Facebook ha ammesso di essere un veicolo per la propaganda russa - The Vision

Facebook ha ufficialmente comunicato a Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sulle possibili ingerenze russe nelle elezioni Usa e sui presunti contatti fra lo staff elettorale di Donald Trump e il Cremlino, che 470 account falsi legati alla Russia avrebbero speso intorno a 100mila dollari per promuovere più di 3mila contenuti politici sul social network. In due anni, dieci milioni di utenti di Facebook negli Stati Uniti hanno visto almeno uno degli oltre tremila post sponsorizzati da account falsi, probabilmente legati alla Russia. Il 44% di questi post sarebbe stato visto prima delle elezioni presidenziali Usa dell’8 novembre del 2016, mentre il 56% dopo questa data.

Robert Mueller

Ormai è una verità assodata. Da quando Facebook ha fatto il suo debutto nel 2004, colonizzando Paesi con una velocità che ha fatto impallidire l’Inghilterra della regina Vittoria, sembra non esistere un limite a quanto possa fare schifo. Non che ci si potesse aspettare molto di meglio da un social network nato per confrontare le fotografie degli annuari dei campus universitari di Harvard e decidere con quale ragazza provarci alla prossima festa della confraternita. Come spiegano molto bene i primi dieci minuti del film The Social Network, Facebook è nato con un’idea che non va molto lontano da quella del mercato dei cavalli, con le studentesse al posto dei cavalli. Poi il rischio di una vagonata di denunce ha persuaso Zuckerberg a variare leggermente la rotta. Così, nel corso degli anni, sono arrivati l’ansia da like sotto la foto profilo e quella per l’immagine di copertina, i test su tutto lo scibile umano (tipo chi eri in una vita passata o quanto dureresti in un’apocalisse zombie), i nostri genitori e la piaga del buongiornissimo Kaffè.

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Una serie invidiabile di conquiste per l’umanità, condita con un pizzico di propaganda politica e fake news. Sfruttando la scusa della neutralità di Facebook e di un sistema di controllo paradossale, il social network è diventato il covo e la gran cassa di risonanza dei gruppi estremisti di tutto il mondo.

Non che negli Stati Uniti siano messi molto meglio. A margine delle indagini sul Russiagate, riguardanti le influenze della Russia sulle elezioni che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca, è notizia di questi giorni che rappresentanti dei grandi nomi dei social verranno ascoltati in un’audizione pubblica al Senato degli Stati Uniti. A convocarli è stato il senatore repubblicano del North Carolina, Richard Burr, presidente della commissione Intelligence del Senato che sta portando avanti una sua indagine. Facebook, Twitter e Alphabet (Google): non manca nessuno all’elenco di chi sarà chiamato a testimoniare.

Richard Burr

Dopo le scuse del suo co-fondatore Ev Williams per aver favorito la propaganda politica di Trump e forse la sua elezione, anche Twitter si prepara a correre ai ripari insieme a Facebook e a collaborare con gli investigatori. Durante un’audizione al Senato, il 28 settembre, i suoi responsabili hanno ammesso di aver trovato 201 account con legami sospetti con la Russia. Molti di questi corrispondevano a pagine Facebook attive durante la campagna presidenziale del 2016. Inoltre, stando a quanto dichiarato dai suoi rappresentanti durante la stessa audizione, Twitter avrebbe venduto 270mila dollari di pubblicità e link sponsorizzati ad account legati a canali russi, molti dei quali riconducibili a Russia Today, gruppo all news con sedi diffuse in tutto il mondo, da anni megafono della propaganda di Mosca. Anche su Twitter lo scopo è gettare benzina sul fuoco di qualunque argomento in grado di polarizzare l’opinione pubblica. È successo durante i raduni di Ferguson e Baltimora dell’anno scorso quando il profilo Blacktivists (380mila like su Facebook) estremizzava con toni violenti la protesta dei Black Lives Matter. Succede ancora in questi giorni secondo il New York Times, che ha fatto notare come le campagne #boycottnfl, #standforouranthem e #takeaknee non partono da gruppi di patrioti a stelle e strisce, ma dai soliti ignoti che lavorano per conto del Cremlino.

Prima di parlare davanti alle telecamere, i rappresentanti di Facebook hanno preferito avere un incontro a porte chiuse con lo staff della commissione la scorsa settimana, garantendo la massima collaborazione per le indagini. Nelle stesse ore Mark Zuckerberg ha spiegato in un video messaggio la volontà di infrangere le politiche di Facebook e fornire i dati sensibili di alcuni utenti per fare chiarezza su diverse pagine e gruppi riconducibili alla Russia. Un cambio di paradigma radicale rispetto a quando trovava delirante l’idea che la vittoria di Trump fosse in gran parte merito della spazzatura informativa che ha intasato i social durante la campagna elettorale statunitense.

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La musica è cambiata quando i tecnici di Facebook hanno scoperto diversi contenuti sponsorizzati pagati da società russe e centinaia di account riconducibili all’Agenzia per la ricerca su Internet, una compagnia con sede a Olgino, un paese a pochi chilometri da San Pietroburgo, specializzata in attacchi di hacker e troll contro bersagli indicati dal Cremlino. Una macchina da guerra informativa che secondo gli esperti impiega 300 persone in grado di produrre qualcosa come 30mila post al giorno. Lo scorso 6 settembre Facebook ha reso noto al procuratore speciale Robert Mueller, a capo di uno dei filoni di inchiesta del Russiagate, l’esistenza dei profili sospetti. A indagini non ancora concluse sono già emersi più di 470 tra pagine e profili fasulli legati all’Agenzia per la ricerca su Internet. Anche se oggi risultano tutti disattivati, tra il 2015 e il termine delle elezioni presidenziali hanno gestito e rimbalzato un flusso enorme di notizie, distorte o palesemente inventate, spesso sponsorizzate per avere maggiore risonanza.

Putin, o chi per lui, ha pagato 100mila euro in poco più di un anno per replicare negli Stati Uniti la “disinformatia” che ha perfezionato nei lunghi anni di militanza nel KGB. La disinformatia, perfezionata dall’intelligence sovietica nel corso della Guerra Fredda è sopravvissuta alla caduta del muro di Berlino e dopo meno di trent’anni è tornata in grande spolvero. Dire all’americano medio “vota Trump” o “odia la Clinton” non è certo il modo in cui si influenzano davvero le elezioni. Un’altra cosa è spingerlo a pensare di aver avuto queste idee in autonomia. Ad esempio creando gruppi come i SecuredBorders o gli Heart of Texas che, abbracciando il programma dell’allora candidato Trump sull’immigrazione, hanno organizzato raduni contro gli immigrati in Texas e Idaho nei mesi prima delle elezioni. O altri come i Being Patrioctic che nell’agosto 2016 hanno organizzato diversi raduni pro Trump in Florida, Stato tradizionalmente fondamentale per arrivare alla Casa Bianca, dove Trump ha vinto per poco meno di 100mila voti. Tutte iniziative studiate per galvanizzare lo zoccolo duro dei sostenitori e bombardare di cattive notizie gli elettori repubblicani moderati e spingerli tra le messianiche braccia di Donald. Parallelamente molti profili hanno portato avanti una campagna per screditare Hillary con l’elettorato democratico, rimbalzando nei quattro angoli dei social ogni notizia sul mailgate, usato in modo ossessivo da Trump come cavallo di battaglia contro l’avversaria. Altri ancora sono stati usati per diffondere le mail rubate durante l’attacco hacker, russo tanto per cambiare, ai database del partito democratico.

Sembra incredibile anche solo pensarlo, ma forse non era il caso di lamentarsi quando il peggio che capitava su Facebook era ricevere quindici inviti al giorno per Farmville.

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