Al centro delle polemiche nei confronti di Gomorra cè sempre stato il dubbio – legittimo – che la rappresentazione della criminalità potesse essere fuorviante. Affezionarsi ai protagonisti, piangerne la morte o esultare per i loro successi sono automatismi in cui cadiamo spesso da spettatori. Ma, nel caso di una serie come Gomorra, questi processi di empatia risultano piuttosto paradossali se riflettiamo per un attimo sul fatto che quello che stiamo guardando non è fiction. O perlomeno, non lo è in senso assoluto, considerato che molti degli episodi raccontati nella serie sono tratti da fatti realmente accaduti. Non è strano, dunque, che di recente alcuni magistrati abbiano accusato la serie di umanizzare troppo la camorra e i suoi protagonisti, rischiando di edulcorare una realtà che di romantico ha ben poco. C’è da dire però che dalle loro dichiarazioni emerge una cosa fondamentale: sembrerebbe che i magistrati interpellati non abbiano mai seguito la serie con continuità, e non è un dettaglio. Fino a questo punto, infatti, la terza stagione di Gomorra ha confermato un suo tratto saliente, cioè quello di non avere nessun personaggio positivo. Lo abbiamo visto nella sesta puntata, quando Enzo Sangue Blu non ha impiegato molto tempo prima di rinunciare a ogni cenno di umanità passando da piccolo criminale di strada ad assassino. Lo fa in modo agghiacciante, uccidendo un padre che non aveva nessuna colpa se non quella di essersi timidamente ribellato a un sopruso della camorra, alla quale si era rivolto per pura disperazione. Ecco, seguendo Gomorra in tutti i suoi passaggi, la risposta alla domanda “questa serie è un rischio per chi la guarda?” si trova facilmente: no, non lo è. Perché da spettatori non abbiamo il tempo di affezionarci a qualcuno, di legittimare i suoi gesti e di eroicizzarlo che questo qualcuno compie un gesto talmente spietato da farci venire il voltastomaco per la sua crudeltà. E credo che questo sentimento di disgusto e distacco sia proprio ciò che funziona meglio nella serie.

Il triangolo Genny-Ciro-Enzo è stato messo alla prova, e ha funzionato. Ognuno di loro si muove spinto da una motivazione forte e determinata: Genny vuole riprendersi ciò che è suo – il leitmotiv del suo personaggio. Ciro vuole scappare dai suoi demoni ed Enzo, figlio dei fantasmi, vuole rendere giustizia al proprio nome. Solo che, in questo sodalizio di convenienza, i rapporti devono essere messi alla prova, ed Enzo deve dare la dimostrazione di essere pronto per questo upgrade nella gerarchia della camorra. Ad accomunare i tre c’è il nemico comune, i Confederati, che incombono sulla testa della nuova alleanza, evidentemente pronti a dare il via a questa guerra. E quando comincia una guerra, lo abbiamo imparato nelle precedenti stagioni, bisogna stare molto attenti a decidere di chi fidarsi. Genny, infatti, quasi mostrando un po’ di sana gelosia fraterna, non è sicuro della devozione di Enzo, che sembra invece spinto da un sincero senso di amicizia e rispetto nei confronti di Ciro, il quale dice chiaramente a Genny che in questi ragazzi del centro di Napoli c’è l’alchimia necessaria per combattere al loro fianco “ragg’, famm’ e l’ambizione dei vent’anni”. Ad aiutare Enzo in questa impresa di scalata sociale c’è un personaggio insolito, Valerio, un figlio di papà che vuole giocare a fare il criminale e che fornisce dei contatti e una copertura che tornano molto utili. Insomma, una faccia pulita da ragazzino di Posillipo e una camicia stirata in certi casi valgono più di un curriculum da camorrista, e Valerio ne dà la prova quando riesce a far concludere ottimi affari a Ciro con una serie di clienti scelti tra l’élite partenopea. È strano vedere uno scugnizzo vestito da fattorino che consegna una partita di cocaina in uno studio dentistico del centro, eppure questa sinergia di classi sociali sembra funzionare alla perfezione.

I Confederati hanno introdotto in Gomorra un’estetica molto interessante: non vivono in case barocche con maxi-schermi e animali di porcellana, ma in palazzi antichi con immense librerie polverose. Il loro aspetto ricorda quello di qualche personaggio di una commedia di Eduardo De Filippo, e la loro tempra da conservatori lascia intendere che la guerra che sta per scoppiare non finirà facilmente. Sanno bene che Enzo Sangue Blu è un giovane inesperto, non può essere opera sua se fino a qualche tempo prima si limitava a spacciare erba in un “vicoletto”. Così, Edoardo Arenella, col suo fazzoletto al collo da boss d’altri tempi, tenta di levarsi questa piccola rogna rivolgendosi al buon cuore di Donna Carmela, la sorella di Enzo, ricordandole che tutti quei fantasmi che popolano la storia della loro famiglia sono morti per mano dei Confederati, ed è meglio che non si aggiunga un altro Sangue Blu alla lista. Enzo, inutile specificarlo, non ha nessuna intenzione di vendere l’Immortale agli assassini della sua stirpe, e il conto alla rovescia per la guerra si fa sempre più breve. Nel frattempo, mentre Enzo si guadagna un altro tassello di stima da parte di Ciro, rifiutando di passare dall’altro lato del fronte, Genny tradisce il suo aspetto granitico con qualche lacrima versata in un incontro clandestino con Azzurra, ricordandoci perché la guerra a questo punto è imminente. L’affronto di Avitabile è stato troppo grande, la vendetta del boss Savastano è inesorabile, ma Ciro è fondamentale per la riuscita di questa impresa: Genny lo dice chiaramente, sono sulla stessa barca e non può rimanere da solo.

Ok, Enzo Sangue Blu è pronto. Ha dimostrato di essere un cane fedele dando prova della sua dedizione alla causa. Adesso però deve fare un ultimo sforzo e imparare a comandare, non è più tempo di democrazia. Nel suo branco di scugnizzi, più amici che servi, la libertà decisionale deve convertirsi nel totalitarismo di Enzo, il quale non sembra opporsi a questa idea, così determinato com’è a riprendersi ciò che gli è stato rubato: Forcella. Lo dice chiaramente a Genny, quando finalmente i due si incontrano per decidere se questa guerra la stanno davvero combattendo insieme. La vendetta non è l’unico sentimento che può muovere una scacchiera così complessa, e Genny non si fida ancora del tutto di Sangue Blu. “Lo sai perché lo chiamano l’Immortale?”. Perché Ciro è l’unico sopravvissuto a un terremoto che uccise tutti gli abitanti del palazzo dove viveva quando aveva solo ventuno giorni. Lo racconta Genny a Enzo come un avvertimento, se tradisci Ciro “ti strappo il cuore dal petto”. Ma Genny ed Enzo non sono i soli presenti a questo incontro decisivo, c’è anche l’immancabile Scianel, con la sua solita carica espressiva che riempie tutto lo squallido garage pieno di bare dove si trovano. Il legame tra Scianel e Genny si rafforza e le promesse fioccano, ma per vincere questa guerra ci sarebbe prima bisogno di mettere su un esercito: Scianel deve usare il suo 30% per finanziare lo scontro epocale che si sta per combattere, e una volta sconfitti i Confederati potrà pure prendersi una grossa fetta di torta, un pezzo di Napoli centro. L’unica perplessità di Scianel è che stanno mettendo le pistole in mano a ‘e criature, e anche lei non è molto convinta dell’efficienza di Enzo e dei suoi scagnozzi. Infatti, i passi falsi non mancano: i Confederati cominciano a spazientirsi sul serio, e Valerio, in preda all’entusiasmo della sua nuova veste da criminale, uccide un nemico di troppo. Ma non è detto che basti togliersi la camicia e farsi un tatuaggio per convertirsi definitivamente alla nuova vita lontana dal Vomero.

Tutte le fotografie sono di Gianni Fiorito.

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