Questo pezzo contiene alcuni riferimenti alla trama.

È uscita l’ennesima serie Netflix, l’ennesima serie crime-procedurale, la seconda che David Fincher produce e dirige (quattro episodi su dieci). Ormai esce una nuova serie Netflix ogni mezz’ora quindi sai che novità, ma io questa la aspettavo da un po’. Perché c’è chi in camera, da ragazzo, aveva la foto di Maradona, chi di Senna. Io ce l’avevo di Fincher (e di Kelly di Beverly Hills 90210, ma questa è un’altra storia).

David Fincher è uno dei pochi registi viventi a cui non serve il credit nei titoli di testa: basta una palette di colori – ocra, grigio, blu – e l’inquadratura di una macchina in movimento per riconoscere che un film o una serie è stata firmata da lui. E non è poco.

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Mindhunter racconta di come sia nato il reparto dei “profiler” all’FBI, ovvero di come due Special Agents, Holden Ford e Bill Tench, abbiano iniziato a interrogare serial killer – termine per definire i pluriomicidi inventato proprio da loro – e a tracciarne il profilo psicologico per comprendere meglio la mente degli assassini e prevenire in futuro eventuali crimini violenti. La coppia di agenti, a loro modo archetipi abbastanza comuni del genere crime, si trova faccia a faccia con assassini malati di mente e si scontra con la diffidenza culturale di quella fine degli anni Settanta in cui utilizzare la psicologia negli interrogatori non era ancora routine.

La serie è tratta dall’omonimo libro di John Douglas e racconta una storia vera. I nomi e i ruoli degli agenti, certo, sono drammatizzati, ma i criminali che Holden e Tench incontrano ricalcano veri criminali e i reati di cui si parla sono realmente stati commessi. Basta vedere la serie e dare un’occhiata a questo articolo per capire la genialità della Casting Director di Mindhunter. Gli attori scelti per interpretare i criminali hanno l’esatta fisionomia e fisicità degli originali, su tutti l’enorme Ed Kemper, che prima decapitava le sue vittime e poi le usava per praticarsi una fellatio (lo ha fatto anche con la testa di sua mamma. E nella serie se ne parla approfonditamente).

È possibile che fossi molto stanco quando l’altra sera mi sono seduto sul divano per guardare la prima puntata di Mindhunter, fatto sta che mi sono addormentato dopo quindici minuti. Ricordo che mi piaceva moltissimo e poi… il nulla. Nero, titoli di coda ed episodio successivo che parte in automatico. “Sei stanco”, mi sono ripetuto. E dire che dopo la prima scena stavo mezzo in piedi sul divano dall’eccitazione. Non potevo immaginare che quella sarebbe stata l’unica scena di violenza dell’intera serie e che non avrei visto un’altra goccia di sangue nelle dieci ore successive. Ci ho riprovato la sera dopo, quando la mia bacheca di Facebook era già piena di gente che gridava al capolavoro. Sono riuscito a finire la prima puntata, ma nulla. Non mi ha detto nulla. Non sono riuscito a capire il punto. Questi personaggi dove mi avrebbero portato nelle successive nove puntate? Nella storia non era stato seminato nulla che valesse veramente la pena di essere raccolto nelle nove ore successive. Quanto mi sbagliavo.

Mi vengono in mente tre principali motivi per cui dovreste guardare Mindhunter. Il primo è sostanzialmente che David Fincher è Dio. Ci sono registi sicuramente più creativi e con una poetica più accattivante della sua, ma se fare regia è il sapere raccontare attraverso immagini, allora basta, abbiamo finito di parlare: Fincher è il miglior regista sulla piazza. Non c’è una singola inquadratura, nelle quattro puntate dirette da lui, che sia superflua o che non racconti qualcosa in più che i dialoghi o le espressioni degli attori non riescano a trasmettere. Fincher aggiunge, sempre. La sua regia non è mai al servizio della storia: le sue immagini arricchiscono la storia creando un linguaggio visivo puntuale e sublime.

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Prendiamo una scena a caso di dialogo. Fincher, con le sue inquadrature, crea un’organizzazione narrativa del dialogo, passando da primi piani strettissimi che mettono in risalto la difficoltà di chi sta parlando, a campi larghi che costringono due persone nello stesso ambiente contro la loro volontà, per arrivare, praticamente in ogni scena di questo tipo (e ce ne sono veramente tantissime) a primi piani dei personaggi che guardano e parlano in camera. Veniamo interpellati anche noi spettatori nelle discussioni di Tench e Holden: Fincher vuole che stiamo lì, con loro, come a dire “so che le scene di dialogo spesso sono pallose, ma questo discorso riguarda anche voi”.

La macchina da presa di Fincher è sempre ferma, statica. Hanno girato addirittura in 6k, in modo da poter sfruttare i margini non utilizzati dell’inquadratura per stabilizzare l’immagine, quando necessario. In tutte e dieci le puntate c’è un solo momento in cui la macchina da presa viene portata a mano, ed è nella penultima scena della serie, quella in cui Holden viene letteralmente abbracciato dal male e capisce fino in fondo quanto tutto quello a cui ha assistito lo abbia cambiato. E quando vediamo la macchina da presa lanciarsi per inseguire il personaggio, capiamo che chi viene inquadrato è veramente fottuto, che la crisi che sta subendo è davvero tremenda, perché destabilizza non solo lui, ma anche tutti noi.

Zodiac (2007)

Fincher porta avanti in Mindhunter un discorso iniziato tanti anni prima con Se7en, ma soprattutto con Zodiac. Credo che quest’ultimo sia in assoluto il miglior film di Fincher. Il problema è che non lo ha calcolato nessuno. Anche il regista ammette di aver chiesto troppo allo spettatore con quelle due ore e quaranta in cui non succede praticamente nulla. Forse non eravamo pronti. Ma adesso sì, lo siamo, e questo mi porta al secondo motivo per cui dovete vedere Mindhuter.

Un caro amico, quando gli ho detto “Guardati ‘sta serie che è fighissima”, mi ha risposto che a lui il crime lo ha esasperato. E in effetti è da qualche anno che ne siamo stati sommersi, ma sono le serie documentaristiche ad aver fatto la differenza. Da The Jinx a Making a Murderer in poi, queste serie ci hanno abituato a un nuovo tipo di linguaggio del crimine, dove la ricerca del colpevole può risultare anche fallimentare. Spesso arriviamo alla fine di serie documentaristiche lunghe dodici puntate senza manco sapere chi sia l’assassino o perché un determinato fatto criminoso sia stato commesso. Questo tipo di intrattenimento, fino a qualche anno fa, era impensabile. Ma essendo la realtà non scripted, è normale che i finali possano essere realizzati in maniera non soddisfacente per il pubblico. Fincher questo lo aveva già capito nel 2007: arrivati alla fine di Zodiac non si sa chi sia il colpevole – come nella realtà, d’altronde, dove ancora si sta cercando di decifrare il codice dell’assassino. Mindhunter, che a quel modello deve molto, sembra un true crime docu-drama in cui, con una penna leggera, siano stati disegnati personaggi di finzione.  È una commistione efficace che esplicita, ancora una volta, come il genere documentaristico e quello drama si stiano contaminando l’uno con l’altro. Non è forse Dunkirk un bellissimo documentario? Il recente One Of Us non sembra forse, una storia scritta?

One of us (2017)

In America, dove a livello di intrattenimento sono giusto un po’ più avanti rispetto a noi, hanno capito che la sceneggiatura è la chiave di tutto. Se una storia non regge, non hai un film, né una serie. Puoi metterci anche il regista più bravo del mondo, ma non cambierà nulla. E la sensazione, guardando Mindhunter, è che agli sceneggiatori sia stata data la massima libertà. E questa libertà è il terzo motivo per cui lo dovete vedere. Un esempio: all’inizio di quasi tutti gli episodi compare questo tizio in Kansas che ha chiaramente delle turbe psichiche e si sta preparando per un’azione violenta. Ci si aspetta che, puntata dopo puntata, quella linea narrativa, seppur accennata, diventi la principale delle ultime due ore. E invece no. Non succede niente. Il tizio avrebbe dovuto uccidere qualcuno, e invece nulla. Un indizio ci può far pensare che forse sia lui il colpevole di altre due aggressioni viste nella serie, ma niente ce lo conferma. Quell’uomo è Dennis Rader, che ucciderà dieci persone nella Sedgwick Country. Dite: sarà la storia principale della stagione due? Verosimilmente sì, rimane comunque un modo abbastanza folle per introdurla.

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I casi di puntata, in tutta la serie, hanno uno sviluppo che non è mai convenzionale: possono durare un episodio, oppure due, o tre. Alcuni personaggi entrano, altri personaggi escono dalla storia in tutta libertà. Molti conflitti vengono risolti con dialoghi, ma altrettanti vengono risolti fuori dallo schermo. Il vero capolavoro degli sceneggiatori, e di Fincher, rimane l’arco del protagonista, l’agente speciale Holden. Un personaggio che all’inizio della serie dichiara di non avere la minima di idea di quello che sta facendo e che nelle ultime puntate, inquadrato esclusivamente nell’ombra, diventa un burattinaio a tratti malvagio, sicuramente privo di emozioni. Splendido è anche l’arco di Tench, il suo compare che da copione dovrebbe essere quello burbero, con la battuta sempre pronta, e invece è quello che si arrende, quello che davanti all’oscurità delle menti criminali alza le mani e preferisce la linea piatta della vita famigliare. Compasso morale della coppia, capisce, al contrario di Holden, che più ci si avvicina all’abisso, più l’abisso reclama un prezzo da pagare.

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