta del quadro clinico complessivo i periti hanno concluso per la compatibilità con il carcere non emergendo criticità o urgenze tali da rendere necessario il ricorso a cure o trattamenti non attuabili in regime di detenzione ordinario”.

Mentre gli ultimi “no” non hanno generato grande clamore – come spiegherò più avanti non è questo il miglior momento per professarsi sostenitori di Marcello Dell’Utri – il primo respingimento da parte del Tribunale di Roma aveva scatenato un coro di reazioni indignate – a parere di chi scrive, al limite del ridicolo, data la situazione oggettiva. Oltre alla minaccia di sciopero della fame – diventata ormai un cliché in casi come questo – le dichiarazioni del mondo politico vicino a Berlusconi e al suo fidato braccio destro sono state quantomeno reboanti: Niccolò Ghedini ha parlato di “trattamenti contrari al senso di umanità”; Paolo Romani, presidente del Gruppo Forza Italia, di “una pena di morte subdola e silente che non è degna di uno Stato democratico”; Massimo Parisi invece ha addirittura definito la situazione “una pagina indegna di un Paese civile”.

Niccolò Ghedini
Paolo Romani

Non ho dubbi nel considerare dichiarazioni di questo genere paradossali, per due ragioni su tutte: innanzitutto Marcello Dell’Utri è ricoverato dal 14 febbraio, ovviamente in stato detentivo, al Campus biomedico di Roma, una struttura che oltre a soddisfare standard di qualità e sicurezza riconosciuti a livello mondiale, è legata all’Opus Dei di cui lo stesso Dell’Utri ha detto di essere “grande ammiratore”. Ammirazione che in passato ha portato il fondatore di Forza Italia a gestire anche un centro sportivo di Roma legato all’organizzazione. È presumibile dunque ritenere che le cure e l’assistenza ricevute in questo momento da Marcello Dell’Utri siano di gran lunga migliori e più attente di quelle di cui gode la quasi totalità della popolazione carceraria italiana. E da qui muove la seconda ragione del paradosso di alcune dichiarazioni: non è un mistero che le carceri italiane siano bel al di sotto del livello di umanità, se si pensa che secondo i dati di Antigone nel 68% degli istituti ci sono celle senza doccia. E non è un caso che proprio la Corte di Strasburgo abbia più volte condannato l’Italia sia per le condizioni generali delle carceri, sia per singoli casi di tortura negli istituti di pena. Eppure, proprio nei giorni in cui ci si appellava alla “civiltà” per Marcello Dell’Utri, la discussione sulla riforma dell’Ordinamento penitenziario è stata rimandata per l’ennesima volta.

Piersilvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri
Da sinistra: Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Marcello Dell’Utri

Personalmente ritengo che la realtà sia un’altra. La necessità di parte della politica di riabilitare la figura di Dell’Utri nasce dal bisogno di impedire che questa intacchi – più di quanto non abbia già fatto – quella di Silvio Berlusconi. E non è un caso che proprio l’ex presidente del Consiglio, a differenza del suo entourage, non si sia particolarmente esposto per difendere quello che era il suo più stretto collaboratore. Negli ultimi mesi l’ha fatto solo in occasione delle elezioni in Sicilia, considerate un banco di prova per le nazionali, e quello era un Berlusconi in grande spolvero – non a caso avrebbe poi fatto vincere le elezioni al suo candidato.

Nel corso di un’intervista – no, è un’esagerazione, sarebbe meglio dire “in una chiacchierata amichevole” – con Fabio Fazio, l’ex cavaliere si è lanciato in un un elogio sperticato del suo “grande amico”. “Marcello è una delle migliori persone che abbia incontrato. È un cattolico, praticante, un buon padre di famiglia. È il bibliofilo numero uno che abbiamo in Italia. Ha fondato con me Forza Italia. È in carcere a seguito di un processo politico.” Inutile dire che da parte di Fazio non ci sia stata alcuna domanda seguente sui processi e sui verdetti dei giudici. Figurarsi.

Da allora praticamente nulla. E stento a pensare che sia una casualità.

Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica

Proprio a dicembre 2017 si è infatti entrati nella fase conclusiva del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato Mafia”, in cui fra gli altri è imputato anche Dell’Utri, per minaccia a corpo politico dello Stato . Nel corso della sua requisitoria il pm Francesco Del Bene, che rappresenta la pubblica accusa insieme a Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, ha spiegato: “Alla fine del 1993 Marcello Dell’Utri si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario. Ciò è avvenuto quando un nuovo governo si era appena formato, nel marzo del 1994, con la nomina di Silvio Berlusconi alla carica di presidente del Consiglio”. Il sostituto procuratore ha ricordato anche gli attentati dei primi mesi del 1990 a Catania, avvenuti tutti alla Standa all’epoca di proprietà di Silvio Berlusconi; secondo l’accusa si trattava di intimidazioni che sarebbero cessate solo dopo un accordo tra Cosa nostra e Berlusconi, “attraverso l’intermediazione di Dell’Utri”.

In attesa che il processo si concluda, questo non sembra proprio il miglior momento per Berlusconi di difendere l’amico di un tempo. Anche perché c’è dell’altro. Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono di nuovo indagati come sospetti mandanti delle stragi di mafia del 1993. La Procura di Firenze ha infatti ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo a loro carico dopo aver ricevuto da Palermo le intercettazioni del colloqui in carcere del boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Alla luce di queste simpatiche vicissitudini, è indubbio che già solo l’idea di creare un Governo con Silvio Berlusconi dovrebbe ritenersi inaccettabile. Se fossimo in un Paese normale, almeno. Già il solo fatto che gli venga permesso di presentarsi al Quirinale per le consultazioni con il Presidente della Repubblica dovrebbe esser avvertito da tutti, i partiti in primis, come una buffa supercazzola – come avvenuto all’estero. Se fossimo in un Paese normale, almeno.

Ma ciò che trovo ancora più incredibile è che proprio il M5S, che fino a qualche giorno prima delle elezioni, per bocca dell’aspirante Candide Alessandro Di Battista, declamava la sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri come prova della collusione di quello che era – almeno allora – il principale avversario politico, oggi invece non si faccia problemi a votare esponenti di Forza Italia per la presidenza del Senato. Oggi, a elezioni vinte e con l’obiettivo di andare al Governo, si preferisce piuttosto far finta di parlare solo con Salvini perché “con Berlusconi si condanna all’irrilevanza“. Come se parlare con Salvini non volesse dire accordarsi con la coalizione del patto dell’arancino, il cui garante si chiama Silvio Berlusconi. L’amico di Marcello Dell’Utri.

Segui Giuseppe su The Vision | Twitter | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —