Neill Blomkamp, ovvero le nove vite di un regista furbo e mediocre - The Vision

Ci sono persone che di mestiere risorgono dalle proprie ceneri. Neill Blomkamp è una di queste. Sudafricano bianco classe ’79, emigrato poi a Vancouver dove studia cinema, Neill si lancia nel mondo della finzione come animatore 3D e artista di VFX. La gavetta la fa sui set delle serie Dark Angel e Stargate SG-1, che da noi passavano più o meno all’ora di pranzo tornati a casa da scuola.

In attesa del debutto cinematografico, Blomkamp scrive e dirige una serie di corti tra cui uno ambientato nell’universo del videogioco Halo. Web e gamers impazzano. E proprio dallo sparatutto in prima persona il regista vorrebbe distillare una trasposizione cinematografica, ma il progetto si blocca e tanti saluti.

District 9 (2009)

Due anni dopo arriva la prima resurrezione e – Peter Jackson permettendo – Blomkamp esordisce alla regia con District 9: sci-fi-quasi-mockumentario ambientato in una Johannesburg piena di rifugiati alieni (gamberomorfi) che vengono ghettizzati con la complicità di una multinazionale cattiva. Idea brillante e brillantemente scopiazzata, qui e là, da Paul Verhoeven (la multinazionale cattiva, la metropoli degradata in un prossimo futuro, il design dei robo-poliziotti privati, etc). Il film sbanca, viene candidato all’Oscar (ci sta visto gli standard dell’Academy) e fa incazzare il governo nigeriano perché nel mezzo dello slum alieno c’è una gang di cannibali – indovina un po’ – nigeriani.

I due lavori successivi, Elysium e Chappie, sono un disastro. A ragione, visto che il primo è un manuale di marxismo per dummies che termina col martirio dell’eroe bianco, e il secondo un pasticcio tra E.T. e Robocop con musiche orrende e sceneggiatura a colabrodo. I due film confermano come Neill Blomkamp sia un regista mediocre: una schiappa di scrittore che se la cava bene solo nelle scene in cui esplode qualcosa o qualcuno spara.

Poi nel 2015 il regista sudafricano, che è anche uno smanettone social, annuncia su Twitter di essere pronto a girare il quinto Alien, suo film feticcio per antonomasia. Salvo poi inghiottire due giganteschi rospi quando i produttori, forse dopo aver visto Chappie, gli fanno ciao ciao con la mano e Ridley Scott annuncia alla stampa che il film non s’ha da fare.

E qui arriva, puntuale dopo due anni di incubazione, la seconda resurrezione. È a inizio 2017, infatti, quando compaiono le prime indiscrezioni su Blomkamp: promessa dello sci-fi prima, regista acerbo dopo, e ora burattinaio di una misteriosa casa di produzione chiamata Oats Studios.

District 9 (2009)

Dopo due video piuttosto criptici, la Oats lancia online Cooking with Bill: una serie di bizzarre televendite dal sapore anni ’80, con un tocco splatter. Niente di che. Ma poi, in poco più di un mese, escono tre cortometraggi ad alta densità di effetti speciali, a metà tra horror e fantascienza. ATTENZIONE MINI-SPOILER. Sono: Firebase (vietcong con i superpoteri), Rakka (i rettiliani alieni invadono la terra) e Zygote (alien-movie con un mostro veramente mostruoso).

Tutti e tre i film vengono caricati su Youtube. Gioia per gli internauti. Ma, soprattutto, sono disponibili su una piattaforma frequentata da gamers di nuovo e antico pelo, Steam, che permette anche l’acquisto di contenuti extra come i modelli 3D degli alieni da modificare e rianimare con programmi di rendering. La Oats mette anche a disposizione degli utenti l’intero girato dei cortometraggi con tanto di colonne audio, suggerendo al popolo della rete di giocare al montaggio. Gioia per internauti, gamers e registi wannabe!

Non male come boutade sperimentale. Anche perché il coinvolgimento del pubblico da parte della nuova casa di produzione passa per canali come Twitter, dove Neill chiede di votare prossimi passi e opere della Oats. Furbo, lui che è chiaramente in cerca di un modello produttivo alternativo – forse il crowdfunding? – rispetto alle tanto odiate politiche industriali di Hollywood.

Le premesse sono buone dato che la Oats sperimenta “some weird shit” al passo coi tempi, proponendo qualcosa di nuovo nel panorama dello sci-fi anglofono, ma soprattutto rappresentando qualcosa di nuovo nella landa del cinema indipendente: un incrocio tra il mondo dei videogiochi e quello del grande schermo in versione 1920×1080.

Elysium

Almeno per questo, vale la pena seguire Neill Blomkamp e le sue nove vite. Anche se, come tutti i veri personaggi, è un soggetto ambiguo. Una sua versione pop è il nerd imbibito di cultura anni ’80/’90, ispirato – lo ha detto lui – dall’uscita di Metal Slug per PlayStation e da registi come Cameron e Scott; quello che considera noiosa la roba scritta, “literature and stuff” (mentre le sue interviste sono piene di “cool like stuff”), tipo quei manufatti chiamati libri senza figure, mentre ama le armi, le auto e la computer grafica. Nella sua versione meno innocua, invece, qualcuno lo considera schizofrenico, dato che nei suoi film rimanda al politicamente impegnato salvo poi rifiutarne le letture – perché nessuno, si sa, cambia il mondo con un film, mentre è “cool and stuff” fare pellicole d’azione ambientate in realtà impressionanti come quelle pescate dal regista a Johannesburg e Città del Messico, dove ha girato – dal vivo e con tecniche da cinema documentario – alcune scene di District 9 ed Elysium.

Rakka (2017)

C’è allora chi si domanda se il cinema di Blomkamp non sia in fin dei conti exploitation mediatica di un autore incapace di cogliere le implicazioni più profonde delle proprie opere. Certo, a guardare i suoi film, Neill sembra la caricatura militante di un nerd alla ricerca della sintesi alchemica tra pensieri umanitari in stile UNICEF e il cinema di consumo tutto azione e VFX. Ma forse il regista sudafricano – che sia la ragione dietro due resurrezioni? – è anche uno stratega del marketing pronto a strizzare l’occhio verso un pubblico eterogeneo: gamers, geeks, fanta-maniaci, alien-fissati e radical-chic cui tranquillizza pensare che nel mondo del cinema c’è chi combatte per la giustizia.

Insomma Blomkamp lo si ama, lo si odia oppure semplicemente lo si accetta. Suo merito è l’aver mostrato il medio a Hollywood per cominciare, in autonomia, a dialogare con un pubblico affamato di partecipazione. E un po’ dispiace che questo merito vada proprio a lui, perché Neill rimane comunque il regista mediocre e “democristiano” che annuncia su Twitter la regia del prossimo cinepanettone sci-fi per la 20th Century Fox.

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