Dopo trent'anni abbiamo ancora bisogno di Un giorno in pretura - The Vision

Ogni volta che guardo Blob – a mio parere una delle trasmissioni più geniali di sempre – o un episodio di Storie maledette, mi compiaccio della bellezza del servizio pubblico, e non solo per il valore ideologico che gli attribuisco. Se da un lato la Rai si impone un po’ come una professoressa di lettere delle scuole medie – di quelle col tailleur e i capelli a capitello dorico – che ti propina argomenti noiosi, per nulla allettanti paragonati all’offerta molto più variegata di internet, esistono ancora dei prodotti che vale assolutamente la pena guardare. Sì, certo, la Rai è fatta anche di scenografie patinate e obsolete, del sorriso sornione di Carlo Conti e dei consigli di Caterina Balivo. Ma se si usa un po’ di accortezza e si selezionano i programmi giusti, evitando il palinsesto a misura di pensionato, si trovano contenuti più che interessanti – un discorso a parte poi meriterebbe la radio, dove la qualità del servizio moltiplica. In questa oasi di cultura gratuita e montaggi brillanti di Enrico Ghezzi, troviamo anche Un giorno in pretura, il fiore all’occhiello di Rai Tre.

Sono esattamente trent’anni che Roberta Petrelluzzi – storica presentatrice e regista della trasmissione – ci guida, armata di voce pacata e logica ferrea, attraverso i processi più rilevanti della storia giudiziaria italiana. L’impostazione è sempre la stessa e la regola è less is more: montaggio impercettibile, giusto qualche piccolo supporto narrativo e a volte ironico che si concede la regia; commento asciutto e imparziale, mai tendenzioso o schierato nei confronti di qualcuno o qualcosa; e poi, molto semplicemente, la trama di un processo. Niente ricostruzione cartonata e simulata in stile Forum, ma le immagini di una vicenda giudiziaria che si raccontano da sole, senza bisogno di filtri, se non qualche saltuario commento che supporti la comprensione della storia. Dal processo di Totò Riina a quello del Mostro di Firenze e dei famosi Compagni di merende, fino al celebre momento in cui Fabrizio Coronaconvinto di una prossima totale assoluzione, ha sbattuto il pugno sul tavolo perché condannato, Un giorno in pretura è la prova che la realtà, spesso, supera l’immaginazione. E non è un caso che questo abbia attratto l’attenzione di un pubblico fedele.

Il piccolo miracolo narrativo di Un giorno in pretura, infatti, non si limita solo a una cerchia di appassionati intenditori che si districano tra le meraviglie semi-nascoste della Rai. Esiste una vera e propria fanbase della trasmissione, solida e leale sia al programma che alla sua madrina insostituibile. Sono nate pagine Facebook come Non uscire il sabato per vedere Un giorno in pretura – che a oggi conta più di 300mila like – a dimostrazione del fatto che nonostante la trasmissione vada in onda da sempre in seconda serata e nel fine settimana, ciò non basta a far scemare il fascino che esercita sugli appassionati di cronaca giudiziaria. Ma Un giorno in pretura non è solo una trasmissione di intrattenimento dal gusto sobrio, né un semplice contenitore di personaggi insoliti che si prestano a tormentoni e condivisioni facili, come nel caso delle celebri deposizioni di Andrea Alongi. Un giorno in pretura è anche un esempio concreto di quale sia il modo giusto di trattare certi temi.

Uno dei casi più rappresentativi della bravura di Roberta Petrelluzzi, per esempio, è quello che riguarda la morte di Giuseppe Uva. La storia è piuttosto complicata: Uva, una notte del 2008, viene portato in caserma insieme a un amico – diventato poi un vero e proprio personaggio cult per i fan della trasmissione, per via del suo aplomb e della sua inaspettata proprietà di linguaggio. I due sono in forte stato di ebrezza, hanno atteggiamenti molesti, arrivano a “transennare” – nel senso che portano letteralmente delle transenne al centro di una strada di Varese per bloccare il traffico – una via della città. Accorrono i carabinieri, che li portano in questura, e da quel momento in poi le versioni di ciò che succede sono varie e contrastanti. L’unica cosa che è certa è che il giorno dopo, al reparto psichiatrico dell’ospedale in cui è stato ricoverato, Giuseppe Uva muore.

Sembra l’inizio di una di quelle storie tristi che coinvolgono forze dell’ordine violente e cittadini vittime di abusi di potere, un tema che, per quanto sia importante ricordare – da casi come quello di Cucchi a vicende molto più complesse come quella della scuola Diaz – spesso rischia di essere strumentalizzato. E, a proposito di strumentalizzazioni, negli anni del processo per decretare il colpevole della morte di Giuseppe Uva non sono mancate trasmissioni che hanno sfruttato questa occasione per fornire al pubblico l’ennesima serie di servizi che, più che ricercare la verità, hanno seguito senza criterio il possibile scoop. Basta fare un semplice esperimento, che poi è quello che ho fatto io: guardare prima le puntate di Un giorno in pretura dedicate al caso Uva, e poi quelle delle Iene, quella di Linea Gialla o i vari documentari che sono stati realizzati su questo caso.

L’approccio di queste trasmissioni al tema è più meno sempre lo stesso: lo spettatore deve provare indignazione, mentre il giornalista deve svolgere il ruolo del paladino di giustizia, dalla parte degli oppressi. Nel caso della storia di Giuseppe Uva lo svolgimento dei fatti sembrerebbe essere quello che tutti ci aspettiamo: il cittadino contro lo Stato assassino, la violenza delle forze dell’ordine contro l’esuberanza di un uomo libero. La trama del racconto della morte di Giuseppe Uva, vista in quest’ottica, può risultare quasi romantica a un telespettatore: ci sono l’odio, l’amore, il senso di impotenza, una giovane vita spezzata. Ma la verità di questa storia, invece, è molto più cruda e complessa di così.

Dai due episodi di Un giorno in pretura dedicati a questo caso, e dunque da una lettura priva di tutte quelle connotazioni giornalistiche che fanno leva sui tratti sentimentali e sensazionalistici, quello che emerge è molto diverso. La trama, infatti, si capovolge completamente. I testimoni che sembravano avere perfettamente cognizione di quello di cui parlavano – compreso il famoso amico Alberto Bigioggero, la celebrità di Un giorno in pretura, ora accusato di aver ucciso il padre (che lo aveva smentito al processo) – si rivelano invece essere fonti perlopiù inattendibili. Le affermazioni delle sorelle Uva a proposito di lividi presenti sul corpo del fratello decadono: i medici affermano che quelli che sembrano i residui di un pestaggio sono in realtà macchie emostatiche che compaiono naturalmente sul corpo dopo alcune ore dalla morte. Mettendo ordine nella vita di Giuseppe Uva, e scremando tra quelle che sono delle testimonianze valide con altre che stanno meno in piedi, insomma, salta fuori l’ipotesi che probabilmente non si è trattato di un pestaggio in caserma, o perlomeno, che le cose non sono andate come ci hanno raccontato gli altri programmi – responsabili di aver cavalcato l’onda emotiva della famiglia Uva. Finché la sentenza lo ha confermato.

Non solo: vedere un processo per intero, lungo l’arco di tempo, anche anni, in cui si è svolto, disvela una serie di dettagli che tradiscono proprio l’ambiguità e la difficoltà che si possono incontrare per arrivare a un giudizio finale. Un giorno in pretura riporta i fatti attraverso i processi ed esercita lo spettatore a confrontarsi con la realtà giuridica di vicende simili, comprese le stravaganze di avvocati e magistrati, oltre che delle parti civili. La giuria che fa domande naïf sul come si faccia una canna, la testimonianza cruciale di clochard che non si riescono nemmeno ad alzare in tempo per il processo, Alberto Bigioggero che con la calma inquietante di chi è perfettamente consapevole di quello che sta dicendo afferma di aver sentito e visto cose che poi si sono rivelate false – i medici lo hanno definito una personalità borderline e credo che basti citare di nuovo il fatto che ha accoltellato il padre per nutrire dei dubbi sulla sua completa lucidità.

È un po’ come la differenza tra fabula e intreccio, solo che invece di applicarla a un romanzo possiamo usarla per capire la televisione. Alcune trasmissioni che trattano vicende giudiziarie preferiscono costruire una storia sopra un caso invece di dare una visione lucida e razionale, mettendo su un racconto assolutamente parziale e falsato. Un giorno in pretura sceglie di far coincidere fabula e intreccio e in trent’anni di onorata trasmissione, il caso di Giuseppe Uva non è certo il primo in cui, grazie alla visione realista e neutra del programma, possiamo addentrarci nel mondo complicato della legge. Testimoni, avvocati, magistrati: sono tutte persone e, cosa affatto rara ma spesso sottovalutata, le persone hanno un punto di vista sui fatti che difficilmente si riesce a scindere dalle sensazioni soggettive. Una visione d’insieme e super partes, invece, ci dà l’occasione per tenere conto di tutti i fattori che determinano poi un verdetto e, sorpresa, certe volte le idee iniziali che ci siamo fatti su un caso non coincidono con quanto accaduto realmente.

La verità assoluta su casi come quelli di Giuseppe Uva, probabilmente, non si saprà mai. L’idea di seguire un processo per intero e di sospendere il proprio giudizio fino alla fine di una puntata di Un giorno in pretura potrebbe sembrare molto meno entusiasmante del godersi uno spettacolo più immediato e avvincente come quello offerto da altre trasmissioni. Il successo di Roberta Petrelluzzi e del suo approccio così minimalista e così discreto, però, dimostrano che invece l’onestà intellettuale paga. Ma, soprattutto, che non c’è bisogno nemmeno di alterare la realtà quando questa si racconta, da sola, così bene.

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