In One Mississippi Tig Notaro sconfigge la morte e Louis C.K. - THE VISION

Il cancro ti ha quasi uccisa e, mentre sai risorgendo da un corpo prostrato dalla malattia, tua madre inciampa, picchia la testa e va in coma irreversibile. Ti chiamano perché c’è da staccare la spina e tu devi tornare al paesino in provincia da cui ti sei liberata dopo un’infanzia a dir poco disfunzionale. Chi potrebbe ridere di tutto questo? “Tutti”, risponde Tig Notaro con One Mississippi, la serie di Amazon creata da lei e da Diablo Cody (premio Oscar 2008 per la miglior sceneggiatura originale con Juno), arrivata alla seconda stagione, in cui la stand-up comedian portata alla ribalta del mainstream dall’endorsement di Louis C.K. invita a prenderci gioco delle sue, non poche, sfighe.

Tig Bavaro – alter ego poco alter dell’attrice – ha due cicatrici al posto del seno, un nonno-orco, un fratello quarantenne senza uno straccio di ragazza da quando andava al liceo, la diarrea cronica, le conseguenze di una chemioterapia che ha funzionato ma forse no, un patrigno anaffettivo e maniaco dell’ordine e un cuore che non trova pace, rimbalzando tra un amore fallito e un paio di abbagli. Pura fiction? Macché. La serie racconta – con tutte le licenze narrative del caso – l’annus horribilis vissuto dalla comica, quel 2012 in cui si trovò a fare i conti con una gravissima infezione batterica, una doppia mastectomia, la fine di un amore e la morte improvvisa della madre. Se fossi un life coach o una maestra di yoga la potrei definire una storia sulla resilienza: in un modo un po’ meno inflazionato possiamo dire che parla di come reagire efficacemente alla paura. One Mississippi porta la risata lì dove di solito non arriva, offre la via comica di Tig Notaro alla metabolizzazione del lutto.

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Al cuore degli affanni emotivi di Tig, del patrigno e del fratello c’è infatti proprio la paura: paura di subire di nuovo, di essere invasi, demoliti, annientati. Com’è successo in passato, quando erano piccoli o impreparati. Ma sapersi lasciare alle spalle i problemi – e farlo davvero, non solo superficialmente – è l’unico consiglio che la potentissima storia di Tig sembra voler dare a chi vaga in quel casino completo che ha nome esistenza. Anche se spesso, per poter andare avanti, bisogna prima avere il coraggio di tornare indietro. E Tig infatti indietro ci torna. Da Los Angeles, dove conduce con successo un programma alla radio, ricompare a Bay St. Lucille, in Mississippi, per affrontare la morte della madre e la relativa ingombrante eredità, portandosi appresso tutto quel suo umorismo deadpan – ovvero con la mimica facciale azzerata – per cui è nota, nella storia ma soprattutto nella realtà. L’attrice ha iniziato a farsi conoscere infatti coi suoi monologhi in un club di Los Angeles, diventati famosi per la battuta: “Hello. I have cancer”. Nel pubblico, a una di quelle serate, c’era proprio Louis C.K., che l’ha registrata e ha messo online le esibizioni, rendendole virali. Tig da allora non si è più fermata: ha vinto un Grammy, girato un documentario per Netflix e uno speciale per HBO. One Mississippi è modellata dal suo stile: quello in grado di accostare il massimo della leggerezza – la risata – al massimo della profondità – la morte, nostra e degli altri. E lo fa con grazia, evitando derive grottesche e stonature.

Perché le cose devono andare per forza nel solito modo? Perché la morte e la gestione del dolore devono seguire necessariamente il copione tradizionale? I dialoghi e le parole – cuore pulsante della serie – sono lo strumento che Tig persona-personaggio usa per non farsi schiacciare da una vita che va a rotoli: la tensione introdotta dall’ironia e dal sarcasmo è quella di chi non la dà vinta alla realtà. Proprio le scene che dovrebbero essere più cupe, aprono a visioni e incursioni surreali: One Mississippi è una tragedia raccontata da una mente che non vuole smettere di ridere e immaginare. “Mi hai preso tutto – ma respiro lo stesso”, canta Sia in Alive sul finale della seconda stagione, e non a caso. La stand-up comedian ha infatti non poco in comune con la popstar australiana. Entrambe, con le loro opere, proiettano i traumi (Sia ha un passato da alcolista e anni fa, dopo la morte del fidanzato, ha tentato il suicidio) nello spazio dell’immaginazione, dove tutto è possibile. Anche un pigiama party al cimitero, con la propria madre appena deceduta e le sue vicine di tomba.

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“Siamo tutti paralizzati, questa casa è un vortice di dolore,” dice Tig al patrigno in uno degli episodi della prima stagione. Il passato ha congelato le vite di tutta la famiglia ma lei non ci sta, non vuole più fare il cane di Pavlov. Non è certo una che si scompone ma, a suo modo, Tig fa resistenza al corso degli eventi, si mette di traverso: reagisce già a partire dall’elogio funebre, quando sfoggia la sua verve anarchica, promettendo di sfanculare il prete se questo dovesse avere qualcosa da dire sulla sua omosessualità. È abituata a opporsi: la felpa rosa lei l’ha sempre rifiutata. E si oppone infatti anche alla retorica dei diritti gay: scappa a gambe levate dalle ossessioni dell’attivismo e della comunità LGBT quando diventano posa identitaria che chiude e isola anziché aprire.

Se la prima stagione è tutta incentrata sulla morte della madre di Tig e sulla storia della sua famiglia, la seconda affronta invece alcuni dei temi più caldi di questi anni – molestie, razzismo, omofobia, anche interiorizzata. E in particolare il quinto episodio ha fatto parlare molto di sé negli Stati Uniti, visto che ha portato sullo schermo le molestie sessuali al centro del caso Louise C.K. (il quale è anche uno dei produttori della serie, anche se Tig Notaro ha precisato che l’attore non ha mai preso parte attivamente al progetto) prima che questo scoppiasse pubblicamente. Kate, la collega di cui Tig-personaggio si innamora (interpretata dall’attrice Stephanie Allynne, moglie di Tig nella vita reale) in quella puntata, durante un colloquio nell’ufficio del suo produttore radiofonico, è costretta a guardare l’uomo mentre si masturba, riproduzione mimetica di quella dinamica abusiva della vicenda C.K. Da lì l’episodio offre una vera e propria fenomenologia degli abusi: le vittime faticano a denunciare e, spesso, più che trovare sostegno vengono circondate da imbarazzo, incredulità e dalla tendenza a minimizzare.

 

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One Mississippi reagisce non solo alla morte e alla malattia, ma anche al sistema di potere sessista e, anche su questo versante, usa materiale reale e autobiografico per andare controcorrente. Tig Notaro ha dichiarato di non parlare con C.K. da prima del lancio della serie a causa di un non meglio identificato “incidente”. E, una volta venute fuori le testimonianze delle vittime, ha detto al The Daily Beast: “Penso sia importante prendersi cura della cosa, occuparsene. È una cosa seria, una cosa seria, una cosa seria”. Al The Hollywood Reporter ha invece raccontato: “Volevamo mostrare che si può essere molestate anche senza essere toccate. (…) sei stata comunque violata in modo orribile e sei spaventata” . Nonostante le tante voci in giro da tempo, nessuno aveva ancora accusato C.K. alla luce del sole mentre One Mississippi veniva girata e una volta che i fatti son diventati di dominio pubblico Tig ha detto al New York Times di essere preoccupata di aver fornito a C.K. una specie di alibi, ovvero che lui abbia lavorato con lei per ripulirsi la reputazione.

Poco dopo l’articolo del New York Times, il network HBO ha annullato la partecipazione di Louis C.K. allo speciale di beneficenza Night Of Too Many Stars e ha rimosso i suoi lavori dalla sua piattaforma. Netflix invece ha comunicato che, considerato il “comportamento di Louis C.K.”, non produrrà il secondo speciale in programma con lui. “L’aspetto positivo della situazione,” ha detto di recente Tig, “è che alle vittime non viene più detto che stanno mentendo. Questa è la cosa positiva che ne è derivata. Questo è quello che mi interessa”.

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