Gomorra si è ripreso tutto quello che è suo - The Vision

C’è voluto un anno e mezzo di attesa prima di poter finalmente riprendere il passo con una delle serie italiane più acclamate di sempre, e a giudicare dall’incredibile successo che hanno avuto le proiezioni delle prime due puntate della terza stagione di Gomorra – presentate in anteprima al cinema – sembrerebbe che ne sia valsa la pena. Il film più visto in sala di questa settima non è infatti un film, ma una serie TV che dal 2014 in poi è stata decisamente in grado di far parlare di sé, nel bene o nel male. Si potrebbero trovare anche spunti per criticarla, come i pericoli che una rappresentazione del genere possa stimolare la fantasia di qualcuno, una sorta di corso accelerato per aspiranti criminali. Sta di fatto che non si può non riconoscere a Gomorra il merito di aver creato un immaginario preciso, uno stile proprio e ben rappresentato dagli attori che la interpretano, dalle parole che usano, dai luoghi che ha sapientemente abitato in modo da farci pensare sempre “questo è proprio uno scenario alla Gomorra”. E questa non è una cosa da poco. Il rischio, con prodotti di questo tipo, però, è sempre che l’esponenziale crescita di pubblico si riveli inversamente proporzionale alla qualità della serie, come nel caso della settima, deludente, stagione di Game of Thrones, criticata dal alcuni per aver sacrificato la sua cinica imprevedibilità in nome dell’approvazione del suo sconfinato pubblico. Le prime due puntate di Gomorra, al contrario, sembrano anticipare una stagione all’insegna dei cambiamenti, tra patricidi e nuovi eredi, assolutamente coerente con le precedenti.

La seconda stagione ci aveva lasciati con un messaggio ben preciso: l’Ancien Régime è crollato per mano del Robespierre di Secondigliano, Ciro l’Immortale, che ha agito da tramite per il patricidio di Don Pietro, fortemente voluto da un Genny Savastano ormai ben lontano da quella versione quasi tenera che non sapeva nemmeno uccidere un barbone. Il vecchio è stato definitivamente sostituito dal nuovo, morto un Pietro Savastano se ne fa un altro. Genny ha ormai deciso di lasciare alle spalle tutto ciò che riguarda suo padre per intraprendere quel cammino di indipendenza verso la creazione di una nuova famiglia, tenuta sapientemente alla larga dalle Vele di Scampia; Ciro è sprofondato nel mutismo nichilista dopo aver strangolato la moglie e non essere stato in grado di evitare anche la morte della figlia, mentre i vari personaggi che sono stati introdotti nelle precedenti stagioni e sono rimasti miracolosamente in vita sembrano non essere affatto destinati a un’uscita di scena. Personaggi, ad esempio, come Patrizia e Scianel, che avevano già ricoperto ruoli interessanti nella seconda stagione e sembrano predisposte a replicare anche nella terza.

La prima puntata della terza stagione fa dunque da collante con la fine della seconda, dove tutte le nostre certezze erano cadute davanti alla morte inaspettata di un personaggio che sembrava opporsi con una certa determinazione a una sua possibile dipartita. La morte di Conte era stata già abbastanza traumatica per gli spettatori di Gomorra, quella di Don Pietro apre le porte a un futuro difficile da immaginare per la serie: se muore il protagonista cosa rimane? E forse la risposta sta proprio nel fatto che in Gomorra non esista in realtà un protagonista, ma tanti personaggi autonomi che ognuno può eleggere a protagonista in base alle sue preferenze. E la seconda stagione aveva accentuato ancora di più questo aspetto corale della serie, focalizzandosi a ogni episodio su una storia o un personaggio in particolare. Non è chiaro se anche la terza procederà in questa direzione, ma è abbastanza evidente invece che vedremo interagire i vecchi personaggi con situazioni inedite, nuovi clan e soprattutto nuovi boss, visto che di quelli vecchi siamo ormai rimasti a corto.

L’apertura della terza stagione diventa così un’elegia funebre a tutto quello che abbiamo visto fino a ora. Persino i legami familiari si possono interrompere se si decide di cambiare famiglia, e un figlio può uccidere il padre in nome del cambiamento, così come può decidere di eliminare anche tutto ciò che rimane collegato al passato. Tutta la tristezza e la cupa consapevolezza di un mondo che finisce per dare spazio all’ignoto è riassunta nel personaggio di Patrizia, che di Don Pietro si era addirittura innamorata, probabilmente affetta da una qualche variante della Sindrome di Stoccolma, e che sembra non volersi arrendere alla realtà dei fatti, anticipando una possibile contrapposizione con il nuovo governo Genny. Certo è che i personaggi femminili in Gomorra non deludono quasi mai, e la prospettiva di una vendicatrice di Don Pietro a mio avviso non sarebbe affatto male.

Dunque, mentre Genny si è auto-incoronato imperatore momentaneamente indisturbato di Secondigliano, Ciro non sembra passarsela altrettanto bene. Anzi, sembra essere totalmente indifferente alle faccende politiche delle Vele. Lo vediamo quindi alle prese con la criminalità organizzata di Sofia, in Bulgaria, un anno dopo il sobrio funerale di Don Pietro: per allontanarsi dalla vita passata ha deciso di trasferire la sua ricerca di una figura paterna a cui sottostare dal boss Savastano a un criminale bulgaro che, ironia della sorte, alla pari di Don Pietro preferisce un figlio viziato e incapace al suo impeccabile operato. Il concetto di espiazione di Ciro risulta dunque abbastanza discutibile, ma sta di fatto che la sua nuova vita in terra slava sembra essere una gigantesca punizione che si è voluto auto-infliggere per le insanabili colpe del suo passato. Anche nella seconda stagione avevamo visto un cambio di set, in quel caso era la Germania, e la mia sensazione nei confronti di questa scelta rimane la stessa di un anno e mezzo fa: spostando Gomorra da Napoli il risultato non è dei migliori. La seconda puntata, infatti, sembra scorrere più lentamente, nonostante Marco D’Amore meriti quanto meno un riconoscimento per aver recitato un’ora di puntata in bulgaro sembrando anche molto credibile. Ciro L’Immortale però non poteva rimanere per sempre a Sofia a estinguere i suoi debiti con il passato, e infatti lo vediamo uccidere anche questo nuovo padre adottivo, sperando che dopo averne fatti fuori due il suo complesso di abbandono si sia quanto meno acquietato.

Insomma, la terza stagione di Gomorra promette bene: non è facile continuare ad aver voglia di guardare uno show dopo che la maggior parte dei suoi personaggi sono stati falciati dal disastroso corso degli eventi. Ma se così non fosse, questa serie non sarebbe quello che è: un prodotto interessante, oltre che per la qualità della sua realizzazione, soprattutto per la sua realistica rappresentazione, fedele alle dinamiche spietate della camorra. Certo, non è facile immaginare come si svilupperà la trama, una volta che i personaggi cardine sono stati eliminati definitivamente dalla storia, e non è facile neanche fare in modo che chi guarda si affezioni ai nuovi arrivati. Però è anche vero che un’altra particolarità di Gomorra è la totale mancanza di personaggi positivi: non c’è un vero e proprio eroe, dal momento che sono tutti indistintamente rappresentanti del male. Forse a questo punto lo sforzo dovremmo farlo noi spettatori provando a non ricercare per forza qualcuno per cui tifare ma osservando la storia da lontano, senza necessariamente rimpiangere un boss della camorra come Don Pietro Savastano.

Tutte le fotografie sono di Gianni Fiorito

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