Okja e tutto il cinema coreano che spacca - The Vision

Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in un articolo sui prossimi film prodotti da Lucky Red, fra i quali compare quello nuovo di Mainetti. Ci voleva lui, Gabriele Mainetti, il regista di Lo chiamavano Jeeg robot, per far sì che in Italia si leggesse l’aggettivo “coreano” accanto alla parola “cinema”. Beh, complimenti. Mainetti dice che il suo prossimo progetto avrebbe dovuto essere un film horror di stampo sudcoreano e che invece sarà una storia corale ambientata a Roma. Aggiunge che i sudcoreani stanno al momento facendo il miglior cinema a livello internazionale. In quegli stessi giorni, per essere precisi il 28 giugno, Netflix ha reso disponibile in tutto il mondo il film Okja, di Bong Joon Ho (coreano).

Se ne è parlato parecchio: prima pellicola di Netflix a essere presentata a Cannes, ha sollevato un polverone perché non sarebbe stata distribuita nelle sale. Mon Dieu.

Ora, chiunque mi conosca almeno un po’ sa che la meno con il cinema coreano dagli anni ‘00, quando io e il mio amico Gabriele (non Mainetti, che adesso vive a Berlino e riesce a innamorarsi soltanto di donne asiatiche: tutto torna) vivevamo insieme in un appartamento in via Riva di Reno e al posto di uscire e fumarci le canne come qualunque altro studente iscritto all’Università di Bologna, guardavamo i film di Chan Wook Park, Kim Ki Duk, Lee Chang Dong e, appunto, Bong Joon Ho.

Era un periodo meraviglioso. La birra costava 45 centesimi, su Italia 1 c’era Buffy l’ammazzavampiri e la cena era regolarmente a base di tonno e fagioli. Nel mezzo di questo idillio, la scoperta di un cinema straniero, entusiasmante e sconosciuto. Iniziammo con Kim Ki Duk (di cui molti non hanno mai imparato a pronunciare il nome), perché era quello che le ragazze alternative che ti invitavano al cinema conoscevano meglio e che i festival avevano investito di una vagonata di premi. La sera in cui ho visto L’isola sono stato malissimo. Quei cazzo di ami da pesca piantati nella guancia del protagonista me li sogno ancora la notte.

Paran daemun, Kim Ki Duk (1998)

Il lavoro di Kim era diverso da tutto quello che si vedeva in giro. Certo, al contrario di adesso, esisteva ancora un cinema made in Usa di cui innamorarsi: originale, dotato di una sua poetica e di un suo distorto “sogno americano”. Erano gli anni di Magnolia, American Beauty e Fight Club. Eppure i drammi coreani mi avevano investito con una tale dose di assurdo e con quei meccanismi distanti dalla vita di tutti i giorni o dalle storie a cui ci aveva abituato il cinema statunitense, che era praticamente impossibile non rimanerne estasiati.

Ma la vera botta è arrivata con Oldboy di Chan Wook Park. In quel film c’era già tutto quello che avrei amato nei successivi: le riprese action che gli americani se le sognano; storie d’amore struggenti e platealmente sbagliate; una violenza tremenda, ma mai fine a se stessa. E poi le inquadrature: potrei parlare per ore delle inquadrature di Oldboy. Che stile che hanno i registi coreani.

oldboy park chan hok
Oldboy, Min-sik Choi (2003) © Tartan Films/courtesy Everett Collection

Quindi grazie al cazzo, amico Mainetti. Non posso che essere totalmente d’accordo con te, il cinema coreano è davvero il migliore, ma ci potevate arrivare tutti un po’ prima.

E veniamo quindi a Okja. Ancora prima che il Festival di Cannes 2017 iniziasse, gli esercenti francesi si erano messi storti sulla croisette per la sua presenza in concorso, insieme con quella di The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Il problema? Entrambi erano distribuiti da Netflix (Okja è stato anche prodotto). Hanno alzato così tanto la voce che il direttore del festival Thierry Frémaux ha promesso che dal prossimo anno saranno ammessi solo film con distribuzione in sala. Al presidente della Giuria di questa 70esima edizione, Pedro Almodóvar, è subito girato il cazzo per la questione Netflix e ci ha tenuto a far sapere la sua.

“Sarebbe un paradosso una Palma d’oro a un film non destinato alla sala. Le piattaforme digitali in sé sono principio giusto e positivo, ma questo non dovrebbe sostituire la forma esistente come la sala cinematografica e non dovrebbe alterare le abitudini degli spettatori. […] Credo fermamente che almeno la prima volta che qualcuno vede un film sia necessario che lo schermo sul quale lo vede non sia più piccolo della propria sedia. Sono convinto che noi spettatori dobbiamo essere più piccoli per entrare nell’immagine e nella storia.”

Pedro, uomo rinascimentale. Magari vuoi anche che rimettiamo le VHS sulle librerie? In conferenza stampa è stato chiesto a Joon Ho che cosa pensasse di quelle dichiarazioni. Il regista coreano, ridendo, ha sostanzialmente detto che non gliene fregava nulla e che l’unica cosa che gli importava era che Almodóvar si sarebbe visto il suo film nella sala Lumière, la più grande del Festival. Purtroppo la proiezione è andata una merda, perché non appena è comparso il logo di Netflix i Nazi-cinéphile francesi hanno fatto partire un coro di buuu durato cinque minuti. Non fosse bastato, i curtains dello schermo non si erano aperti per bene, impedendo di vedere il film a tutto schermo.

Non voglio addentrarmi nella polemica Netflix vs Cannes. Mi sembra assurdo e anacronistico che una discussione del genere possa anche solo esistere. Quello che mi dispiace, in realtà, è che il film per cui Joon Ho verrà ricordato negli anni a venire è il più brutto che il regista abbia mai scritto e diretto. Io lui l’ho amato dal primo istante. La sua opera d’esordio, Barking Dogs Never Bite, è una follia che comincia con l’inquilino di un maxi-condominio di Seoul tormentato dall’abbaiare di un cane. Stremato, l’uomo si mette alla ricerca della fonte del proprio fastidio e, trovato il presunto colpevole, lo scaraventa giù dal tetto del palazzo. Peccato che il cane assassinato, un bellissimo barboncino, sia quello sbagliato. La sua giovane proprietaria farà di tutto per ritrovarlo: assurdo. E ricordiamoci di questa ragazzina che non si arrende, perché la ritroveremo.

Barking Dog Never Bite Bong Joon Ho
Barking Dogs Never Bite, Bong Joon Ho (2000)

Il film successivo è Memories of a Murder, un poliziesco perfetto e di nuovo assurdo per i protagonisti messi in scena da Joon Ho: il solito looser accoppiato al poliziotto preciso e ligio al dovere, ma con delle dinamiche ben diverse da quelle cui ci ha abituato il cinema americano.

Un piccolo salto in avanti e si arriva a The Host, capolavoro assoluto. Un monster movie in cui un calamaro gigante emerge dalle rive del fiume Han per mangiare e distruggere tutto quello che incontra. La creatura rapisce anche la figlia di un ambulante, la ragazzina che non vuole arrendersi alla sua tragica sorte. Abituati ai film con gli orrendi mostri americani, non potevamo nemmeno lontanamente immaginare che quello che stavamo guardando fosse una riflessione sulla famiglia post-moderna e su cosa significhi essere padri. Ci aspettavamo soltanto spari e distruzione (e ci sono, intendiamoci), ma ci siamo ritrovati davanti alle lacrime di un genitore incapace.

the host bong joon ho
The Host, Bong Joon Ho (2006)

Da segnalare, per concludere il breve excursus sulla carriera di Joon Ho, l’esordio americano con il sottovalutatissimo Snowpiercer, film distopico, interamente ambientato su un treno in cui è in corso una lotta di classe che cambierà il destino del mondo.

Snowpiercer, Bong Joon Ho (2013)

Quando ho visto il trailer di Okja mi sono sinceramente emozionato. Mi aspettavo qualcosa ai livelli di The Host, se non migliore. Tra i personaggi c’era anche la bambina che non si arrende e, per chiudere in bellezza, il 28 giugno sarei stato a Berlino per guardare il film con il mio amico Gabriele, quello dei tempi di Bologna. Sullo stesso schermo dello stesso pc su cui abbiamo consumato tutti gli altri film coreani della nostra vita.

Terminata la visione, ci siamo scambiati uno sguardo perplesso. Un film girato da paura e con uno stile incredibile – sono emiliano e mi hanno insegnato che del maiale non si butta via niente: quando vedo i maxi-suini ammazzati per far salsicce non riesco a soffrire più di tanto –, ma questo film non lascia nulla a chi lo guarda.

Se in The Host c’era il racconto di una famiglia (qualcosa di vivo e di sentimentale, in grado di unirci tutti), in Okja c’è una critica socioculturale all’America consumista, condotta attraverso il racconto di personaggi con fenotipi esagerati, bizzarri e ridicoli. Tutti sono buoni e tutti sono cattivi – tranne la maxi-maiala, ovviamente, che è solo buona.

The Host cominciava con uno scienziato americano che decide di vuotare dei rifiuti tossici nel fiume Han, innescando la nascita del calamaro. In Okja i cattivi sono ancora gli Usa, con la Mirando Corporation che illude tutto il mondo di rispettare le leggi relative agli Ogm e di essere cruelty-free, ma se nel primo film la critica all’America era solo un pretesto, uno sciocco punto di partenza, stavolta diventa il soggetto di tutto il film.

Mi dispiace, so che non la pensate così, so che vi siete affezionati alla bambina e alla sua porcella, ma io manco mi ricordo come si chiama la bambina. Mi ricordo i ritratti orribili delle gemelle a capo della Mirando Corporation, interpretate da Tilda Swinton. Il falso amante degli animali con voce in falsetto Jake Gyllenhall. L’animalista in completo Paul Dano. Quello che rimane di Okja sono le doppie personalità di un gruppo di caratteristi che corrono, mossi da un demiurgo che stavolta, secondo me, non ci ha messo il cuore.

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