Avete rotto con la retorica della felicità - The Vision

La distopia più terribile: un mondo senza infelicità. Sarebbe felice? E, se sì, saprebbe rendersene conto?

Il tratto più insistito negli inviti a essere felici, che sostanziano pubblicità, propagande politiche, filosofie dell’essere, teorie di resilienza e manuali di auto-aiuto, è l’indicazione su dove rintracciare la felicità (solitamente, nelle piccole cose: fragranze, gesti di cortesia degli sconosciuti, regali inattesi – e sempre di taglio modesto, non sia mai una Cadillac Eldorado rosso rossetto). È un indizio eloquente: più che infelici, siamo impermeabili alla felicità, inabili a scorgerla. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica dove trovarla. “Non ho mai avuto né felicità né infelicità assolute. Ho avuto dolore, che è diverso”, ha spiegato Simonetta Agnello Hornby a Vanity Fair, qualche settimana fa: oltre a lei il magazine aveva intervistato altri quattordici scrittori per chiedere loro in che modo concepissero un momento di felicità. Non cos’è la felicità, ma dove sta. “Ho deciso di riaprire l’archivio della felicità, per riscoprire come gli altri erano stati felici e se magari riuscivo a esserlo anch’io”: così, qualche anno fa, Valerio Millefoglie spiegava le ragioni del suo libro, L’attimo in cui siamo felici (Einaudi), che conteneva una “terapia della felicità” da svolgere compilando schede su cui appuntare i momenti di gioia nell’arco di una settimana, destinati poi a diventare “una cartella clinica, un ritratto della felicità a cui gli altri potranno accedere nei momenti di sconforto”.

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Interpellando quei quattordici scrittori, Vanity Fair ha fatto la stessa cosa: ha compilato una cartella clinica e ha ottenuto un ricettario in forma di mappa. Una galleria di esempi dalla quale apprendiamo che Fabio Volo è felice quando i suoi figli si addormentano, quindi potreste esserlo anche voi, facendo la stessa cosa. Non avete figli? Nessun problema, fate come Sofia Viscardi: osservate le vostre amiche mentre viaggiate in macchina con loro ascoltando vecchie canzoni e scoprirete con ottime possibilità di essere felici. Erri De Luca ha detto di essere felice addirittura continuamente. Se ce la fa Erri De Luca, che ha vinto il premio per la peggiore scena di sesso in letteratura due anni fa potete farcela anche voi. Sette anni fa, Francesco Piccolo pubblicava il suo Momenti di trascurabile felicità e, in un colpo solo, pensionava l’ostracismo (vintage già allora, per la verità) della felicità in letteratura e pure la sua idealizzazione, che è forse ciò che più ha alimentato, in passato, la convinzione che fosse irraggiungibile, ultraterrena, sovrumana. È servito a mettercela a portata di mano? Non si direbbe. Si sono però instaurati due processi collaterali: da una parte, l’appello a una letteratura che si esprimesse in modo positivo sulla felicità (congiuntamente al cambio di paradigma per cui ciò che prima forniva le domande – letteratura e filosofia in testa – ora deve fornire le risposte) ha trasformato alcuni scrittori in life coach e, dall’altra, l’infelicità è stata progressivamente oscurata, esiliata e confusa con il pessimismo, a sua volta scambiato con il disfattismo. Uno studio condotto dall’Indiana University ha rilevato che negli ultimi sette anni le canzoni allegre hanno surclassato quelle tristi. In esame sono stati presi non solo i testi delle canzoni anglofone, ma anche le tonalità: è risultato che in Cina si suonano i brani più gioiosi.

Linkiesta, però, ha fatto notare che in Cina i testi cupi sono spesso accompagnati da melodie allegre e, soprattutto, che nei Paesi orientali la lingua madre viene impiegata per “esprimere situazioni più intime e complicate”, mentre in inglese si canta la spensieratezza, poiché “l’internazionalità è associata ad aspetti positivi, energetici: è un modo di certificare d’essere entrati a far parte del grande villaggio dei consumi”. In Occidente non è diverso: la felicità sprona il consumo ed è una chiave d’accesso, uno status symbol. La felicità non serve in sé, non si gode in sé: è un mezzo e, data la scomparsa del suo opposto (l’infelicità) sembra anche il solo mezzo disponibile. La soluzione a tutto. “A testa in su. Investire in felicità per non essere sudditi”, è il titolo del primo libro di Alessandro Di Battista, pubblicato nel 2016. “Fate i bravi e siate felici”, ha detto Patti Smith ai bambini che hanno assistito alle prove del suo concerto, a Napoli, qualche settimana fa. L’articolo de La Repubblica era intitolato: “Patti Smith ai bambini: state più felici”. Chissà se quel “più” lo ha detto davvero o se è finito nel titolo perché lo intonava a un senso più educativo che informativo.

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Persino la scienza prova a legittimare la nostra fame di felicità: qualche mese fa la rivista Nature ha pubblicato i risultati di una ricerca secondo cui la dopamina innesca la produzione di anticorpi contro virus e batteri, fortificando il nostro organismo. Il 7 maggio è la giornata mondiale della risata: ogni anno è l’occasione per ribadire che ridere fa bene, lenisce, cura, preserva, conserva e che Patch Adams, il dottore padre della clownterapia, aveva ragione, la salute si basa sulla felicità. È citato poco, invece, lo studio di Bette Liu dell’Università del New South Wales, che nel 2015 aveva smentito l’opinione, sempre più diffusa, di una tossicità intrinseca di tristezza e stress, dimostrando come sia la malattia a renderci infelici e non l’infelicità a renderci malati.

Matteo Renzi è latore di un messaggio politico non troppo diverso da quello di Patch Adams, eppure suscita diffidenza, perfino odio. La retorica della sua propaganda è impregnata di un’idea di felicità funzionale alla rinascita: un mezzo imprescindibile per condurre la ripresa. Quello che a Renzi non viene perdonato non è tanto l’ottimismo, quanto l’aver ridotto a gufi iettatori tutti quelli che quel suo ottimismo non l’hanno abbracciato: solo alla politica non perdoniamo la coazione alla felicità. La società italiana ha accolto con entusiasmo il nuovo disco di Jovanotti, che ha messo da parte lo spleen del precedente, con le sue estati addosso, i rimorsi, la nostalgia ed è tornato a cantare la vita dalla posizione di gioioso fondamentalismo da cui l’ha sempre guardata. Una posizione che scarta ogni esitazione dall’abbracciare fiduciosamente il mondo, la vita: “Come posso io non celebrarti io, oh vita, oh vita” . Le celebrazioni non sono il vostro forte? Peggio per voi: siete una manica di nichilisti, non capite quanto sia fico tutto. Siete pigri, ingrigiti. Per ottemperare ai precetti di questo vitalismo senza troppi sforzi, comunque, c’è sempre un comodo televoto dal divano: Daniele Bossari ha vinto ll Grande Fratello Vip per la tenacia e la positività che incarnava, per aver sconfitto la depressione, per aver celebrato la vita in nostra vece. Le star che piacciono al popolo sono sempre più le benedette: “mi sono stancato di fare il maledetto”, ha dichiarato Morgan, prima di mettere all’asta quasi tutto ciò che gli è appartenuto negli anni passati. Il repulisti della negatività è la sola rinascita possibile. Eppure, due anni fa, il film Pixar Inside Out commosse l’opinione pubblica perché Tristezza, il suo personaggio più amato, non era un ostacolo all’azione, bensì la forza motrice. Tutti capirono di voler lasciare in pace la propria tristezza e invalso il diritto a provarla; di non voler cedere al collegamento arbitrario di infelicità e malattia e a quello renziano di infelicità e iattura. Se ne discusse parecchio, ricordate?

A un lettore che proponeva un Nobel per Jovanotti, Aldo Cazzullo ha risposto che “Jova è il portabandiera di una generazione che tenta di affacciarsi alla vita pubblica, che pensa la felicità come un fatto individuale e fatica a dire noi”.

È plausibile che sostituire “io” con “noi”, per essere felici, potrebbe funzionare parecchio di più dell’annusare una tazza di caffè, ma c’è di più. C’è che per essere felici si dev’essere infelici. E che essere felici e basta, che palle. E che stress.

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