Il giorno dopo la morte di Robin Williams ricordo che ho letto un articolo scritto da Jim Norton su Time. Pezzo meraviglioso, ma c’è una citazione in particolare che mi è rimasta impressa: “The deeper the pit, the more humor you need to get out of it.” Ovvero, più profondo è il baratro, più hai bisogno di senso dell’umorismo per uscirne. In questo la stand-up comedy è un’arte. Trasfigura tutto ciò che di marcio ci può essere in un essere umano per far dimenticare ad altri esseri umani quanto di marcio c’è in loro. Per un’oretta o due.

La figura del comico è generalmente quella di un disadattato, che spesso porta con sé uno o due capitoli del manuale diagnostico dei disturbi mentali, e proprio per questo ci piace. Sale sul palco con completa onestà e si sacrifica per la risata comune. Se non è un servizio civile questo, non so cos’altro possa esserlo.

La comicità però non è solo autodemolizione. L’abilità di un comico sta anche nel saper vedere il divertente e l’assurdo in situazioni in apparenza irrilevanti, come hanno fatto per anni Jerry Seinfeld a Larry David in, appunto, Seinfeld. O nel saper osservare fenomeni sociali e politici, coglierne i paradossi e farci aprire gli occhi su ciò che ci sta accadendo intorno, ma senza quel tono bacchettone e impolverato tipico degli approfondimenti in seconda serata. In questo Jon Stewart, Stephen Colbert e John Oliver sono maestri.

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Non ricordo con esattezza quando iniziai ad andare in fissa con la stand-up comedy. Probabilmente non ero in gran forma, perché se c’è una cosa che ancora mi è rimasta in testa è quanto le prime battute che sentii squarciarono la cappa grigia che mi pesava sul collo più spesso di quanto volessi. Per un’oretta o due.

Da allora la stand-up comedy è diventata una medicina, la mia forma d’arte preferita, il commento politico che ascolto più volentieri. Oltre a questo, ecco le mie credenziali: una conoscenza enciclopedica di Seinfeld, un’adorazione per la coppia Amy Poehler e Tina Fey e un posto speciale nel cuore dedicato ad Arrested Development e al personaggio di Kenneth in 30 Rock.

Ho fatto il punto su tutti gli speciali visti finora, e mi sono sentita di stilare una piccola classifica dei cinque migliori che potrete trovare su Netflix, con la considerazione che ormai sappiamo quanto siano belli i set di Louis Ck e che, sì, è uscito un nuovo special di Seinfeld dopo anni e anni di assenza dal palcoscenico, ma per parlarne servirebbe un articolo a parte.

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5- Hasan Minhaj –  Homecoming King

Potreste conoscerlo per il suo ruolo di corrispondente al Daily Show o per il set stupendo che ha fatto durante la White House Correspondents Dinner, cena organizzata dalla Casa Bianca in cui si riuniscono i principali rappresentanti dei media statunitensi. La cena del 2017, quella a cui appunto ha partecipato Minhaj, si è distinta per l’assenza del presidente Trump e – felice congiunzione astrale, un mese dopo l’annuncio del muslim ban – per un comico musulmano ad occuparsi dello spezzone humor. Hasan Minhaj, cresciuto da genitori indiani musulmani in una cittadina californiana, racconta la sua infanzia da immigrato di prima generazione, e nel farlo riprende con ironia tutte le contraddizioni e i parossismi culturali di una famiglia le cui tradizioni cozzano con prepotenza con la provincia WASP degli Stati Uniti Occidentali. Tra una battuta nostalgica sulla connessione internet a 56kbps e un aneddoto sulle sue vicissitudini da nerd al liceo, si infila senza troppo chiasso nei territori del razzismo e della discriminazione. E così arrivano le risate più amare e le riflessioni satiriche che gli hanno regalato il successo al Daily Show.

È il suo primo speciale di stand up, ma la disinvoltura con cui scivola sul palco e piazza battute a raffica farebbe pensare a un comico stagionato del Comedy Cellar. Promosso con lode.

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4- Hannibal Buress – Comedy Camisado

Se siete fan di Broad City, lo conoscete già. Se non avete idea di cosa sia Broad City, è il caso che rimediate al più presto. Hannibal Buress nella serie recita il ruolo di Lincoln, l’ortodonzista nero goffo e spaesato, ovvero l’esatta antitesi dello stereotipo afroamericano rappresentato alla perfezione da Ice Cube.

A differenza di Hasan Minhaj, Buress ha un background comico molto più tradizionale, con i cameo in Louie, la serie di Louis CK e gli sketch regolari nell’Eric Andre Show su Adult Swim. Ma in totale contrasto con Minhaj, Buress sale sul palco con l’aria di chi si è trovato lì per sbaglio, parla con una voce un po’ impastata, un po’ svogliata, e quando meno te l’aspetti ti piazza una battuta al tritolo, tipo “I’m not a good first fuck. My dick gotta grow on you like the Yeezus album. It takes a few listens.” In Italiano: “non sono una buona prima scopata. Il mio ca**o è come l’album Yeezus. Ci vogliono un paio di ascolti.”

Buress non calca il palcoscenico, lo sopporta. E nel farlo crea dell’umorismo geniale. Se fosse musica sarebbe un pezzo lo-fi: ruvido, sgraziato, ma comunque una bella ginocchiata nello stomaco. Da vedere assolutamente.

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3 – Sarah Silverman – Speck of Dust

Le donne nella commedia non sono mai state molto amate, e la voce di Sarah Silverman certo non aiuta. Ma per anni ha difeso la quota femminile nello stand up con onore e olio di gomito, e solo per questo si merita il terzo posto in classifica. I suoi set sono espliciti, forti, spesso la loro connotazione politica è molto marcata e questo la rende indigesta a molte persone. La Silverman però da anni porta sul palco quella commedia senza filtri per cui oggi si applaude Amy Schumer, ma con meno monotonia tematica. A volte fare questo tipo di commedia significa raccontare una storia in cui tua sorella, matricola sbronza in un bagno della Boston University, credeva che qualcuno la stesse per stuprare, ma se la stava solo facendo addosso. Il che diventa poco piacevole per la sorella, considerato che questa è presente tra il pubblico, ma un po’ più piacevole per noi, che ci stavamo preparando per un racconto scabroso di violenza sessuale e ci ritroviamo a ridere, sollevati, di un aneddoto in apparenza demenziale. Una battuta a matrioska, perfettamente confezionata e del tutto inaspettata, che è poi di norma il modus operandi della Silverman. Nello speciale, oltre alle umiliazioni alla sorella, sentirete parlare di filantrope che salvano bambini in Etiopia, ma hanno uncini al posto delle mani; di Game of Thrones, di lezioni di spinning e di quanto sia illeggibile la Bibbia. Oltre a tutta una serie di battute a sfondo sessuale molto, molto esplicite. Se i più bigotti tra voi resistono, alla fine il bonus è il video di una Silverman sotto l’effetto di morfina che spiega a perfezione la Brexit prima di essere portata in sala operatoria.

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2 – Neal Brennan – 3 Mics

3 microfoni sul palco: uno per i one liners, ovvero le battute lampo da una riga o due, che Brennan legge direttamente dalle flashcard che tiene tra le mani; uno per il set di stand up tradizionale; l’ultimo, al centro, per una riflessione sulla depressione che insegue Brennan ormai da anni e sullo stentato e conflittuale rapporto con il padre alcolizzato e narcisista. O, come la chiama il comico, “emotional stuff”. Brennan scopre così la propria commedia, partendo dalla vetta estrema dell’iceberg – le battute lampo – per scendere fino all’enorme parte sommersa che sorregge l’umorismo della maggior parte dei comici: il loro vissuto. Nella maggior parte dei casi non idilliaco. Si alternano così in sequenza il discorso sulla depressione del comico, che mai scade nel banale e spicca per l’onestà con cui il tema è affrontato. Mai drammatico, mai auto-indulgente, Brennan racconta tutto quello che ha provato per alleviare i sintomi della depressione, tra cui la ketamina. Anche qui ci sono le risate, ma sono frenate da una stretta allo stomaco. Il comico si prende gioco della sua malattia con un fondo di amarezza e sarcasmo, il microfono è uno strumento di esorcizzazione. Il set di stand up è eccellente, e d’altra parte Brennan ha ottime credenziali dalla sua parte: è il co-autore con Dave Chappelle del Chappelle’s Show  e ha diretto dieci episodi della serie Inside Amy Schumer. Irlandese e cresciuto con il marchio del cattolicesimo, si prende gioco di Papa Francesco, definendolo un “outer-space pimp, with an unlimited budget”. Ovvero un pappone arrivato direttamente dallo spazio profondo, con un budget illimitato.

Nemmeno le one-liner deludono. Una delle migliori: “I like how on cop cars ‘to protect and serve’ is in quotes, like they’re being sarcastic”. Tradotto: Bello che sulle macchine della polizia ci sia scritto “proteggere e servire” tra virgolette, come se fossero sarcastici.

Obbligatorio se siete curiosi di vedere l’impalcatura psicologica che regge la migliore stand up comedy.

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1 – Richard Pryor – Live on the Sunset Strip

Jerry Seinfeld l’ha definito il “Picasso della nostra professione” e di certo ha ragione. Pryor ha rimescolato le carte della stand up, rompendo con la clean comedy del mainstream, in stile Cosby, per aprire la strada alla commedia sporca, senza filtri, da cui arrivano tutti i migliori comici moderni. Guardarlo muoversi sul palco significa vedere in simultanea Chris Rock, Louis CK, e Seinfeld. In questo speciale parla di penitenziari, razzismo, diritti dei neri. Fa la più pesante critica sociale, ma sempre con il sorriso sulle labbra. Tiene in pugno il palcoscenico e il pubblico, non c’è un secondo di piattezza nell’ora e 21 minuti di durata dello special. Meglio di me lo descrivono i suoi colleghi, come Bill Cosby – perdonatemi la citazione – che disse di lui: “Richard Pryor aveva reso la linea di confine tra commedia e tragedia così sottile da renderla indistinguibile.” Una pietra miliare, da vedere per forza se volete capire tutta la stand up comedy moderna.

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