Come Alessandro Proto ha costruito un impero fregando il giornalismo italiano - The Vision

Il caso di Alessandro Proto evoca per l’informazione italiana una figura imbarazzante: illumina in negativo il recente passato del giornalismo, ma soprattutto induce a non fidarsi dei buoni propositi che le maggiori testate sbandierano per il futuro. Al punto che, tra le notizie false, la più falsa potrebbe essere la promessa di non pubblicarne.

Classe 1974, licenza di terza media, Alessandro Proto si è servito per anni della faciloneria di molti giornalisti – e in alcuni casi della loro spregiudicatezza – per diventare uno degli uomini più rispettati e temuti nella finanza italiana. Ha iniziato mandando alle redazioni dei giornali comunicati stampa in cui millantava trattative immobiliari per milioni di euro con le star di Hollywood e nel giro di qualche tempo è passato ad annunciare scalate ai colossi di Piazza Affari: Fiat, UniCredit, MedioBanca, Finmeccanica. Tutte operazioni che non ha mai realizzato, su cui però restano disponibili resoconti in quantità: non solo sulle pagine dei quotidiani dell’epoca, ma anche online, senza l’ombra di una rettifica.

A fine 2012, Proto è persino entrato in politica, candidandosi – questo è vero – alle primarie del Popolo delle Libertà; ma nel giro di poco tempo le primarie sono naufragate, lo ricorderete, e lui è finito in carcere. Capi d’imputazione, aggiotaggio e truffa: il primo consiste appunto nella diffusione di informazioni finanziarie false, con l’effetto di turbare le quotazioni sul mercato azionario; la seconda si riferiva invece al modello di business con cui Proto riusciva a farsi pagare dai clienti per servizi immobiliari e finanziari che poi di fatto non forniva.

Ma un riassunto di poche righe non può rendere giustizia all’inventiva, alla scaltrezza e al potenziale tragicomico delle sue imprese. Questa è una storia incredibile che meritava un libro e finalmente lo ha avuto: Io sono l’impostore (il Saggiatore, 2017), di Andrea Sceresini e dello stesso Proto. Non è un’apologia, non è una lunga pagina di Wikipedia, si legge come un romanzo, e rispetto a molti romanzi ha più ritmo e una composizione più raffinata.

Sceresini sottolinea che la storia di Proto è anche una storia di riscatto sociale, per quanto poco edificante: partito dal nulla, molto rapidamente è arrivato a mettere i piedi in testa a famosi e potenti. Una vendetta di classe, in senso economico-sociale, una vendetta da conte di Montecristo, condita da altrettanto rancore. E sembrerà strano, ma la categoria con cui Proto è più avvelenato è proprio quella che ha favorito e accompagnato la sua temporanea ascesa: i giornalisti. Li disprezza perché li ha visti lavorare male, riportargli docilmente gli ossicini che lanciava, e per un altro motivo, ancor più spinoso.

Nel suo ufficio, all’ultimo piano in Galleria del Corso, Proto stilava comunicati stampa assurdi, come quelli che ho descritto prima, e li inviava alle redazioni di giornali, agenzie di stampa, televisioni. Nei rari casi in cui gli veniva chiesta una pezza d’appoggio, fabbricava documenti falsi o semplicemente minacciava di concedere lo scoop a una testata concorrente. Il più delle volte, i giornalisti verificavano le notizie attraverso altri giornali, cioè non verificavano affatto.

Insomma, Proto è stato incarcerato e multato per aver inviato informazioni false ai giornali. Per aver pubblicato quelle informazioni false, rendendole disponibili a milioni di lettori, nessun giornalista invece sembra essere stato sanzionato dalla giustizia ordinaria, né dalla Consob, né dall’Ordine, né dalla testata per cui lavorava. Proto non è nella posizione di fare la morale, ma è difficile dargli torto quando denuncia una differenza di trattamento e lancia un allarme: “Riflettete sulla mia storia. Non ero nessuno, non avevo nulla, non sapevo niente di economia, né di finanza o di altre stronzate che si imparano all’università. Avevo la terza media ed ero solo come un cane. Eppure, con un computer e un telefonino sono riuscito a fare tutto ciò che ho fatto. Ora, al posto mio metteteci una multinazionale, oppure un governo, o una lobby. Metteteci qualcuno che i giornali li possiede sul serio, che i soldi li caga la mattina e li ricaga la sera. Pensate che ci metterebbe molto a farvi credere tutto ciò che vuole? E soprattutto: siete proprio certi che non lo stia già facendo?”

Ho scoperto l’esistenza di Alessandro Proto da un articolo sul Venerdì di Repubblica, ad agosto 2014, quando era già stato smascherato. Incuriosito dalla vicenda, avevo iniziato a cercare maggiori informazioni su di lui, ma l’esercizio si era rivelato a dir poco straniante: sapevo che molte informazioni sul suo conto le aveva messe in giro lui stesso, sapevo che i giornali le avevano pubblicate senza controllo, e nel giro di poco mi ero trovato a dubitare di tutto, anche del fatto che lo avessero arrestato e multato per circa 5 milioni di euro. Non bisognerà quindi dubitare anche di Io sono l’impostore? In fondo, Proto ha sempre agito per tornaconto personale. Perché avrebbe dovuto accettare la pubblicazione del libro che lo sputtana una volta per tutte, con la sua stessa firma in copertina?

Sceresini deve essere consapevole degli effetti che Io sono l’impostore può avere sui lettori: infatti specifica due volte, in apertura e in chiusura del libro, che tutti i fatti riportati sono stati verificati, nei limiti del possibile, e ciò che rimane fuori da quei limiti è indicato in corso d’opera. Gli ho chiesto se non teme di essere stato usato da un genio dell’autopromozione: “Secondo me,” ha risposto, “Proto si ispira al vecchio detto ‘bene o male, purché se ne parli’. Il fatto di aver ‘ottenuto’ una biografia a 43 anni lo esalta parecchio; dal suo punto di vista, poco importa se i toni del libro non sono esattamente apologetici”.

Sembrerebbe la fine della storia. Peccato che Proto non abbia mai smesso di mandare i suoi comunicati, ora in tutto il mondo. Ancora il 20 ottobre 2017, l’ANSA – ricordo: la più prestigiosa agenzia di stampa italiana – pubblicava questa notizia: “Weinstein ha affittato villa a Lugano”. Inutile specificare a chi fa riferimento l’agenzia immobiliare che ha diffuso il comunicato.

Ora, immaginate di aver dato fiducia a qualcuno che poi l’ha tradita. Avergli ridato fiducia, ed essere stati fregati di nuovo. Sareste incazzatissimi, non vorreste mai più avere a che fare con questo soggetto che crede di potervi trattare in eterno a pesci in faccia.

E non mi riferisco a Proto, ma all’informazione italiana.

Circa un anno fa, il referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump hanno prodotto un clima di preoccupazione riguardo alle cosiddette fake news. Da allora, è stato un fiorire di proclami da parte delle maggiori testate sulla necessità di contrastare l’improvviso attacco, come se le bufale o la propaganda l’avessero inventata gli hacker russi. Il caso Proto ci dimostra che la promessa di affidabilità su cui dovrebbe fondarsi il giornalismo era già stata tradita da tempo, e ripetutamente. Non per nulla, Luca Sofri raccoglie “notizie che non lo erano” da oltre dieci anni.

Ma l’obiettivo non è gettar fango sugli altri. Gli scivoloni capitano a tutti. Anzi, al cuore del problema c’è proprio la tendenza a non ammettere i propri errori. Un atteggiamento da playboy d’altri tempi: negare sempre il tradimento, anche davanti all’evidenza.

A questo punto, confesso: anche a me, più di una volta, è capitato di abboccare come uno stupido a storie false o perlomeno inverificabili. Mi capiterà ancora. Per esempio, durante la strage del luglio 2016 in un ristorante di Dacca, ero nella redazione di un sito d’informazione e ho ripreso una notizia da un giornale online bengalese in inglese. Raccontava di un uomo chiuso nel bagno del ristorante durante l’attacco, e dei suoi sms disperati al fratello. Passata la frenesia dell’attentato, uscito dall’ufficio, ho rialzato la testa e mi sono accorto che quella storia poteva essere stata inventata. In seguito, non ho chiesto al caporedattore di metterla offline, perché non volevo fare brutta figura e non volevo sembrare un rompipalle. Per autogiustificarmi, ho pensato che ormai la notizia era passata, che non l’avevano poi letta in tanti, e che l’avevano pubblicata anche altri siti.

Il 13 maggio 2016, mesi prima che scoppiasse il bubbone delle fake news, l’editorialista David Randall ne scriveva su Internazionale: “Perché i giornali, i siti e le riviste sono così riluttanti ad ammettere di aver commesso uno sbaglio, per non parlare di rettificare e scusarsi? […] Perché, come le persone che tendono compulsivamente a raccontare balle, quei mezzi d’informazione vogliono conservare l’illusione della propria infallibilità.”

Nel giornalismo italiano ci sono dei professionisti eccezionali, che verificherebbero anche le dichiarazioni delle loro madri e chiedono pubblicamente scusa quando prendono una cantonata. A livello aziendale e istituzionale, tuttavia, è difficile immaginare una rivoluzione. Dal 22 novembre, per esempio, la Repubblica e La Stampa aderiranno al Trust Project, cioè auto-certificheranno alcuni propri articoli come affidabili. Oppure, se preferite, auto-certificheranno che gli altri articoli non sono così affidabili. Che è normale, perché gran parte dei contenuti su un sito d’informazione non può essere verificata, ma sembra strano farne una bandiera. Chissà, magari è proprio la presa di consapevolezza della non-infallibilità che invocavo più sopra.

Nonostante figuracce come quella rimediata e a lungo perpetuata con Proto, non posso diffidare a priori degli esperimenti per migliorare la situazione. Ma ci vuole davvero qualcosa di efficace, o si avrà l’impressione che a dirigere le maggiori testate d’informazione ci sia René Ferretti. In pubblico, grande motivazione: “Da oggi si cambia musica! Da oggi la parola d’ordine è qualità”. Poi però, riflettendo in privato: “Mamma mia, la monnezza che ho fatto”.

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