Che la questione fake news fosse del tutto sfuggita di mano ci è stato chiaro il 5 dicembre 2016 quando Edgar M. Welch, maschio bianco di 28 anni, padre di due figli, si è presentato in una pizzeria di Salisbury, North Carolina, armato con un fucile d’assalto automatico AR-15. Che un uomo americano decida di tirare il grilletto e di dare il via alle cazzo di danze ricoprendo il pavimento in linoleum di una catena di pizzerie per famiglie, la Comet Ping Pong, di bossoli calibro 22 senza (fortunosamente) mietere vittime è un fatto del tutto normale nei grandi Stati Uniti d’America e probabilmente un buon avvocato potrebbe anche riuscire a convincere la giuria popolare di una contea tranquilla, ma pur sempre intrinsecamente sudista, che sparare qualche colpo in una pizzeria è un diritto che ogni cittadino americano dovrebbe poter esercitare, ma…

C’è qualcosa tuttavia che trasforma questo fatto di cronaca in un caso nazionale, un particolare, la scintilla della metamorfosi che porta un ordinario uomo armato a diventare un uomo armato “eccezionale”: Edgar ha infatti guidato 6 ore filate per fare-quello-che-doveva-fare dopo aver letto una fake news. Non proprio una qualsiasi: Edgar ha infatti letto (pare su Twitter) che la catena di pizzerie in questione fosse legata a doppio filo con Hillary Clinton in una ripugnante associazione a delinquere finalizzata al traffico di bambini ridotti in schiavitù sessuale. Nonostante gli sforzi di alcune importanti testate come il New York Times, il Washington Post e il sito di fact checking Snopes per smascherare questa bufala grottesca e fantasiosa, la notizia ha continuato imperterrita a diffondersi, una fake news che solo all’ultimo momento ha evitato di diventare un clamoroso fatto di sangue.

A oggi, purtroppo, sembra che la questione fake news sia ben lontana dall’essere risolta e che fin qui abbiamo avvistato soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che è destinato a estendere le sue proporzioni, spinto dalla tecnologia e da un largo numero di potenziali Lettori Idioti in continua crescita.

Spostandoci nel Regno Unito, un fatto di cronaca quotidiana come uno scontro tra leader politici ha messo in luce nuovi metodi di produrre fake news. Jeremy Corbyn è stato infatti duramente attaccato lo scorso giugno a causa di un video montato ad arte in cui il leader laburista, nel corso di un’intervista rilasciata a Sky News, alla domanda “Lei condanna i bombardamenti del gruppo terrorista IRA?” risponde “No”. Il frutto di un sapiente lavoro di taglia e cuci su un filmato ha messo un leader politico con le spalle al muro, costringendolo a dover giustificare realmente un’aberrazione completamente iperbolica come il suo supporto al terrorismo.

Se la diffusione incontrollata di fake news attraverso i media dedicati alla lettura – come ad esempio i post che rimandano a siti dove i contenuti hanno la forma di un articolo di giornale, ma anche tramite i più semplici commenti che troviamo su Facebook – ci è sembrata un bel problema, provate a immaginare che gran orgia di propaganda potrebbe causare la diffusione di fotografie e filmati falsificati in una società prevalentemente dominata da una cultura visiva piuttosto che scritta. Come dire, se abbiamo perso contro le riserve, figuratevi contro i titolari.

Penso a quegli stravaganti supporti hi-tech, come ad esempio il Face2Face: Real Time Face Capture and Reenactment of RGB Videos, che sarà accessibile a chiunque entro il 2020 e la cui presentazione ha scatenato qualche piccola polemica e innescato qualche dubbio, purtroppo senza l’inerzia necessaria a far sbocciare un dibattito costruttivo: io personalmente sono terrorizzato. Quando ho visto con i miei occhi le potenzialità di questo software sono rimasto letteralmente a bocca aperta, non tanto per ciò che si possa realizzare effettivamente, quanto per il target a cui è destinato e all’allegro e leggero manierismo con cui un team di scienziati divulga l’abstract del proprio progetto quasi come se una volta uscito da quelle stanze illuminate al neon non avesse alcuna conseguenza sul mondo reale – mondo reale nel quale la gente distingue a stento i rendering delle villette a schiera ancora in costruzione dalla realtà.

Face2Face è un software, molto semplice da utilizzare, che permette di dare vita a un attore in computergrafica in stile blockbuster hollywoodiano. Un soggetto in carne e ossa potrà registrare in presa diretta espressioni facciali da riprodurre poi sul volto di qualcun altro, proprio come Bojack Horseman viene sostituito da una copia virtuale di se stesso nel film Secretariat: solo non si stratta di una tecnologia estremamente costosa e gestibile esclusivamente da professionisti del film-editing hollywoodiano, ma di un’applicazione alla portata di tutti. Sarà così facile che gli sviluppatori dichiarano apertamente che si potrà modificare un filmato che troviamo, ad esempio, su YouTube usando solo la nostra webcam. Nella presentazione, giusto per non rischiare nemmeno lontanamente di inculcare strane idee, viene mostrato un nerd che manipola le espressioni facciali di Vladimir Putin. Chi può aver sviluppato un software così controverso e potenzialmente minaccioso e instabile? Un gruppo di hacker uzbeki? No: il progetto è firmato da University of Erlangen-Nuremberg,  Max Planck Institute for Informatics e Stanford University. Ma l’idea sembra talmente buona che anche la University of Southern California ha deciso di sviluppare il proprio progetto parallelo: The Digital Emily Project.

Adobe VoCo, il software presentato all’AdobeMAX nel novembre 2016, viene descritto come il “Photoshop della voce”. Durante questa manifestazione in larga scala in cui i top manager e sviluppatori di Adobe salgono sul palco in un look casual e ricevono scroscianti applausi da una platea composta da dipendenti, geeks, giornalisti, uomini d’affari eccetera, VoCo viene presentato con una simpatica scenetta che strappa ben più di una risata al pubblico. La voce di Jordan Peele viene manipolata in diretta esplodendo in una serie di giochi di parole che hanno a che vedere con un bacio, un cane e sua moglie. Tutti ridono, ma come in una di quelle risate che a metà strada si fanno forzate, perché ci si accorge che la battuta in fondo era di cattivo gusto o non faceva poi così ridere. E questo perché tutti ma-proprio-tutti hanno capito che un anche ragazzino in questo modo potrebbe diffondere una falsa intercettazione telefonica.

Come risponde la politica, come reagiscono le istituzioni di fronte al terremoto fake news che ha scosso il sistema consolidato di informazione, di comunicazione e di propaganda?

In Italia, Matteo Renzi, ospite al programma Bersaglio Mobile di Enrico Mentana, si è prodigato in una serie di sfacciate acrobazie linguistico-comunicative per rivolgersi ai giovani e nonostante il continuo incalzare del giornalista di La7 non si è lasciato mai sfuggire le parole “fake news”. Il segretario del PD ha parlato diverse volte della “mancanza di una cultura condivisa”, senza mai addentrarsi in un’aperta condanna a una tendenza che minerà le basi delle prossime campagne elettorali in tutto il mondo. Con le elezioni alle porte tutto questo non può non portare a un lecito sospetto. Vi ricordate la clamorosa pagina Facebook I Simpson contro il Movimento 5 stelle, apparsa durante la campagna referendaria e scomparsa subito dopo il voto? Con quella pagina il muro che ci si aspettava arginasse i partiti moderati da pratiche di propaganda oscene (perché di questo si tratta) è stato sfondato. Potrebbe addirittura esserci un accordo tra le forze politiche in corsa per sdoganare, senza ovviamente ammetterlo, la pratica di diffusione di fake news. Quella che ci aspetta sarà una campagna elettorale sanguinaria e terrificante che sarà in grado di dare forma a una nuova realtà fatta di bugie premeditate, adatta a ogni tipo di elettore superficiale infiammato da questo comburente digitale. Qualcosa mi dice, nonostante l’ignavia di Renzi, che gli schieramenti di destra raccoglieranno frutti succosi.

Oltreoceano, a giugno, Hillary Clinton ha letteralmente accusato Facebook di essere un generatore di fake reality, che non si è opposto come si deve al dilagare delle bufale. La Clinton, infatti, è uscita sconfitta dalle elezioni anche a causa delle false notizie diffuse online. È interessante osservare come le proteste di una leader di quel calibro non abbiano minimamente smosso i tycoon della Silicon Valley (Google, Facebook, Amazon, etc.). E sapete perché? Perché ci guadagnano, e quindi siamo nella merda. Stiamo forse entrando nella versione 3.0 del detto “il crimine paga”? Sì, ci siamo dentro fino al collo.

Ci sono cose che sono vere fuori da ogni ragionevole dubbio, e poi ci sono cose che milioni di persone vogliono che siano vere. Con la volontà è meglio non scherzare, non possiamo far cambiare idea a qualcuno semplicemente perché lo ha detto Mentana. Non stiamo parlando di idee, ma di volontà nel credere a certe idee, “notizie” costruite palesemente per offrire al lettore quello che vuole leggere, permettendogli di confermare il suo credo e di dare forma alle sue opinioni peggiori. Dalla questione immigrazione ai vaccini, non c’è limite alla fantasia per dare sfogo a una rabbia discriminatoria che molti hanno saputo nascondere per anni nei bar. Ma ora è su internet, ed è alla portata di tutti.

Affrontando il problema fake news, non possiamo evitare di includere i social network e i motori di ricerca fra le cause più o meno dirette di questa criticità dell’informazione digitale. A essi va attribuita, come minimo, la responsabilità nel fornire un terreno fertile per il loro sviluppo e diffusione. Se i motori di ricerca possono essere giustificati dall’impossibilità di limitare con precisione l’algoritmo e dall’assenza di casi comprovati di indicizzazione in malafede, i social – Facebook su tutti – stanno guardando letteralmente dall’altra parte. Non possiamo credere che una grandissima quantità di contenuti scomodi, messi in discussione da migliaia di utenti che da leader politici mondiali, nasca e si diffonda tramite pagine e gruppi Facebook senza che nessuno possa fare nulla per arginarne il flusso, e senza conseguenze per quegli utenti che ne favoriscono e ne incitano la divulgazione. Non possiamo escludere che dalle fake news gli stessi social traggano profitti attraverso il businness di big data con le aziende. Ricordatevi che nessuno vi dà niente per niente, e che se una cosa è apparentemente gratuita, probabilmente non lo è, solo che non sapete cosa le state dando in cambio per usarla. Chi fatica a interpretare un messaggio e ignora la sua componente fattuale, chi si lascia infervorare dal queste bufale può essere più sensibile rispetto alla media dei consumatori di fronte a determinati tipi di annunci pubblicitari. Sarei curioso di passare una settimana a commentare i gruppi novax o a cercare continuamente documenti che dimostrano che la Terra sia piatta per vedere che tipo di annunci riceverei, dalle sponsorizzazioni di Facebook, agli ads di Google.

Non mi stupirei se nel giro di pochi anni un dentifricio o una merendina fossero promossi da campagne pubblicitarie il cui brief recitasse “il target odia gli immigrati” o “il target non fa vaccinare i figli”.

A proposito: la Pabst Blue Ribbon, la birra preferita dai White Supremacist americani, è sbarcata sul mercato italiano.

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