Ci stiamo trasformando in algoritmi viventi: la creatura di Zuckerberg ha messo in atto una mutazione antropologica. Si sa: il nostro cervello è malleabile e Facebook ci cambia, ci plasma a sua immagine e somiglianza, ci porta a pensare secondo il modo in cui esso stesso funziona. Per gli utenti che lo usano tanto – come me, e probabilmente anche tu che mi leggi – è in atto una progressiva alterazione cognitiva, e più l’uso di Facebook è massiccio, più questi effetti sono evidenti. Il social network è ormai il luogo privilegiato per auto-rappresentarsi, ma non è affatto gratuito come dichiara di essere. Le sue caratteristiche e il suo modo di funzionare modellano l’utente, cioè noi, che a poco a poco, nell’uso quotidiano – e compulsivo – ci adeguiamo, allineiamo la nostra identità alle regole della piattaforma, le metabolizziamo. Il potere del mezzo è invisibile ma enorme e invischiante, l’algoritmo impone la sua visione del mondo. Andrew Keen, noto critico della “falsa rivoluzione di internet”, ha paragonato il social al panopticon, il carcere ideale progettato alla fine del ‘700 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, in cui un solo guardiano è in grado di sorvegliare tutti i detenuti, senza che questi riescano a capire se sono controllati o meno. Ecco alcuni dei modi con cui Facebook sta modificando, probabilmente in peggio, la nostra mente.

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UNA FALSA PIENEZZA

Le interconnessioni avrebbero dovuto renderci più veloci e intelligenti, ma ormai si è capito che così non è. Il multitasking e la falsa pienezza dell’esistenza su Facebook danno una sensazione di contatto, onnipresenza e ubiquità in realtà solo superficiale – è stata definita come “moral shallowness”. Sui social è l’interazione che premia: i contenuti vengono solo sfiorati per passare subito alla reazione mi piace/non mi piace. È provato che la maggior parte delle persone, nel commentare e condividere gli articoli, si limita alla lettura del titolo o delle prime righe. Bisogna fare, esserci, dare segnali ininterrotti della propria presenza: nella psicologia del like le prese di posizione sono pressoché istantanee. Lo spazio intimo della comprensione e della riflessione è stritolato: approfondire non conta, perché non lo vede nessuno.

REAZIONI POLARIZZATE

Di persona, nei rapporti vecchio stile che coinvolgono il corpo, ci misuriamo e stiamo attenti alle reazioni dell’altro: sui social no. Quando ci troviamo a interagire dal vivo con qualcuno, le cose difficilmente sono tutte bianche o tutte nere: c’è tutta una gamma di reazioni e atteggiamenti intermedi che passano anche attraverso gesti, pose, movenze che Facebook, non potendo rappresentare, penalizza, o meglio inibisce, esclude. In un post o in un commento ciò che rende di più – anche in termini di like e visibilità – sono le reazioni polarizzate, estreme, sia nel bene che nel male, i grandi rifiuti o i grandi amori. Una cosa che piace diventa subito tifo, esaltazione infantile, una cosa che infastidisce legittima l’insulto feroce. La fascia intermedia –allusioni, silenzi, etc. – non può avere spazio, non ci può essere: per manifestarsi adeguatamente bisogna farlo in modo netto, meglio se aggressivo, eclatante. Gli spigoli che il rapporto in carne e ossa aiuta a smussare, vengono invece esaltati e amplificati. Il social network è luogo di contrapposizione e schieramento, non di messa in circolo, di dialogo. È preferibile fronteggiarsi, schierarsi, e questa sta diventando la nostra modalità comunicativa di base.

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IL POST NON DIMENTICA

Facebook sicuramente ha contribuito ad alfabetizzare un po’ la società: quasi tutti, da qualche anno ormai, hanno iniziato a leggere e scrivere, quantomeno per esserci e dire la loro. Ma la comunicazione scritta ha degli effetti: non è affatto neutra. Genera atteggiamenti e modi di porsi specifici: si porta dietro una rigidità estranea alla comunicazione verbale. Ciò che si scrive resta impresso, inchioda: i social sembrano non considerare il cosiddetto “diritto all’oblio”, non sono fatti per dimenticare. In più la scrittura specifica di Facebook porta a posizioni assunte velocemente ma nette, il che genera anche uno stimolo a dire più di quel che si vorrebbe, o a dirlo più velocemente. È facile fraintendersi, ma poi è anche più difficile fare marcia indietro. Su Facebook tutto è simile a un grande aut aut, spontaneo e incontrollabile. Scatta così quella che possiamo definire “sindrome della sentenza”.

UN PICCOLO MONDO DI PREGIUDIZI

Il social network rafforza i pregiudizi e le inclinazioni dell’utente: favorisce il confronto tra simili, la connessione non è affatto così indistinta e globale come si dice. L’algoritmo amplifica le affinità, mostrando agli utenti i contenuti che apprezzano e creando sottogruppi e comunità che diventano eccellenti serbatoi di pregiudizi e idiosincrasie. Uno studio durato ben cinque anni e condotto da Michela del Vicario del Laboratory of Computational Social Science dell’IMT Alti Studi Lucca – insieme ad altre università, fra le quali anche la Boston University – ha monitorato di continuo 69 fanpage di Facebook, ricavando una costante nel comportamento dei vari utenti: su Facebook si preferisce ricercare informazioni che confermino le proprie convinzioni. Un meccanismo psicologico, il Confirmation Bias, già studiato in precedenza e tipico del comportamento umano, che i social network hanno rafforzato.  Il confronto spesso diventa rissa e finisce con il blocco del nemico o con la “rottura” dell’amicizia virtuale: le differenze vengono penalizzate, i simili stanno coi simili e questa è la base che permette anche la diffusione delle fake news. Facebook di certo non frena l’ignoranza degli ignoranti e i pregiudizi dei prevenuti. Il senso critico è d’intralcio, i dogmi funzionano meglio.

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IL SUCCESSO DEL MEDIOCRE

Sfottò, perculamenti, invidia sociale: le cose che funzionano di più su Facebook sono quelle che sfruttano meglio i luoghi comuni e gli stereotipi. Il meccanismo stesso con cui il social network funziona fa sì che venga data maggior visibilità a ciò che ha già maggior visibilità. Per avere successo su Facebook bisogna dire, in modo più forte e incisivo degli altri, semplicemente quello che molti già pensano. Non bisogna innovare, destabilizzare. La banalità espressa violentemente aggrega, rinforza il pregiudizio e fa schizzare i like alle stelle. E la banalità, una volta legittimata dai like, ovvero dalla visibilità del social network, diventa poi un’occasione ghiotta per produzioni, case editrici, aziende. Viene esportata anche al di fuori di Facebook e diventa prodotto: libro, gadget, programma tv, articolo di giornale. Conquista anche il mondo cosiddetto reale. Perché l’editoria e l’industria culturale dovrebbero rischiare, investendo su qualcosa di incerto, quando hanno a disposizione una serie di figure e fenomeni che in rete hanno già dimostrato di funzionare?

SEMPRE PIÙ UGUALI A SE STESSI

Su Facebook bisogna piacere o almeno attirare l’attenzione e non è strano che questo generi la tentazione di ripetere il già fatto, riproponendo o al massimo variando leggermente le cose che in precedenza hanno dato prova di catalizzare l’interesse. Facebook invita a ripetersi: porta a un consolidamento delle identità, o meglio a una loro sclerotizzazione. Ci si fissa sulle immagini mentali di se stessi e degli altri: si continua a scrivere e postare il genere di cose che in precedenza hanno funzionato meglio e si spia sulle bacheche degli altri adeguandosi ai trend del momento. È il movimento di ripetizione del passato che la fa da padrone, non quello di esplorazione del futuro: per questo Facebook è uno uno strumento più reazionario che progressista. Il personaggio che ci si crea su Facebook è meglio che non entri in contraddizione con quello reale. La variabilità confonde, Facebook chiede certezze.

LE REGOLE DEL GIOCO (O DI UN NUOVO CODICE MORALE)

Facebook permette l’auto-promozione ma, l’abbiamo visto, il mezzo non è sempre trasparente, né inerte: ha regole e meccanismi che iniziano a farsi sempre più invadenti. Ad esempio, l’algoritmo rileva i nostri movimenti e interpreta i nostri gusti modificando ciò che ci apparirà in bacheca in futuro: sulla base di questo, mette in atto delle dinamiche coatte ma sotterranee, del tutto implicite. Il social network avrebbe effettuato addirittura test occulti sugli iscritti. Nel 2014 i vertici di Facebook sono stati costretti a scusarsi pubblicamente dopo la scoperta di un vero e proprio test “emotivo” effettuato su 700mila utenti: il flusso di notizie che a queste persone appariva in bacheca è stato volutamente modificato (rendendolo più positivo o negativo) per studiare il contagio emotivo, ovvero verificare la ricaduta sui contenuti prodotti dagli utenti in questione. Il social network non solo manipolerebbe gusti e interazioni, ma imporrebbe anche censure e punizioni, accettando o rifiutando, tollerando o reprimendo contenuti sulla base di un meccanismo apparentemente impersonale, al quale lentamente tutti si devono adeguare. Alla lunga questo sembra corrispondere alla creazione di una specie di nuovo codice morale, in cui il seno di un dipinto ottocentesco non è tollerato dai parametri etici del media, mentre prese di posizione ignoranti, offensive e violente possono circolare indisturbate, basta che non contengano le poche parole proibite che l’algoritmo è in grado di rilevare – e che vieta anche quando non dovrebbe. Opporsi non è possibile, se si vuole restare online – ovvero esistere, secondo i parametri del 2017 – bisogna adeguarsi, sposare le regole fissate dal vigilante trasparente del panopticon. L’unica soluzione per contare qualcosa è, ci piaccia o no, non contare più niente, ovvero diventare una semplice tesserina del grande mosaico blu di Zuckerberg.

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