La televisione italiana continua a rappresentare l’omosessualità – maschile, perché quella femminile è perlopiù non pervenuta – ricorrendo a macchiette e caricature. È una tradizione ben consolidata, già fiorente nel cinema popolare degli anni ’70 e ’80. Dalle commedie sexy ai polizieschi, passando per gialli e sceneggiate napoletane: l’omosessuale nel cinema di genere di quegli anni era una presenza costante, ma doveva manifestare una serie di stereotipi codificati. Spesso, in realtà, non compariva per più di qualche secondo, ma ci doveva essere: faceva colore e il pubblico gradiva, a patto però che si portasse dietro la sua aura da pagliaccio ridicolo su cui tutti potevano infierire in libertà, con i peggiori epiteti – ma anche, all’occasione, fisicamente.

I film di quegli anni erano popolati da una serie di figure – maschere, al pari di quelle della commedia dell’arte – che si sovrapponevano agli omosessuali reali seduti davanti allo schermo, occultandoli. Se oggi il cinema è decisamente più libero, la televisione sembra ancora affascinata da quel tipo di presenze. Soprattutto all’interno della rappresentazione generalista, non ci si è spostati poi molto da Il Vizietto, il film del 1978 con Ugo Tognazzi e Michel Serrault, culmine di tutto un repertorio cinematografico fatto di personaggi di maniera e bidimensionali.

Il Vizietto,1978, diretto da Édouard Molinaro

L’omosessualità nel cinema di genere dell’epoca era imbrigliata da una serie di qualità precise: effemminati in maniera vistosa, senza forza e senza carattere, questi personaggi-comparse avevano un aspetto fisico sgradevole, mai avvenenti, di mezza età, appesantiti o più spesso secchi, minuti e nevrotici. Fragili, deboli, ma animati da un atteggiamento predatorio (spesso rivolto verso gli etero), il più delle volte destinato a fallire: i gay macchietta erano quasi sempre single che vivevano in funzione di adescamenti e amplessi. Nei polizieschi venivano legati inevitabilmente al mondo della prostituzione e della droga: travestiti e marchettari, menati da tutti, criminali e polizia, e senza grandi remore, perché tanto, vabbè, son froci.

Ridicoli e superficiali, senza fascino, né intelligenza e dalle vocazioni sempre uguali – camerieri, ballerini, coreografi, battoni o drag queen – incarnavano quello che la società dell’epoca, cattolica e democristiana, si aspettava; erano cliché prevedibili che non turbavano lo spettatore medio, e, anzi, erano perfetti per esorcizzare la paura dell’omosessualità. Più si calcava la mano, più si scongiurava il timore di riconoscere in se stessi qualcosa di simile al gay sullo schermo. Questi personaggi evitavano che lo spettatore facesse i conti col fatto che l’omosessualità in realtà è ovunque, e può essere anche grigia, mediocre, prosaica.

Cabaret, 1972, diretto da Bob Fosse

Maurice, 1987, diretto da James Ivory

Un progetto recente ha provato a esplorare i prodromi di tutto questo immaginario: si tratta del  documentario “Ne avete di finocchi in casa?”, realizzato da Andrea Meroni di GayStatale e presentato all’ultimo Lovers Film Festival di Torino, che offre un’ampia casistica, tratta del cinema popolare degli anni ‘70, di queste figure perennemente sopra le righe, barzellette viventi, figurine da avanspettacolo. E proprio dall’avanspettacolo, infatti, arrivava questo repertorio umoristico: molti registi aveva iniziato scrivendo i testi per il teatro di rivista, mentre Castellacci e Pingitore già dagli anni ’60 avevano creato la compagnia del Bagaglino. L’interesse per la realtà era inesistente: molte volte venivano infatti usati attori eterosessuali che “facevano i gay”, nella convinzione (diffusa, come viene ben chiarito nel documentario di Meroni) che gli etero fossero più efficaci. Il che non stupisce, perché quello che si ricercava era la riproduzione di una serie di luoghi comuni. Il caso più celebre è forse quello di Lino Banfi, che ha usato proprio la parte dell’omosessuale per sfondare al cinema. Da Io non scappo… fuggo del 1970 in poi, nei suoi primi film ha spesso interpretato la parte dell’omosessuale-macchietta; un ruolo che gli è rimasto addosso nel tempo, visto che nel 1982 Steno – Stefano Vanzina – gli affidò la parte del salumiere gay nel fortunato Dio prima li fa poi li accoppia.

Bellifreschi, 1987, diretto da Enrico Oldoini
Dio li fa poi li accoppia, 1982 diretto da Steno

Nel cinema di genere di quegli anni erano diventati molto richiesti una serie caratteristi – omosessuali anche nella vita, fino al cambio di sesso per alcuni – voluti dai registi solo ed esclusivamente per qualche scena in cui inserire la macchietta gay. Giò Stajano, Marcello (poi Marcella) Di Folco , Paolo Baroni, Vinicio Diamanti e soprattutto Franco Caracciolo, celebre per i suoi film con Fellini ma anche per la sua partecipazione ai film su Pierino con Alvaro Vitali. Caracciolo finì addirittura nel corpo di ballo delle Ragazze Coccodè del mitico Indietro tutta! di Renzo Arbore e in uno dei primi cinepanettoni, Vacanze di Natale ’91, già con Boldi e De Sica.

Le Ragazze Coccodè in Indietro tutta

Da un certo momento in poi, più o meno dagli anni ’80, si è aggiunto un altro modo di trattare l’omosessualità. Il cinema d’autore ha preso a rappresentare i gay come degli infelici, o al massimo dei redenti. I personaggi gay sono diventati le vittime per antonomasia: malati di AIDS, depressi, capri espiatori, in ogni caso gente destina a soffrire. E di tutto ciò si arriva a trovar traccia ancora nei film di Özpetek, che ha spesso riservato ai personaggi gay delle sue storie piene di tavolate e fag hag una fine tragica.

Le notti selvagge, 1992 diretto da Cyril Collard.
Una gelata precoce, 1985 diretto da John Erman
Blue,  1993, diretto da Derek Jarman

Tutto questo accadeva quaranta, cinquant’anni fa, ma lo stereotipo della macchietta gay non è affatto tramontato, soprattutto in televisione. L’omosessuale nella tv generalista italiana infatti è spesso ancora molto vicino alle figure di repertorio: lo si vede benissimo nel mondo dei reality, in cui il partecipante gay è scelto come tonico dell’umore del cast e per questo deve conservare le caratteristiche da commedia anni ‘70. Sempre personaggi e mai persone, i gay in tv sono ancora dei giovani euforici e super effemminati oppure delle vecchie zie petulanti, fasciati in costumi (più che vestiti) dai colori sgargianti.

Un figura di raccordo tra il cinema di genere dei decenni passati e la tv di oggi è stato il personaggio dello stilista Franco Tamburino, cavallo di battaglia di Giorgio Faletti, che urlava in continuazione il nome della sua governante, Adalpina. Il registro che praticano e subiscono i gay in tv è quello dell’allusione perenne e del doppio senso. L’omosessualità è ben tollerata come presenza buffa, eccentrica, sempre e comunque da legare a cose come la cura look e il pettegolezzo. Al massimo, ultimamente, nei reality ci si è aperti a qualche parentesi sull’omofobia tra i concorrenti – vera o creata ad arte – perché si aggancia bene all’attualità, fa parlare e permette di cavalcare il registro della drammatizzazione. L’identità dei personaggi gay viene modellata da autori e conduttori: se ci vuoi essere, questa è la parte da interpretare. Non che nella realtà non esistano gay effemminati o che sia sbagliato rappresentare il lato camp della comunità. Si può fare tutto, soprattutto per intrattenere; il problema è quando quella diventa l’unica strada possibile. Blindare il registro è un modo per negare spazio e dignità alla presenza delle tante, disparate identità LGBT. Ciò che non rispetta la norma deve far ridere così da non turbare nessuno. Finché l’omosessualità è manifestata da figure affettate e inconsistenti non c’è bisogno di prenderla troppo sul serio: il sistema tradizionale, eterosessuale e binario, è salvo. Un saltimbanco retrò piumato sui toni del rosa non scandalizza nessuno, lascia tutto com’è.

Giorgio Faletti in Franco Tamburino

Se è vero che alla figura della macchietta va riconosciuto perlomeno il merito di aver iniziato a conquistare un po’ di spazio per la comunità LGBT nella comunicazione di massa, non si può non vedere che lo ha fatto restringendo il campo espressivo a pochissime varianti, e quindi diffondendo nuovi stereotipi. Il cinema e la tv degli anni ’70 non hanno semplicemente assecondato i pregiudizi della società, ma contribuito a rinforzarli. La loro eredità è ancora visibile.

Cosa può essere mostrato degli omosessuali reali oggi nei programmi mainstream? La decisione di Maria De Filippi di inaugurare una versione gay del trono di Uomini e Donne all’inizio era stata accolta, anche da parte della comunità gay, quasi come una rivoluzione: ma in realtà ci si è accorti in fretta che il mondo di tronisti e corteggiatori, fatto di scandali e storie finte, con la sua fragilissima credibilità al massimo può rappresentare una nuova declinazione dello stereotipo, data anche l’uniformità estetica dei partecipanti. Le cose stanno ancora così, al punto tale che chi prova a essere semplicemente se stesso – Tiziano Ferro, tanto per fare uno dei pochi nomi a disposizione – diventa una specie di eroe. Un'”eroe” che giustamente dosa bene la parole, visto che ogni dettaglio non può che ricevere uno sguardo morboso ed esplodere in gossip.

Tiziano Ferro

Un episodio televisivo recente la dice lunga sul punto in cui ancora ci troviamo. In una delle ultime puntate dell’Isola dei Famosi, Jonathan Kashanian, vincitore della quinta edizione del Grande Fratello, noto per i suoi urletti e i suoi look leziosi, sollecitato dalla conduttrice, ha parlato del suo desiderio di paternità. Mara Venier, opinionista del programma, ha dato per scontato quello che tutti in effetti danno per scontato: “Spero tu possa trovare un compagno”, “Non so se hai un compagno.”È calato il gelo. Jonathan, che non ha mai fatto coming out, ha glissato sul suo orientamento, rivendicano quella nebulosa finta neutralità che oggi va tanto di moda: “Se sarà un uomo, una donna, un cammello e sarò felice e appagato, sarete i primi a saperlo.” Insomma: in televisione si può essere gay – vistosamente gay, pacchianamente gay – finché esserlo significa appartenere solo a tutto quel repertorio estetico che ormai è un canone. Ovvero finché ci si limita a mettere in scena un gioco rumoroso ma senza conseguenze.

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