Suburra sembra una fiction italiana travestita da serie Netflix - The Vision

Niente, non salverei niente di questa fiction italiana travestita da serie Netflix.

Ho dovuto subire dieci ore di binge watching, dieci ore in cui non riuscivo a smettere di pensare a quante cose belle avrei potuto fare invece di sentire questa posticcia e forzata parlata romanesca, invece di continuare ad assistere a questo dramma da camera ripreso su cartoline romane. Anche la spesa, sì, avrei preferito fare la spesa nella bolgia domenicale piuttosto che sentire un altro «‘a Pezzo de merda!».

Conosco perfettamente lo sforzo richiesto a tutti i lavoratori di una fiction per realizzare un prodotto come Suburra. Girare a Roma è un inferno, ogni strada che si chiude per un set corrisponde a un uguale e proporzionale numero di bestemmie dei romani, e mettere insieme una macchina produttiva imponente come quella che avrà richiesto Netflix non sarà stato uno scherzo. Conosco molte persone che ci hanno lavorato, dalle maestranze ai registi, sono tutti professionisti. Ma no, no ragazzi, stavolta direi che avete toppato su tutta la linea.

Suburra, la fiction, è il prequel dell’omonimo film di Stefano Sollima, uscito nel 2015, sempre per Cattleya, ottenendo un modesto successo. Nella serie seguiamo le vicende di tre giovani in cerca di potere. Aureliano Adami, figlio del boss di Ostia e stanco di essere soltanto il riflesso doloroso della madre, Spadino Anacleti che, oltre ad essere fratello gay del reggente zingaro Manfredi, è pure ribelle. E Gabrielle Marchilli, che criminale non è, ma è figlio di una guardia e si ritrova invischiato con il Samurai, il vero boss di Roma. Nella storia compaiono pure un politico sulla via della corruzione, Amedeo Chinaglia e Claudia Gerini, una donna in cerca di potere inserita nelle trame del vaticano, Sara.

Mentre ieri sera mi facevo la doccia (e mi sentivo un po’ come in una di quelle scene da film in cui una persona violentata si mette sotto il getto dell’acqua per lavare via la violenza) ho pensato a un modo chiaro per spiegare perché Suburra è una chiavica e mi sono venuti in mente tre motivi principali.

ANDIAMO A MANGIARE CHE SI FREDDA

Di tutta questa fiction io mi sono innamorato della moglie di Filippo Nigro, il politico in commissione (che commissione poi?) che si lascia tentare dalla malavita. Il personaggio, interpretato da Rosa Diletta Rossi, su IMDB viene definito come Compagna di Amedeo. Cioè, neanche il sito più quotato di cinema al mondo si ricorda il nome di questo personaggio. Questa moglie, che rappresenta il focolare, la casa, la famiglia, sembra parlare come una casalinga lobotomizzata catapultata dritta in scena dagli anni Cinquanta. Alcune sue battute memorabili: “Andiamo a mangiare che si fredda”, “Guarda che se non ti sbrighi farai tardi al lavoro”, “Ci si affeziona pure alle scarpe nuove”, “È la tua ex moglie, è normale che avete cose da dirvi”, e così via, in un’orgia di luoghi comuni. Poi, a un certo punto, dal nulla, la “Compagna di Amedeo”, chiede al marito di diventare un mafioso. Così, come se niente fosse, dopo aver venduto “una fragranza al mango” (sì, la Compagna di Amedeo vende fragranze). Ecco, questo personaggio, per me, è il simbolo di tutta la scrittura di Suburra.

Tutte le puntate della fiction iniziano con una scena solo per poi andare a nero e inserire la scritta: “IL GIORNO PRIMA”. Tutte. Normalmente, questa trovata la si usa per invogliare lo spettatore a inizio puntata con un punto di plot forte, ma alla quinta volta che quel punto di plot è una persona che scappa e poi si ferma e poi riceve una pistola puntata in faccia, mi spiegate a cosa serve?

Ma andiamo oltre, a parte questa cosa su cui mi sono fissato, rimane il fatto che tutta la fiction presenta una scrittura approssimativa, inconsistente, banale. Non c’è una linea narrativa che non sia scontata, che non vada esattamente dove, quattro puntate prima, avevamo tutti previsto. I dialoghi sono esattamente quelli di una fiction italiana dove si parla una lingua omogeneizzata, indipendente dall’estrazione sociale o da un qualsivoglia background del personaggio. Le scene vengono costruite senza un’azione. La vera testimonianza di questa falla è il numero di caffè che vengono bevuti durante la serie – da sempre la “scena caffè” è quella che inserisce uno sceneggiatore quando non sa cosa far fare ai suoi personaggi – solo per fornire informazioni allo spettatore. Spesso assistiamo a telefonate di cui capiamo senza problemi il contenuto ma, una volta riagganciato, il personaggio sente l’esigenza impellente di ripeterci pedissequamente quanto ha appena appreso. E poi quel lieve accento romano. Ma davvero pensavano di replicare l’esoticità del napoletano di Gomorra con questa parlata romanesca ripulita? Abito a Roma da dieci anni e quando torno a casa, in Emilia, gli amici che mi vogliono sfottere parlano proprio il romano dei personaggi di Suburra.

C’è anche una scena, oltre a un personaggio, di cui mi sono innamorato. Una delle linee narrative principali della serie è quella di Spadino, fratello del capo Rom che nutre segretamente un amore gay per Alessandro Borghi. Borghi – chiaramente omofobo, come tutti i bulli di periferia – e Spadino devono rapire un prete. Allora arrivano in anticipo alla splendida Basilica in cui il prete si nasconde e Borghi, così, dal nulla, dice: «Annamo. Te porto in un posto». Spadino, e tutti noi, non capiamo. Dove ci porterà? A prendere delle armi? A recuperare della droga? A studiare un piano per come rapire questo prete? No. Borghi porta Spadino in una pozza termale. Una pozza termale naturale dove Borghi, l’omofobo, invita Spadino, il gay, a farsi un bagno insieme. E mentre io bestemmiavo pensando a tutti i soldi che ha guadagnato il genio che ha scritto questo scempio (e non sono ironico), Borghi, non pago, invitava Spadino a cospargerli la schiena di fango «Che fa bène alla pelle, Spadì». Ho detto tutto.

CAMPO, CONTROCAMPO

Le prime due puntate della fiction sono affidate al Maestro Michele Placido. Michele, conscio di aver già fatto tanto per il nostro cinema, evidentemente decide di cogliere l’occasione per tenere un seminario in due ore sulle basi della regia televisiva. Ci insegna, il Maestro, che una scena si costruisce con un “totale” – sullo sfondo, possibilmente, un monumento – e poi un “campo” – se si vede chi parla è meglio – e un “controcampo”. Grazie Maestro.

Un buon 90% delle scene delle prime due puntate sono costruite esattamente con questo preciso ordine di inquadrature. Non un’eccezione, non un colpo di genio. E se a questo aggiungete i dialoghi di cui sopra, allora otterrete il perfetto impianto della fiction italiana. Ma Placido l’ha visto l’omonimo film di Sollima? Perché io me lo sono rivisto e ci sono delle scene con una regia di livello HBO, manco Netflix. Non lo so, forse Placido non era ispirato. Forse ancora gli rodeva non aver fatto la regia di Romanzo Criminale  La serie (affidata a Sollima) però, da un regista del suo calibro, non ci si aspetta certo inquadrature così piatte ed elementari. C’è una scena in cui la Gerini si affaccia a un terrazzo con una “Contessa” – sì, neanche lei ha un nome – e piuttosto che niente lo sfondo del campo e controcampo è fatto in green back. Ovviamente io non posso sapere se è davvero un green back, ma se non lo è, ancora peggio.

Molaioli e Capotondi, i registi delle altre puntate, fanno un po’ meglio, ma neanche loro si inventano nulla. E poi, se il compito di dirigere gli attori è del regista, nessuno si salva. Questi attori sono manichini mossi senza senso, impagliati in location fisse e imboccati con battute alla Don Matteo. Borghi e Ferrara ogni tanto ci provano, ma non basta. Sullo sfondo di scenografie da Tutto può succedere 3, gli attori di Suburra spaccano oggetti in momenti di rabbia che, due minuti prima, riconosci come “oggetti da spaccare”. Guarda Spadino al bancone del bar. Se stai attento vedrai alla sua sinistra due bicchieri puliti di plastica colorata con cannucce, e sentirai che quei bicchieri stanno per fare una brutta fine. Sempre Spadino, sempre al bar: le vedi quelle bottiglie illuminate? Lo vedi quello sgabello? Indovina cosa succederà…

UNA ROMA SENZA TRAFFICO

Non ho tempo e voglia di informarmi se gli sceneggiatori di questa fiction abitino a Roma. Ma visto che la statistica li vuole romani e tendenzialmente con una casa di proprietà al Pigneto/Testaccio, io mi chiedo: ma dove cazzo ho vissuto negli ultimi dieci anni? Perché posso capire l’esigenza di Netflix di girare sequenze su sequenze con sfondi turistico-monumentali, ma non mi pare possibile che praticamente ogni scena di dialogo si svolga davanti, o dietro, un monumento illuminato alla perfezione. Quando mi è capitato di parlare con uno spacciatore non è che mi voltavo e dietro c’era il Vittoriano. Quando incontravo una ragazza non lo facevo davanti alla facciata di una splendida chiesa con facciata romanica. Errore mio.

Quasi ogni scena di questa fiction sulla malavita romana ci mostra una Roma che tutto è tranne che malata. E Roma, ora, è la città più malata d’Italia. Solo nel tragitto da casa mia a Termini – 500m – due giorni fa, ho visto tre persone che pisciavano in strada e una che si scaldava roba su un cucchiaino. Ma in Suburra no, in Suburra tutti si muovono in macchina senza trovare mai un minimo di traffico, tutti passeggiano amabilmente senza sentire in sottofondo nessun “aò” incazzato, nessun clacson. Non ci sono neanche i gabbiani, ma c’è addirittura un politico che prende il bus – e già questa è una cazzata epica, ma ci sta, perché serve a caratterizzare l’uomo del popolo – e il bus è vuoto! IL BUS È VUOTO! Ma di che cosa stiamo parlando?

Il vero problema con la realtà romana, però, non ce l’ho tanto per questa visione idilliaca di una città in rovina, ce l’ho per il ritratto della sua criminalità, che è anche il vero tema della fiction. Quanti sceneggiatori di Suburra hanno visto sui Rai Tre, pochi giorni fa, la splendida docu-fiction di Magnolia, I Mille giorni di Mafia Capitale? Io spero lo abbiano visto, così si saranno resi conto di come parla veramente un boss della criminalità organizzata romana. Carminati, il vero boss di Roma, è un uomo spavaldo, senza nessuna paura delle forze dell’ordine, un uomo violento, capace di intimorire con poche e semplici parole. Non ha bisogno di fare la faccia da duro, non ha bisogno di urlare «‘a Pezzo de merda!» a ogni battuta. E allora perché il Samurai, il “Carminati” di Suburra, sembra un ometto di mezza età il cui unico vezzo è essersi fatto il T-Max – ecco, quello sì che fa paura perché il T-Max a Roma ce l’hanno davvero quelli a cui è meglio non rispondere nel traffico – e per affermare il suo potere continua a usare minacce da scuola media del tipo “Gli faremo una bella sorpresa”?

Niente, non salvo niente di questa fiction italiana. Ed è un vero peccato. Perchè sabato, “IL GIORNO PRIMA” del binge, ero proprio contento che Netflix iniziasse a produrre anche in Italia.

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