Perché la gente se la prende così tanto con la moda? - The Vision

Con la fine del fashion month si conclude anche il festival delle opinioni non richieste. “Che spreco di soldi, e ai poveri non ci pensa nessuno?”, “Ma guarda tu questi buffoni”, “Che schifo, ma chi la mette una roba del genere?”, sono solo alcuni dei commenti che con cadenza semestrale animano come sempre la polemica sulla moda ritenuta da opinionisti improvvisati un fenomeno inutile e stupido. I social, e la loro possibilità di interazione quasi del tutto senza filtri, hanno promosso un vero e proprio exploit dei detrattori sedicenti esperti del settore. Fino a qualche anno fa gli eventi legati al fashion erano strettamente riservati agli addetti ai lavori, buyer e giornalisti in primis. Le immagini delle sfilate erano custodite gelosamente e il loro uso era parsimonioso: solo dopo un certo periodo di tempo venivano rese pubbliche su giornali e riviste, dove la possibilità di replica era possibile, ma molto limitata. Ci voleva uno zelo particolare per prendersi la briga di scrivere a mano una lettera di protesta e indignazione al direttore, comprare un francobollo e andare alla posta per imbucare la propria lamentela sull’ultima trovata degli stilisti, mentre su Facebook e ancora più su Instagram, gli strumenti con cui l’immagine esteriore della moda viene oggi maggiormente veicolata al grande pubblico, lamentarsi costa una quindicina di secondi al massimo. Ma perché tutti se la prendono così tanto con la moda? Un’industria che, è bene ricordarlo, in Italia ha un fatturato di 66,1 miliardi, che rappresenta il 4% del Pil nazionale e che dà lavoro a milioni persone? Gli abiti in fondo li indossiamo tutti, che siano high brand o del mercato rionale.

Le ragioni dell’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti della moda sono molteplici. Uso il termine “opinione pubblica” non a caso, perché la moda come la intendiamo oggi – cioè un susseguirsi di stili diversi nel vestire che non hanno una ragion d’essere – nasce con l’ascesa della borghesia e con l’affermarsi del suo sistema di gusti, opinioni e credenze. Prima del XIX secolo, infatti, non esisteva la moda: esistevano soltanto i modi in cui ci si poteva vestire, rigorosamente differenziati per ricchi e poveri. Certo, c’erano delle tendenze sui colori, le lunghezze o le scollature – che mutavano a una velocità molto meno elevata di quella di oggi – ma le tendenze erano riservate a un’élite ristrettissima della popolazione e avevano comunque un significato ben preciso.

Jan Josef Horemans (1682 – 1759)
Pehr Hilleström (1732- 1816)

François Boucher (1703 – 1770)

La preziosità o la quantità del tessuto o del gioiello dovevano comunicare il rango sociale di chi li indossava, costituire un biglietto da visita senza equivoci. Da qui l’importanza del vestiario: in un’epoca in cui tra tessuti e manifatture un abito poteva venire a costare quantità d’oro immense, l’acquisto di un nuovo capo d’abbigliamento era una questione economica, politica e strategica non indifferente e, di conseguenza, legata alla sfera decisionale maschile. Gli uomini d’altronde – e lo vediamo chiaramente sui ritratti eloquenti dell’epoca – erano molto eleganti: al pari e forse ancor più delle donne possedevano scarpe di seta, bottoni d’oro, piume, pellicce, mantelli di velluto e broccato. La moda femminile doveva essere specchio della sfarzosità e della ricchezza del marito, quindi spesso era lui a scegliere come doveva vestirsi la moglie.

Cornelis Troost (1696 – 1750)

Quindi com’è che poi è diventata una “cosa da femmine”?

Dopo la rivoluzione francese si ritornò a una generale morigeratezza nei costumi e il lusso degli abiti rimaneva un antico ricordo dell’ormai defunto ancien régime. A questo si aggiunsero anche le trasformazioni sociali che portarono all’ascesa della borghesia: gli uomini cominciarono a svolgere nuovi lavori, nuove professioni, e l’esigenza di un abbigliamento più pratico si faceva sentire. Dalle uniformi militari nacque così l’abito maschile a tre pezzi, composto da giacca, pantaloni e gilet, in colori scuri come il nero, il blu e il grigio – il classico completo che ancora oggi fa da divisa per banchieri. Gli storici della moda sono convinti che questo fenomeno sia responsabile di una delle più grandi trasformazioni della modernità, la cosiddetta “Grande Rinuncia”, come la chiama lo psicologo John Flügel nel suo libro Psicologia dell’abbigliamento. Nell’Ottocento, i maschi rinunciarono alle fantasie, ai colori, ai giochi di tessuti, ai gioielli per dare spazio a un approccio estetico più funzionale e lasciarono che fossero le donne a preoccuparsi di queste scelte.

Eugène Delacroix (1826-30) | Culture | The …

A questo va sommata anche l’esplosione dell’editoria femminile, che con periodici come il Journal des dames et des modes di Parigi o il milanese Corriere delle dame relegò definitivamente la moda al mondo femminile. L’idea diffusa da questi giornali – spesso diretti da donne – in molti casi era che questioni importanti come la politica o la scienza dovessero essere lasciate agli uomini, mentre le donne avrebbero dovuto al massimo occuparsi di pizzi, nastri e profumi. Così, mentre l’uomo aveva un’uniforme che andava bene in ogni situazione, la donna poteva e doveva scegliere tra un’infinità di abiti da giorno, da pomeriggio, da sera, da cocktail, da teatro, da lutto, da sposa, da interno, da esterno. L’uomo doveva pensare all’avanzamento della società e delle conoscenze, mentre la donna scegliere che cappellino usare quel giorno e che ombrellino abbinarci. È proprio in questo periodo che nasce il pregiudizio che ancora oggi tocca così profondamente il mondo della moda, per cui essa sarebbe una cosa stupida, interessante solo per chi non è realmente impegnato in “cose importanti”. Insomma, la moda sarebbe una cosa stupida in quanto “cosa da donne” (ricche).

Corriere delle dame
Journal des dames et des modes

Tra i vari filosofi e pensatori che si sono interessati al tema, uno dei più noti è Giacomo Leopardi, che alla moda dedicò il “Dialogo della Moda e della Morte” nelle Operette morali. Nella banalizzazione che spesso accompagna le antologie delle scuole superiori, risulta che Leopardi sia critico e sprezzante nei confronti della moda. In realtà, quando Madama Moda dice a Madama Morte: “La nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo,” Leopardi non fa altro che constatarne la pervasività, la grandezza e l’ineluttabilità. L’associazione moda-morte non era una novità e continuò ad avere grande fortuna in tutta la successiva storia critica della moda. Anche il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, nel suo saggio del 1912 Le metropoli e la vita dello spirito, osservò che la moda è il carattere tipico della modernità in quanto caratterizzata dalla transitorietà, dalla moltiplicazione e dalla varietà. In tempi più recenti poi, la necessità della moda è stata sottolineata anche dal francese Jean Baudrillard, che ha dimostrato come la moda domini il nostro tempo in quanto priva di ogni razionalità. C’è una ragione logica per cui siamo spinti a comprare dei jeans strappati a un prezzo maggiore rispetto a dei jeans “integri”? Chiedetelo ai vostri nonni. La moda è estetica del ricominciamento senza alcun riferimento al mondo reale ed è per questo che è inutile scagliarcisi contro.

Giacomo Leopardi

Secondo Baudrillard viviamo in un mondo fatto di simboli che non significano più niente. Se nel XVIII secolo avere un gioiello d’oro era simbolo di nobiltà, oggi quasi chiunque ne possiede uno, indipendentemente dalla propria classe sociale. Il sociologo chiama questi nuovi simboli “simulacri”, ovvero simboli dei simboli. La moda rappresenta il massimo grado del simulacro: con la sua democratizzazione, tutti si possono permettere abiti più o meno belli e costosi. Il giudizio di gusto, che non è un bisogno primario ma secondario, è comune a tutti gli uomini: anche chi può permettersi di vestire solo H&M ha delle preferenze e compra un determinato paio di pantaloni o un certo maglione perché risultano più affini alla sua idea di estetica. La società postmoderna è quindi una società fatta di simulazioni e simulacri, e la moda ne è lo specchio più evidente. È ovunque e non si scappa: anche chi sceglie di non essere alla moda compie comunque una scelta di moda, perché l’“anti-moda” è, in fin dei conti, essa stessa una moda. Chi sceglie di indossare solo abiti di seconda mano – magari credendo anche di compiere una scelta etica di tutto rispetto – non fa altro che assecondare quel bisogno di emergere nella massa tanto comune al genere umano.

La Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto

La moda, dunque, non è affatto qualcosa di stupido, né ignorarla aiuta a comprendere meglio la contemporaneità. Non solo è una delle industrie più fiorenti del mondo, il cui funzionamento richiede intelligenza, sacrificio e competenze, ma anche una parte fondamentale della vita quotidiana di ciascuno. È ora che si smetta di concepirla come una “cosa da donne”: l’ostilità nei suoi confronti affonda le radici anche in un pregiudizio che deriva dal sessismo e la misoginia ottocenteschi. Solo combattendo questo pregiudizio si può vedere la moda per quello che è, un fenomeno che caratterizza diversi aspetti della contemporaneità. Con buona pace di chi si indigna per un paio di sneakers da seicento euro.

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