Capita spesso di usare una forma di derisione basata su una presunzione di intelligenza rispetto a un prodotto culturale ritenuto di bassa qualità. Se dobbiamo citare della musica mediocre per una metafora simpatica, molto probabilmente ci riferiremo a Gigi D’Alessio (e anche basta); se invece dobbiamo portare un esempio di degrado estetico, magari faremo il paragone con uno di quei famosi video di “prediciottesimi”. Così, nel nominare una televisione dozzinale, la prima cosa che ci verrà in mente sarà una trasmissione di Maria De Filippi – o, in alternativa, di Barbara D’Urso. È la risata facile che viene stimolata dal trash: una cosa talmente brutta da darci la possibilità di fare ironia senza il timore di offendere qualcuno. Una pacca sulla spalla collettiva che sottintende l’arroganza di sapere cosa è bello e cosa non lo è, cosa è alto e cosa è invece di serie B. Dicendo che i programmi di Maria De Filippi fanno schifo, in poche parole, andiamo sul sicuro. E chi si permetterebbe mai di dire che Uomini e Donne è uno spettacolo edificante? Al massimo lo si guarda perché fa ridere, perché – appunto – è trash.

Ho sempre provato un enorme fastidio verso questi luoghi comuni, una sorta di discarica culturale dalla quale attingere ogni volta che c’è bisogno di un termine di paragone negativo. Prima di tutto perché c’è chi ascolta Gigi D’Alessio e chi guarda Maria De Filippi senza alcuna ironia, e non vedo perché queste persone debbano essere derise solo per i loro gusti – a detta di molti – poco raffinati. Ci sarà sempre un esempio più alto da usare per sminuire le preferenze di qualcuno: prendersela con la fascia più bassa non fa ridere, è solo comodo. Secondo, perché trovo intellettualmente pigro affidarsi all’opinione comune, senza aggiungere nessun tipo di analisi soggettiva – può capitare anche allo studioso di Joyce di ritrovarsi a guardare Beautiful. Al di là dei gusti personali, le narrazioni dei programmi in questione, brutte o superficiali che siano, sono pur sempre narrazioni ed esprimono tratti veri di determinate categorie sociali. Dal ballerino povero e disgraziato in cerca di riscatto ad Amici, al tronista vanesio arrampicatore sociale, fino alla trama delle relazioni intrise di paternalismo di Temptation Island: storie che rispecchiano delle realtà, anche se filtrate dalle luci di uno studio televisivo che le rende spesso squallide o artefatte.

Ma la televisione di Maria De Filippi, oltre ai racconti più o meno espressivi di alcune categorie sociali, svolge anche un ruolo che – per quanto possa sembrare marginale all’interno delle sue trasmissioni – credo abbia un obiettivo a lungo termine per nulla banale. Sapendo di comunicare con fasce d’età e di classe precise, Maria De Filippi usa lo spazio di contatto con il suo pubblico per infondere messaggi molto meno superficiali di quanto si possa pensare. Non è tanto una rivoluzione dirompente: lo definirei semmai più un riformismo graduale che con calma infonde una rilettura progressista di molti temi sociali, temi che spesso si riducono a campagne sterili e poco efficaci. Le pubblicità progresso non funzionano mai proprio perché sbagliano nella forma: non puoi dire in faccia al pubblico che stai insegnando qualcosa se non vuoi assumerti il ruolo fastidioso del maestro che la sa lunga, stesso principio per cui se metti le foto di un polmone nero su un pacco di sigarette non smetto di fumare. Ecco, Maria De Filippi ha trovato un modo per stimolare certi dibattiti senza sembrare una professoressa di educazione civica.

Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Amici: come tutti i talent, anche questo si pone l’obiettivo di realizzare i sogni di gloria – o le velleità, in certi casi – di giovani ambiziosi che affidano alla televisione il proprio futuro artistico. Non è in questa specie di rivisitazione televisiva dell’American dream – il talent, quel luogo magico dove tutti abbiamo una possibilità se solo ci crediamo – che la trasmissione storica di Maria De Filippi ha dato spazio a una giusta causa. Poi, magari, tra quelle centinaia di partecipanti che dal 2001 riempiono i banchi della scuola, ce ne sono stati molti che sono effettivamente riusciti a tirarsi fuori da situazioni disagiate o che hanno ottenuto la carriera che volevano, ma ce ne sono anche tanti altri che sono rimasti fregati dalla volubilità del successo immediato.

Emma Marrone
Marco Carta

Amici dunque, più che favorire le carriere dei concorrenti di cui si nutre, ha un’altra funzione: è un programma che ha sempre incoraggiato l’integrazione di stranieri, in particolare di quelli che provengono da zone discriminate da pregiudizi molto diffusi. Anbeta Toromani, Leon Cino, il famoso maestro di leggiadria Kledi Kadiu: tutti ballerini albanesi – concorrenti e professionisti della trasmissione – emersi in anni in cui il razzismo verso i migranti dell’Est-Europa era ancora più forte di oggi. Cosa poteva pensare un’adolescente borgatara abituata a sentire dire che gli albanesi e i rumeni erano tutti ladri e stupratori quando il suo idolo diventava proprio una persona che veniva da quei posti che nell’immaginario popolare sono una specie di fabbrica della criminalità? Nell’edizione di quest’anno poi, Amici ha addirittura tentato l’impresa di far partecipare concorrenti stranieri che non parlano nemmeno l’italiano, innescando una reazione piuttosto indignata da parte del pubblico. Basta guardare i commenti sui social: un coro indistinto di “Italia agli Italiani”. Non solo: di recente, Maria De Filippi ha addirittura azzardato come soluzione alla mancanza di disciplina degli allievi della scuola quella di farli diventare operatori ecologici per ripulire la capitale. Una pulizia metaforica e letterale della negligenza e della mancanza di rispetto verso i luoghi in cui abitiamo. Come a dire, va bene che siete qui per divertirvi con le coreografie di Garrison e a commuovere Rudy Zerbi, ma visto che siete giovani di buone speranze perlomeno mostrate un po’ di decenza.

Garrison Rochelle
Rudy Zerbi

Se Amici promuove implicitamente l’integrazione, Uomini e Donne – sì, proprio quell’ammucchiata eccessiva di muscoli, extension, manicure, sopracciglia ad ali di gabbiano, che prima ci fa accendere la tv e poi ci fa storcere il naso – dalla stagione 2016/2017 ha contribuito a sdoganare il tema dell’omosessualità in tv con la variante del trono gay. Ci sono voluti vent’anni di trasmissione prima che questo succedesse, ma tant’è che ora sotto la pioggia di petali ci troviamo anche coppie omosessuali. Nell’era in cui Roma viene tappezzata da manifesti che inneggiano alla famiglia tradizionale, Maria De Filippi ha introdotto a un pubblico non proprio di larghe vedute la storia di ragazzi che, esattamente come i concorrenti eterosessuali, cercano un compagno – o visibilità, ma questo è secondario. A conti fatti, cos’è più efficace, una campagna contro l’omofobia che parla con slogan, o la verità di due uomini che si innamorano e non si vergognano di farlo vedere su Canale5 alle 15.00?

Anche C’è posta per te, con il suo format da epopea familiare, oltre allo spettacolo sempreverde della messa in scena dei fatti altrui, si struttura in modo da favorire un’apertura al dialogo più razionale e progressista tra le persone risentite che spuntano dalle famose buste. Maria De Filippi, mediatrice contenuta che non si impone mai con violenza sulle opinioni dei suoi interlocutori, interviene là dove la comunicazione è sfavorita da una vera e propria carenza linguistica, che genera inevitabilmente intoppi anche nel pensiero e nelle relazioni. Fornisce degli strumenti interpretativi che a volte rischiano di mancare: quando spiega che la violenza domestica agisce indirettamente su tutti i membri di una famiglia, ad esempio, provando a scardinare le convinzioni sbagliate di donne che credono che se un padre picchi la madre, lo fa perché lei avrebbe fatto qualcosa di sbagliato.

Tra le tante critiche che si fanno alle trasmissioni di Maria De Filippi, ci sono quelle che le attribuiscono un ruolo in questo fantomatico declino della civiltà. Un’argomentazione banale, priva di relativismo storico, che cataloga tutto ciò che abbiamo oggi di brutto come indice di un presunto decadimento – come se non fosse un tema presente in ogni epoca prima di questa. Non dico che le sue trasmissioni trabocchino di buongusto e non azzarderei nemmeno attribuire a Maria De Filippi un ruolo di filantropa senza nessun tornaconto personale. Ma se provassimo a guardarla da un punto di vista più distaccato, non per forza filtrato da quel vezzo ridicolo della derisione per ciò che riteniamo inadeguato ai nostri standard culturali, forse potremmo apprezzare anche le sue piccole battaglie culturali.

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