Il Sanremo di Baglioni è la rivoluzione dei padri contro i figli - The Vision

Inutile fare un discorso sul perché si guardi Sanremo solo per riderne, su quanto non ci piaccia, su quanto sia patinato e obsoleto: vale comunque la pena di sintonizzarsi su Rai Uno, anche solo di passaggio. È uno spettacolo che continua a trascinare un sacco di persone e per quanto possa essere ribelle non accendere la televisione – ammesso che se ne abbia ancora una – in quella fantomatica settimana di febbraio, se si ha un minimo di interesse per un genere di intrattenimento davvero trasversale, non dargli nemmeno una piccola chance sarebbe da scemi. Poi certo, nemmeno io guardo sempre la Nazionale giocare (e quanti “pazza!” che mi prendo), e non vedo perché Sanremo non potrebbe risultare noioso a molti. Ma da quando ho la facoltà di tenere un telecomando in mano ammetto di non essermi praticamente mai fatta sfuggire un’edizione e non avevo nessuna intenzione di perdermi quella di quest’anno, per una serie di motivi.

Sanremo 1955
Sanremo 1977
Sanremo 2000

Prima di tutto, tolto lo scettro allo stakanovista Carlo Conti – che nel 2017, alla sua terza edizione, ha osato con un assemblaggio postmoderno di personalità Rai e Mediaset comunque apprezzabile – la scelta di affidare la conduzione a Claudio Baglioni mi è sembrata voler interrompere un ciclo rassicurante e familiare, suscitando per questo la mia curiosità. Secondo, perché proprio in questi giorni, cinquant’anni fa, si occupava La Sapienza, dando inizio a quel famoso periodo di proteste dalle quali sono nati movimenti sia politici che culturali. Claudio Baglioni, manco a dirlo, non si è fatto sfuggire il valore metaforico di questa ricorrenza (il sessantottesimo festival di Sanremo che cade a cinquant’anni dal Sessantotto, più chiaro di così): ecco che il palco dell’Ariston è diventato la sua personale aula occupata – anche se la faccia di Baglioni mi sa che nel ’68, più che in piazza, la si vedeva appesa alle pareti delle camerette di molti adolescenti.

Claudio Baglioni

Baglioni ha fin dall’inizio adottato una certa fermezza, quasi un pugno di ferro, con lo scopo di rendere questo evento degno del nome che porta: “Il dittatore artistico” ha deciso di non perpetuare la pratica umiliante dell’eliminazione diretta – scelta di ottimo gusto, non c’è che dire; ha accantonato l’usanza piuttosto inutile dell’ospitata hollywoodiana, altra decisione condivisibile; ma soprattutto, ha tenuto fuori i concorrenti dei talent, suscitando sgomento (soprattutto a Maria De Filippi, che si è sentita toccata i suoi cuccioli), ma anche approvazione. Un po’ a dire “Bravo Claudio che tieni fuori i prodotti delle fabbriche dell’intrattenimento, ripuliamo questo festival dalla spazzatura mediatica”. In realtà, analizzando più attentamente la proposta dei big di quest’anno, l’unica differenza con gli anni precedenti sta nel fatto che non sono presenti i talenti nati dalle stagioni più recenti di Xfactor e Amici di Maria De Filippi.

Come se Annalisa, The Kolors e Noemi non venissero da una di quelle catene di montaggio per l’intrattenimento.

In pratica Baglioni ha solo deciso di tenere fuori gli idoli più recenti, forse per una sorta di tirata d’orecchie, come a dire “fatevi la gavetta e poi ne riparliamo”. Eppure, da Amici l’anno scorso era uscita Federica Carta, che sembrava già confezionata per il festival della musica italiana (“un evento unico al mondo” ha detto Baglioni all’inizio della serata, come se fosse possibile un festival della canzone italiana in Norvegia), a mio parere perfetta per ricevere mazzi di fiori e scendere lunghe scalinate tortuose. E va bene, capisco lo spirito della scelta, anche a non voler compromettere il voto con sbilanciamenti troppo pronunciati a causa di orde di adolescenti con il telefono in mano pronti a tagliarsi un braccio pur di vedere sul podio il loro idolo (pensiamo ad esempio a quel periodo di vittorie monotematiche, tra Marco Carta, Valerio Scanu ed Emma Marrone). Se poi volessimo essere proprio pignoli, anche Nina Zilli, Elio E Le Storie Tese ed Ermal Meta con Fabrizio Moro in realtà sono comunque strettamente legati al mondo dei talent – tutti hanno condotto o fatto i giudici in qualche trasmissione del genere. Quindi va bene il purismo di Baglioni, anche se non manca un effetto collaterale: non ci sono quelle famose “facce fresche” che dovrebbero rincorrere l’approvazione dei giovani. I giovani, questa categoria indefinita ma determinante per il futuro del Paese e del pianeta Terra: ma perché non li lasciamo un po’ in pace e la smettiamo di propinare a tutti costi questa retorica della gioventù come simbolo o di insolenza o di necessaria freschezza?

Elio e le storie tese, 1996

Nel festival che celebra la ricorrenza della rivoluzione dei figli contro i padri, dunque, è Claudio Baglioni a fare il ribelle, ma dalla parte del professore. Genitore che si ribella alla sua stessa progenie, i cantanti pop italiani che gli si sono succeduti – e ci metterei in mezzo pure Tommaso Paradiso che di sicuro è uno di quelli che del piccolo grande amore qualcosa la sanno – con una bella iniezione di Pooh, Ornella Vanoni, Decibel, Ron. Niente rapper – lo dichiarano con un misto di orgoglio e ironia, Fiorello ci scherza su “non ci sarà nessun bella frate’” – in quanto categoria musicale che racchiude in sé tutta l’incomunicabilità tra le due generazioni. E non solo: fatti fuori quei giovani che non ci piacciono, Baglioni si ribella pure al demone per eccellenza che infesta le quinte sanremesi, lo spietato “bello della diretta”. Tutti guardiamo Sanremo in attesa di un errore, ci crogioliamo negli scivoloni impacciati dei presentatori, nei silenzi imbarazzanti e negli imprevisti scomodi. Il Sanremo baglioniano, altro smacco al sistema, ci naviga a vista sull’inconveniente: sketch basati sulle antipatie – come quello tra Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino – e finte défaillance, più una serie di equivoci che puzzano di simulazioni, non abbiamo il tempo di desiderare un Cavallo pazzo o una chitarra spaccata in stile Placebo, ce li servono già predigeriti.

I dati della prima serata però, nonostante i rischi delle imposizioni del direttore massimo, sembrano confermare il successo della sua politica aziendale da regime. E sì, non è proprio una gran cosa che siano stati esclusi i nomi di tanti concorrenti di talent, o molti artisti nuovi che avrebbero avuto le carte per partecipare (e dare una bella spinta di pubblico giovanile). Ma allo stesso tempo, forse, per certi versi è meglio non vederle proprio delle versioni sanremizzate di artisti che con quel palco non c’entrano nulla – e non sottovalutiamo il fatto che alla fine, sorpresa, potrebbero pure vincere quei burloni super giovani dello Stato Sociale. È un po’ come se Claudio Baglioni avesse voluto prendersi la sua rivincita col passato da cantante disimpegnato che si librava tra i passerotti, immolando la sua figura al dio Ariston con una missione di redentore risoluto della musica italiana. Anzi, della musica sanremese, perché credere che la scena nostrana si confini a quel palco sarebbe davvero folle.

 

E per sottolineare un altro po’ il fatto che questo Sanremo è suo – e che lo spettacolo, abbiate pazienza, è dei padri, quindi ora le canzoni di Baglioni le ascoltiamo tutte dalla prima all’ultima – cosa c’è di meglio se non mettere la quintessenza del festival della canzone italiana su un pulpito? Come un vecchio predicatore saggio pieno di storie e lezioni, Pippo Baudo dall’alto dei suoi tredici Sanremi ci racconta la meraviglia di quel palco e della carriera che ne è scaturita, con una autocelebrazione strappalacrime rafforzata dalla sua palese, ma romantica, anzianità. Lo stereotipo vorrebbe che quando un vecchio si racconta, il ragazzino alzi gli occhi al cielo, impaziente di tornare a farsi i fatti suoi. Chissà quanti giovani, alla vista di quel signore canuto che ha tutta l’intenzione di cominciare un lunghissimo racconto su “ai miei tempi”, hanno perso ogni briciolo di attenzione per lo schermo della tv. Va bene, è il gioco delle parti: ma non c’è niente di peggio dei vecchi che vogliono fare i giovani – e viceversa. Tanto vale un Sanremo nostalgico farcito di lectio magistralis di Baudo piuttosto che un Sanremo giovanilista che deve per forza infilarci Sfera Ebbasta.

E noi famosi giovani, in tutto ciò, come dovremmo reagire? In fondo a quei sessantottini (e a quelli che il Sessantotto se lo sono fatto a distanza come Baglioni) qualcosa dobbiamo, se non rispetto quanto meno il valore della storia – compresa la romanticheria della favola rivoluzionaria che avrebbe dovuto cambiare il mondo. Perché non lasciarli a fare il loro festival, che tanto comunque da guardare è sempre divertente, nonostante gli errori finti e gli imbarazzi veri. E poi, non siamo nemmeno così sicuri che al festival del 2068 saremo così desiderosi di lasciare spazio alle nuove leve.

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