Il cinema può aiutarci a non dimenticare l'orrore della Shoah - The Vision

Gruppi di estrema destra fanno irruzione nei centri di accoglienza inneggiando all’odio razziale. L’ex sindaco di Varese Attilio Fontana, leghista purosangue e candidato alle regionali della Lombardia, chiede di proteggere la “razza bianca”. C’è il meccanico riminese che fuori dall’officina – a detta sua ignorandone il significato poiché nato nel 1979 – affigge la targa con scritta in tedesco “Arbeit macht frei”, la stessa che campeggiava all’ingresso dei campi di concentramento nazisti. Mentre ci si prepara a celebrare su scala planetaria il Giorno della memoria e a condannare senza riserve l’intolleranza, le discriminazioni e la violenza a sfondo religioso ed etnico, un circolo privato nella provincia di Pordenone ha organizzato per la sera del 27 gennaio un concerto musicale con band neonazi provenienti da Italia, Francia e Finlandia.

Non so e non riesco a concepire come oggi si possa trovare il coraggio di attaccare in bella vista una targa di quel tipo o continuare a inneggiare alla supremazia della razza ariana come se nulla fosse successo. Quello che so è che sono nato nel 1981 e ancora adesso faccio tesoro dei racconti che mi ha lasciato la mia famiglia. Mio nonno, per esempio, per essersi rifiutato di collaborare col nazifascismo, fu messo su un treno in partenza da Trieste l’11 settembre del ’43 e, dopo essere stato trasportato da un campo di prigionia a un altro, dalla Polonia all’Olanda (Mulhberg, Pikulice, Kustrin, Sandbostel e Witzendorf), fece ritorno nella sua Belluno il 4 settembre del 1945, dove mia nonna lo aspettava.

Se è vero che i fantasmi della storia stanno tornando a manifestarsi, inquietanti e sconcertanti, nonostante i milioni di vittime del passato, mi sembra che il Giorno della memoria di questi tempi assuma come non mai una valenza importante e soprattutto universale. C’è un bel film sul tema del negazionismo che circola nelle sale proprio in questi giorni. Si intitola La testimonianza. A un certo punto il protagonista, uno storico israeliano (ebreo ortodosso), ossessionato dalla ricerca di una fossa comune in un paese austriaco, afferma: “Io lotto contro il tempo che nasconde la verità. Credo nei fatti che portano alla scoperta della verità. Non la mia verità. Non esiste la mia verità. Se la verità è mia, non è una verità. Non esiste la mia verità, o la sua. La verità è assoluta. Bisogna scegliere se accettarla oppure negarla.” Mi torna in mente la risposta che il vecchio partigiano dà alla giovane Berta sull’importanza che ha nelle generazioni a venire il ricordo dei caduti in Uomini e no di Elio Vittorini: bisogna sempre ricordare il motivo per cui sono morti, ovvero il fatto che oggi siamo uomini liberi. La verità, infatti, va sempre di pari passo con la memoria. Ce lo spiega con grazia e semplicità un altro film particolarmente significativo in questo momento storico dove, invece, sembra che il ricordo del passato stia sfumando, sfregiato, vilipeso, se non addirittura negato, da atteggiamenti, pensieri e ideologie che rischiano di avere ripercussioni su chi verrà dopo di noi. Si intitola My War Is Not Over e lo ha diretto Bruno Bigoni, consapevole che “la memoria, nella sua natura più intima e soggettiva, svanisce se non si fissa in un segno.”

My War Is Not Over si ispira al libro La mia guerra non è finita scritto da Harry Shindler in collaborazione con il giornalista di Repubblica Marco Patucchi e pubblicato da Dalai Editore. Britannico di nascita, Shindler oggi ha 95 anni e risiede a San Benedetto del Tronto. Nel 1943 fu tra i soldati alleati sbarcati ad Anzio per la campagna di liberazione d’Italia. Oggi si dà per scontato che la guerra sia un capitolo chiuso. Ma come ci spiega Shindler, tra gli ultimi depositari diretti della memoria, c’è ancora qualcuno per cui quella stessa guerra continua a rappresentare una ferita che non si è mai rimarginata del tutto. Si tratta dei parenti e dei discendenti delle vittime di cui si sono perse le tracce, e che ancora piangono morti senza tombe. In quanto “cacciatore di memoria”, Harry Shindler sta dedicando gli ultimi anni della sua vita ad aiutare queste persone nel mettere la parola fine alla loro guerra personale. Perché, come lui stesso sostiene, una guerra è davvero finita quando si riesce a dare pace alla memoria.

Harry Shindler

“Fra non molto,” aggiunge Shindler nel corso del documentario, “anche l’ultimo di noi, reduci di questa tragedia gigantesca, non ci sarà più. Il tempo cancellerà i ricordi dei vivi disperdendo nel nulla il sacrificio di un’intera generazione.” Invece è fondamentale imparare dalla storia. Dopo la Prima Guerra Mondiale, tutto il mondo aveva detto che non ci sarebbe mai stata più una guerra. “In meno di 20 anni,” prosegue Shindler, “ci siamo trovati in una guerra ancora peggiore. Dire che non succederà più è ridicolo. Può succedere se la gente dimentica. Perciò la memoria è importante.”

Consapevole di questo, Harry Shindler, portando avanti la sua missione, è riuscito a dare un nome a Gabor Adler, lo “Sconosciuto inglese” che figura sulla lapide in onore dei fucilati nell’Eccidio della Storta. In realtà si trattava di un ungherese che partecipò alla guerra per conto dei servizi segreti inglesi. Ed è proprio Shindler che il bassista dei Pink Floyd Roger Waters ha ringraziato, regalandogli la poesia che aveva dedicato al padre scomparso in Italia durante la guerra, per essere riuscito a scoprire il punto esatto dove morì (ad Aprilia, e non a Cassino come lui pensava). Succede così che, attraverso il profilo di Shindler, My War Is Not Over diventa l’occasione utile per tutti di riscoprire il perché della memoria e la sua importanza. In questi anni sono stati molti altri i film ad aver contribuito, talvolta sfidando la censura, a creare una consapevolezza collettiva di quello che è stato e rappresenta tutt’oggi l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale: questi sono i migliori.

GLI INVISIBILI / DIE UNSICHTBAREN (Claus Räfle, 2017)

Poco si sa di quegli ebrei che, alla notizia che Joseph Goebbels aveva proclamato la “purificazione” di Berlino nel giugno 1943, riuscirono a sopravvivere vivendo in totale clandestinità. Un film che mescola lo stile del racconto di finzione con il documentario, basandosi su quattro delle storie più emblematiche raccolte dal regista attraverso le interviste di alcuni di questi veri “invisibili”.

PARADISE / RAY (Andrey Konchalovskiy, 2016)

Con quest’opera il veterano del cinema sovietico Konchalovskiy ha vinto per la seconda volta consecutiva il Leone d’Argento come miglior regista alla Mostra del Cinema di Venezia. Un’espatriata russa nella Francia occupata dai nazisti e alleata della Resistenza viene arrestata per aver dato rifugio a dei bambini ebrei. Dapprima si concede a un collaborazionista francese, poi finisce in un campo di concentramento dove diventa governante e amante di un ufficiale delle SS.

AUSTERLITZ (Sergei Loznitsa, 2016)

Perché milioni di persone ogni anno visitano i campi di concentramento? Per una reale consapevolezza dell’importanza del passato o per voyeurismo? Un documentario per certi versi agghiacciante che, attraverso la contemplazione di gente qualunque in visita ai forni crematori in bermuda o intenta a farsi i selfie all’ingresso di Auschwitz, rimette in discussione il senso dei luoghi della memoria. Tra quegli stessi turisti potremmo esserci anche noi.

IL FIGLIO DI SAUL / SAUL FIA (László Nemes, 2015)

Se ve la siete persa, sappiate che questa opera prima, vincitrice sia a Cannes, che agli Oscar, è il film bellico definitivo. Mai una pellicola di guerra, e soprattutto sull’Olocausto, era riuscita a restituire un’esperienza così immersiva. Un capolavoro che fa leva sulla nostra percezione sensoriale, facendoci sprofondare nell’inferno dei forni crematori.

IL LABIRINTO DEL SILENZIO / IM LABYRINTH DES SCHWEIGENS (Giulio Ricciarelli, 2014)

Il negazionismo non è solo un cancro di oggi. Già sul finire degli anni ’50, il senso di colpa aveva portato alla rimozione degli orrori dei campi di concentramento nell’opinione pubblica della neonata Repubblica Federale Tedesca. Fu grazie al giovane procuratore Johann Radmann, a cui si deve nel 1963 il Processo di Francoforte, che la Germania, forse per la prima volta, prese coscienza dell’Olocausto.

BLACK BOOK / ZWARTBOEK (Paul Verhoeven, 2006)

Uno dei più grandi film sul nazismo che siano mai stati fatti. Parla di Resistenza nell’Olanda occupata, seguendo il punto di vista e la via crucis di una spia ebrea che si intrufola tra i membri della Gestapo per carpire i segreti delle strategie dell’esercito tedesco. Verhoeven si era già confrontato con la Seconda Guerra Mondiale negli anni ’70 con Soldato d’Orange.

IL PIANISTA / THE PIANIST (Roman Polanski, 2002)

L’invasione della Polonia da parte dell’esercito nazista, le deportazioni, l’inferno dei campi di sterminio e la disperata lotta per la sopravvivenza. Attraverso l’autobiografia del musicista Władysław Szpilman, Roman Polanski ha cercato di esorcizzare il proprio trauma della Guerra. Un film maestoso, lirico e crudele che ti entra dentro e non ti molla più.

MOLOCH (Aleksandr Sokurov, 1999)

In mano al Maestro russo Sokurov, lo spunto della Seconda Guerra Mondiale diventa un pretesto per riflettere sul potere, attraverso la figura Adolf Hitler, immortalato durante un weekend qualunque nel buon ritiro bavarese di Berchtesgaden in compagnia dell’amante Eva Braun, dei coniugi Goebbles e del segretario personale Martin Bormann.

BENT (Sean Mathias, 1997)

Nei campi concentramento non c’erano solo le stelle gialle cucite sulla giacca dei prigionieri a indicare che eri un ebreo. C’erano anche quelle rosa che spettavano agli omosessuali. Con questo film Sean Mathias racconta la vita nei campi di sterminio sposando la causa di un prigioniero gay a Dachau e della sua lotta per la sopravvivenza. In un piccolo ruolo c’è pure Mick Jagger, in versione drag queen.

SKINHEADS / ROMPER STOMPER (1992)

Sul tema dei neonazisti, di solito ci si riferisce sempre ad American History X, This Is England e The Believer. Personalmente consiglio il recupero di Skinheads, con un giovanissimo Russell Crowe. Intanto perché possiede una rabbia e un’insofferenza che gli danno una marcia in più. E poi perché è ambientato in Australia, e in quanto tale, ci mostra i fenomeni della xenofobia e del suprematismo bianco riversati su una comunità vietnamita locale. A sottolineare come a fare le spese del razzismo non siano solo gli ebrei.

SCHINDLER’S LIST (Steven Spielberg, 1993)

A 25 anni dalla sua uscita, il film sulla vita dell’industriale tedesco Oskar Schindler che salvò 1.100 ebrei dal genocidio, mantiene tutta la sua potenza visiva. Le sequenze nei campi di concentramento sono tra le più realistiche che siano mai state ricostruite. È un film che fa male, ma che continua a infondere speranza. Dovrebbe essere parte integrante dei programmi didattici nelle scuole.

VA’ E VEDI / IDI I SMOTRI (Elem Klimov, 1985)

Il punto di vista è quello di un bambino desideroso di unirsi ai partigiani. Ma la guerra non è un gioco e il concetto di eroismo è del tutto relativo. Sta di fatto che quando dal cielo iniziano a piombare i paracadutisti delle SS e le mitragliatrici iniziano a sparare, la foresta di betulle si trasforma in una selva oscura. Un film scioccante dove la Seconda Guerra Mondiale diventa un modo per raccontare la perdita dell’innocenza e la fine della giovinezza.

SHOAH (Claude Lanzman, 1985)

Basterebbe la visione di questo monumentale documentario di 10 ore per sciogliere qualsiasi dubbio sul tema dell’Olocausto. Realizzato nell’arco di 11 anni a partire dal 1974, è il resoconto totale dello sterminio degli ebrei attraverso la voce di chi è sopravvissuto, di studiosi, ma anche di ex soldati delle SS e membri del Sonderkommando, l’unità speciale in cui confluivano gli ebrei obbligati a collaborare coi nazisti all’interno dei campi di concentramento.

SALON KITTY (Tinto Brass, 1976)

Oggi, in molti, identificano Tinto Brass nel regista specializzato in film erotici che rasentano la pornografia. Dimenticano che il regista veneto, prima di vendere l’anima al “culo”, è sempre stato un grande e acuto intellettuale anarchico. Tra i suoi film più belli e controversi c’è Salon Kitty, incentrato su quel che accadeva all’interno di una delle più celebri case d’appuntamento del Terzo Reich, in realtà un centro di spionaggio.

SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (Pier Paolo Pasolini, 1975)

Se c’è un film che attraverso la metafora è riuscito a riassumere il concetto di totalitarismo e dittatura e a riflettere, in maniera insostenibile, gli orrori del nazifascismo, questo è e continua a essere Salò di Pasolini. L’opera del Marchese De Sade incontra le aberrazioni e la lucida follia del regime in una sequela di nefandezze che ancora oggi sono difficili da digerire. Uno dei film più sconvolgenti di sempre, un monito uscito postumo rivolto alle generazioni e alle classi dirigenti future.

IL PORTIERE DI NOTTE (Liliana Cavani, 1974)

È un altro film imprescindibile e necessario per riflettere sui concetti di rimozione e senso di colpa. Ambientato nella Vienna del dopoguerra, all’interno delle mura di un albergo decadente dove dimorano ex criminali di guerra intenti a cancellare le prove del loro operato, Il portiere di notte si concentra sul rapporto sadomasochistico tra un ex ufficiale delle SS (Dirk Bogarde) e l’androgina sopravvissuta a un campo di concentramento (Charlotte Rampling) da lui stesso abusata durante l’internamento.

THE DAY THE CLOWN CRIED (Jerry Lewis, 1972)

È possibile raccontare gli orrori dell’Olocausto facendo leva sull’ironia? Grazie a La vita è bella si direbbe di sì, ma si è dovuto aspettare il 1996. In verità, vent’anni prima del film premio Oscar di Benigni, qualcuno ci aveva già pensato. Jerry Lewis, da poco scomparso, è stato uno dei più grandi mattatori della commedia hollywoodiana. Nel 1972 diresse e interpretò un film in cui interpretava il clown di un circo destinato ad andare incontro alla morte in un lager nazista insieme agli ebrei. Evidentemente i tempi non erano ancora maturi. Lo stesso Lewis, attanagliato dal rimorso, ha preteso che non venisse distribuito finché fosse vissuto. Finora si sono visti su internet solo dei frammenti.

L’ARMATA DEGLI EROI (Jean-Pierre Melville, 1969)

La Resistenza è uno degli aspetti della Seconda Guerra Mondiale più trattati al cinema. Se dovessi scegliere il più rappresentativo, non avrei dubbi: L’armata degli eroi di Jean-Pierre Melville, che racconta le azioni di sabotaggio da parte dei partigiani nella Francia occupata dal 1942 al 1944. Perché bisogna ricordare che, molto spesso, le operazioni antinaziste erano all’insegna della non violenza, onde evitare terribili ritorsioni da parte del regime.

IL GIORNO PIÙ LUNGO / THE LONGEST DAY (Aa.Vv, 1968)

Ben prima di Dunkirk e Salvate il soldato Ryan, lo sbarco in Normandia era stato raccontato grazie alla megalomania del produttore Darryl F. Zanuck. Un kolossal patriottico girato contemporaneamente da ben cinque registi di nazionalità diversa (tra cui lo stesso Zanuck) per restituire il caos linguistico e le dimensioni del secondo conflitto mondiale.

L’INFANZIA DI IVAN / IVANOVO DETSTVO (Andrei Tarkovsky, 1962)

Il film che ha anticipato Va’ e vedi. Stesso assunto (la guerra vista con gli occhi di un bambino) e stesse ambientazioni (le lande paludose del fronte sovietico). Solo che lì c’è lo sguardo apocalittico di Elem Klimov, qui l’approccio esistenzialista e filosofico di Tarkovsky. Ivan ha perso i genitori e viene reclutato prima dai partigiani e poi dall’esercito ufficiale per via della sua conoscenza capillare di quei luoghi inospitali. Un film struggente su come la guerra ci privi della nostra gioventù. E non fa sconti a nessuno, bambini compresi.

KAPÒ (Gillo Pontecorvo, 1960)

Quando si parla di Gillo Pontecorvo, subito viene in mente La battaglia di Algeri, dimenticandosi di un altro film capitale e apripista che lo ha preceduto: Kapò. Il film sposa la prospettiva di una donna disposta a tutto pur di sopravvivere all’inferno di campi di concentramento. Al punto da diventare complice dei nazisti in qualità di sorvegliante e aguzzina dei prigionieri. Una kapò appunto. Un film sgradevole, ma necessario.

NOTTE E NEBBIA / NUIT ET BROUILLARD (Alain Resnais, 1956)

Documentario seminale e sconvolgente della durata di appena mezz’ora concepito da Resnais in occasione del decimo anniversario della Shoah. Il film è scandito in tre tappe che corrispondono a tre date simboliche dell’Olocausto: 1933, ovvero l’avvento del nazismo; 1942, l’inizio della strage sistematica degli ebrei; 1945, chiusura dei campi di concentramento e conclusione della guerra. È un pugno allo stomaco che tutti dovrebbero provare almeno una volta.

ROMA CITTÀ APERTA (Roberto Rossellini, 1945)

Il primo tassello della trilogia che Rossellini dedicò all’esperienza della Seconda Guerra Mondiale con una indimenticabile Anna Magnani. Nonostante sia stata dichiarata “città aperta”, quindi zona offlimits dai bombardamenti, i nazisti che occupano Roma setacciano strade e appartamenti alla ricerca di partigiani. Un film indispensabile per vedere con sguardo neorealista un momento cruciale della storia del nostro Paese. Seguiranno Paisà (1946) e Germania anno zero (1948)

IL GRANDE DITTATORE / THE GREAT DICTATOR (Charlie Chaplin, 1940)

Mentre l’Europa soffre sotto le bombe e le pressioni del regime nazista, oltreoceano c’è chi dice la sua prendendo per i fondelli il Führer. Era il 1940, e con un simbolico e memorabile calcio alla Terra, Charlie Chaplin metteva alla berlina le ideologie suprematiste e i deliri di onnipotenza dei dittatori. Un film senza peli sulla lingua e sempre attuale, in ogni momento lo si guardi.

TRIONFO DELLA VOLONTÀ (Leni Riefenstahl, 1935)

Per sconfiggere il nemico, bisogna conoscerlo dal di dentro. Ecco perché, nonostante sia il film propagandistico del Terzo Reich per eccellenza, voluto dallo stesso Hitler senza badare a spese, Trionfo della libertà è anche un prezioso documento che, visto oggi e con il giusto distacco, paradossalmente ci mette in guardia sui pericoli del totalitarismo e sulle derive dell’omologazione. Sembra un film di fantascienza. Purtroppo non lo è.

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