Slavoj Žižek come icona trap della filosofia - The Vision

Slavoj Žižek non è solo un filosofo sloveno ossessivo compulsivo dalla esse blesa. Slavoj Žižek non è nemmeno pop, è, anzi, trap – e non solo perché è un post-nichilista.

Slavoj Žižek è nato a Lubiana il 21 marzo del 1949, è sempre e solo in t-shirt, a volte in ciabatte, “scrive libri” e, “se Dio vuole”, “morirà” – come recita la bio del suo testo Disparità. Noto anche come “Il Gigante di Lubiana”, Žižek è considerato dagli addetti ai lavori come uno dei più grandi e “pericolosi filosofi occidentali” – nonché il più “hippie” – un “Elvis della filosofia”, o anche, secondo Terry Eagleton, una sorta di “Socrate sotto steroidi”. Se mettiamo insieme un po’ di idealismo tedesco, sano e vecchio  marxismo e un pizzico di psicoanalisi lacaniana – il tutto legato e condito da una squisita dialettica hegeliana – otteniamo il folkloristico pensiero di Žižek. Un pensiero che, a dispetto di quanto se ne dica, è tutt’altro che pop – così come lo stesso Žižek.

Žižek, in una certo senso, è come se mettesse un cartello di stop alle decostruzioni di Derrida: silura il postmoderno di Lyotard per rifiondarsi e immergersi nella modernità; torniamo a Cartesio, a Spinoza, a Kant e a Hegel: al soggetto (scabroso). Il punto per Žižek è “ripetere” quel marasma concettuale e adattarlo a un “presente” – categoria che Žižek odia, in quanto troppo postmoderna – che sfugge dalla nostra capacità di comprenderlo, di afferrarlo e di accettarlo – men che meno di cambiarlo. Laddove la concettualità e i plurivoci movimenti dialettici risultano oscuri e misteriosi, la soluzione è una sola: ricorrere al cinema, inteso come tessitura del mondo. È dall’esperienza cinematografica e dalla narrazione che contiene che è possibile estrapolare significati ed esplicitare alcuni concetti della psicoanalisi lacaniana – come la “Cosa profonda che arriva dallo spazio” in Star Wars – oppure la suddivisione freudiana del soggetto nei Monty Python.

Ciò che ha contribuito alla costruzione dell’immagine di Žižek – in quanto outsider di un certo tipo di pettinato mondo accademico – come icona pop, credo sia stato, per esempio, il fatto che lo si veda sbraitare frequentemente in occasioni tipo Occupy Wall Street, o ancora per via del suo ruolo da Caronte postmoderno nei due documentari di Sophie Fiennes (The Pervert’s Guide to Cinema e The Pervert’s Guide to Ideology), e infine lo stile dissacrante, irriverente – un po’ brutale – con cui si è affermato, dal 1989, nel panorama internazionale, attraverso la sua prolifica produzione di testi (una quarantina).

In ogni caso a Žižek piace fare il provocatore. Come nel caso dell’ endorsement a Trump, o quando racconta di essere odiato dai suoi connazionali perché contro l’indipendenza del Paese. Indipendenza di cui, da bravo post-nichilista, non gli frega un bel niente, non avendo lui nemmeno nostalgia della Jugoslavia di Tito, fatto per il quale i suoi connazionali di sinistra lo considerano il traditore del Patto di Varsavia. Il fatto è che Slavoj è anche un po’ misantropo: alle persone preferisce rimanersene a casa a contemplare il ritratto di Stalin appeso nell’ingresso. Il punto, infatti, è che, al di là del fatto che tali circostanze possano far sorridere e far credere che Žižek sia una sorta di balcanico dadaista, queste uscite hanno in realtà radice nella filosofia di Nietzsche, e poi nel pensiero di Heidegger, secondo i quali verrà il tempo in cui il senso delle cose, di qualsiasi cosa, semplicemente scomparirà. In questo senso ogni produzione di qualsivoglia attività umana – che sia prodotto della scienza, della politica, dell’arte etc. – risulta priva di ogni pretesa di senso, limitandosi al “rivolgersi verso” “il circolo del consumo”, abbandonando l’idea di poter costruire un mondo. In sintesi? A Žižek non gliene frega un bel niente di niente, e va bene così. La cosa vale per tutti noi, il fatto è che lui lo ammette apertis verbis.

Columnist per il Guardian, visiting professor un po’ ovunque – o comunque dove è congeniale parlare di marxismo rivoluzionario rivisitato in chiave stalinista – è oggi docente all’European Graduate School. In linea con il collega Alain Badiou – e con quella che il francese definisce “ipotesi comunista” – Žižek è uno sfegatato oppositore del sistema capitalistico; in particolare se la prende con il neoliberismo come modello economico e sociale. In forza di ciò sproloquia da anni per un “ritorno” – o un “andare verso” – al comunismo.

Fin dalla sua tesi di dottorato – incentrata sull’analisi e sulla “ripetizione della ripetizione” della dialettica hegeliana – il filosofo sloveno non si è mai mosso all’interno di un vero e proprio sistema filosofico. Per lo più si è limitato al tentativo di attualizzare la circolarità della dialettica di Hegel sganciandola dal sistema simbolico, autoconclusivo e totalizzante, entro cui è collocata (sic!).

In Meno di Niente, uno dei testi teoretici più importanti della sua vasta produzione, tenta di risolvere il problema. Dall’operazione emerge un divenire non necessario. In quanto per Žižek la necessità emerge dal contingente; ogni passaggio della dialettica è un momento della necessità perché il “passaggio emerge ex nihilo” così che la necessità possa venir posta in maniera retroattiva, ex post. Si crea così un “intero” in continuo mutamento. Il reale, d’altra parte, risulta, all’interno di queste coordinate, come uno sfondo informe, una sorta di kora platonica, di questo movimento dialettico. È “l’abisso del reale” come sfondo, detta in “lacanese”. Il titolo – ripreso da Democrito che conia il dèn, da “medèn”, cioè qualcosa che è a metà – indica un nulla senza il nulla, senza cioè la propria essenza; ciò che, infine, lo rende costitutivamente un “nulla”. Questo concetto pre-ontologico Žižek lo colloca su quello che pone come “sfondo informe della dialettica”. Questo reale impossibile che sfugge alla totalità – con il quale fa i conti già ne Il soggetto scabroso – non è la realtà data, né il suo opposto, è qualcosa, appunto, di pre-ontologico. In questo sconfinato testo, diviso in due volumi per un totale di 1406 pagine, il reale lacaniano viene inserito anche nella différance derridiana – quest’operazione era già presente ne La visione di parallasse – una differenza cioè assoluta: il reale informe che, come differenza, differenzia prima sé stessa e poi i differenti e la differenza.

Il fatto è che Žižek non vuole le semplificazioni e non gli stanno bene le categorie che, negli ultimi anni, hanno preso piede nel panorama culturale contemporaneo; come scrive nel suo testo In difesa delle cause perse il punto “non è difendere il terrore stalinista in quanto tale ma rendere problematica la troppo facile alternativa democratica liberale”. Per Žižek subiamo surrettiziamente lo storytelling della democrazia, senza tematizzarlo, problematizzarlo o osservarlo criticamente. Da una parte il totalitarismo come sistema di governo – che non è il massimo, certo, lo ammette anche Žižek – il quale impone un registro comportamentale e culturale, se non addirittura etico, ai soggetti; dall’altra parte, invece, c’è la tradizione democratica liberale che, nel paradosso in cui ci si trova – per cui ci sembra di essere liberi e svincolati da qualsiasi imposizione coattiva dello Stato – si è in realtà in balia di una retorica più sottile, fine, subliminale per cui si viene convinti, inconsciamente, che sia corretto, giusto, e bene comportarsi in un determinato modo. Se con il totalitarismo apriamo le porta all’imposizione di regulae, con la democrazia siamo all’interno di un indottrinamento stile “metodo Ludovico Van”.

Questi passaggi e analisi sono possibili per Žižek grazie agli strumenti forniti dal pensiero di Lacan. La psicoanalisi lacaniana va infatti oltre al semplice tentativo di curare una patologia del soggetto malato, si direziona verso il reale e l’eventuale tessitura (inconscia) sopra la quale si struttura ontologicamente. Per Lacan il punto sono le patologie e il loro opposto, nell’esistenza umana, terrena, carnale, dove la differenziazione è tripartita: abbiamo il Simbolico, l’Immaginario e il Reale. L’ordine simbolico è ciò che orienta il nostro mondo della vita, la nostra parola, il nostro agire; ma quell’ordine, che pervade istericamente ogni atto di vita, da cosa è regolato? Voglio dire, siamo tutti più o meno persuasi del fatto che il nostro agire sia determinato dal modo in cui noi decidiamo, effettivamente, di agire, reagiamo a stimoli esterni in maniera meccanica: ho sete, bevo, ho fame, mangio etc. Per Žižek questa è una bella storia, una fiaba, perché, in realtà, è qualcos’altro o, peggio ancora, qualcun altro che determina il nostro agire: è il grande Altro lacaniano; un ente (metafisico?) tanto potente da non poter essere afferrato con lo sguardo, tanto potente da pervadere ogni frammento del reale e così perverso da orientarci come fossimo semplici burattini. Žižek riparte da lì, da quel dèn, da quel non-visibile, dal non tematizzabile, dall’inconscio. Žižek è un folle, non può che ripartire da lì.

Ma questi sono temi nerd buttati lì, temi boriosi, noiosi, eccessivamente astratti e, forse, poco pop, appunto. Questo perché Žižek non è pop, come già abbiamo detto: è trap. Potrà pure essersi dato i connotati mediatici di una Miley Cyrus provocante, o aver fatto di sé una sorta di Chiara Ferragni del marxismo, ma il suo lavoro – cioè i suoi libri – sono tutt’altro che il frutto del lavoro una popstar. Žižek non è come un Fedez qualunque che sintetizza in due versi i massimi sistemi per parlare del suo “amore low cost”, Žižek è più un Ghali, un Ghali che, per parlare della disillusione dei giovani verso il Paese e il futuro, cita l’esperienza di tutti i giorni o i prodotti commerciali, e che fa dunque riferimento a un orizzonte pop. Žižek in questo è coerente con se stesso, o meglio, è coerente con il ruolo che ricopre e il lavoro che fa. In quanto filosofo – per quanto la definizione, negli ultimi tempi, abbia perso parte del suo significato originario – non può permettersi di essere pop, se fosse pop non farebbe filosofia, farebbe altro. Farebbe schifo.

Žižek fa la stessa operazione perché, dopo Hegel, le sue due grandi passioni sono il cinema e l’ideologia. E attraverso il cinema e le storielle popolari, Žižek può parlare dell’ideologia e di come questa permei il tessuto sociale e culturale della contemporaneità. La cultura pop diventa un mezzo per arrivare al conseguimento di una ricerca teoretica ben precisa , che ha basi decisamente solide. Ma la cultura pop, che diventa mezzo e non fine, qui è indagata con gli stessi strumenti concettuali della filosofia. Viene aggredita e perlustrata con lo stesso spessore teoretico attraverso cui Žižek analizza i meccanismi “malati” del sistema capitalistico. In questo senso c’è della coerenza, così come per gli artisti trap – i quali appunto prendono elementi della sottocultura pop e rimangono all’interno di quell’orizzonte, anche linguistico.

Nel lavoro del filosofo sloveno il pop risulta semplice viatico per esprimere al meglio un pensiero che è tutt’altro che pop. La questione infatti non è la possibilità, o meno, di applicare le maglie concettuali della filosofia, il suo metodo e la sua analisi, a fenomeni di massa come serie TV o videogiochi – questione su cui Regazzoni e Camurri si sono già concentrati – la questione è, piuttosto, relativa alla maniera in cui uno fa filosofia. Se si considera per l’appunto la vasta bibliografia del Gigante di Lubiana, risulta immediatamente evidente che, per quanto alcuni passaggi siano intervallati da barzellette o digressioni su Star Wars, i passaggi chiave, anche quando si parla di cinema, sono cose tipo “la ‘neutralità malevola’ del Super-Io consiste nell’impossibile posizione di puro metalinguaggio”.

Certo, Batman e Lacan arrivano ad avere lo stesso peso epistemologico nell’opera di Žižek, questo è vero, ma è Lacan che passa attraverso Batman, non viceversa. È Batman letto con gli occhi di chi osserva il mondo con un linguaggio che non è pop – altrimenti alla DC Comics avrebbero pensato tempo fa di trasformare l’iconografia dell’Uomo Pipistrello in qualcosa di diverso, in qualcosa che racchiude in sé il Geist hegeliano o il Ding lacaniano, per dire. Per esempio Žižek, ne Il Contraccolpo Assoluto, ci racconta sì che “l’ideale culturale del ‘dio-protesi’” è “incarnato da supereroi come Batman, Spiderman e Superman” ma non va oltre, non troppo; si ritorna infatti, nel giro di poche righe, all’intellektuelle Anschauung kantiano. Il titolo dell’opera, inoltre, non è la citazione di un qualche verso di una canzone di Lady Gaga, viene da absoluter Gegenstoss, un’espressione hegeliana che designa “la coincidenza speculativa degli opposti nel movimento grazie a cui qualcosa emerge dalla sua stessa perdita”.

Žižek è trap: se ne sbatte dei salotti televisivi entro cui ogni tanto vediamo stazionare qualche professore di filosofia, se ne sbatte di quello che conviene dire o scrivere. In questo è come Socrate, un vero filosofo, cioè un rompicoglioni da strapazzo; o, in maniera meno triviale, “un tafano” che importuna tutti, fa sorgere dubbi, ansie, preoccupazioni; e all’imperativo delfico gnōthi seautón (conosci te stesso!), sostituisce il più congeniale “guarda i Monty Python!”.

Il punto è che Žižek non può essere pop perché non esiste una filosofia pop. Se la filosofia fosse pop non sarebbe più filosofia. Bisognerebbe chiamarla, più giustamente, filosofia trap. Assomiglia a quella cosa seria che disse Bertrand Russel in On Denoting. Riassumo in breve: l’asserzione “L’attuale re di Francia è calvo” è una “descrizione definita” che non si riferisce a qualcosa di reale, e risulta dunque falsa perché non esiste un re di Francia, attualmente – men che meno calvo. È un quesito, per citare la Raggi, mal posto. Žižek come filosofo pop, o la filosofia pop, sono due cose che come il re di Francia non esistono. 

Slavoj Žižek ha una finta pagina Facebook: Zlazloj Zizlek. Slavoj Žižek è stato sposato quattro volte. Slavoj Žižek legge Camilleri.

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