Perché non aboliamo la cronaca nera? - The Vision

Il grande capo Estiqaatsi, parodia del nobile nativo americano, era un personaggio che commentava le notizie sceme della giornata su 610 (Sei uno zero), la trasmissione comica di Lillo e Greg su Radio 2. Come le commentasse, nomen omen, potete immaginarlo. La gag era sempre la stessa e le prime quattro o cinque volte era divertente, persino liberatoria, prima di diventare trita e quasi angosciante nella sua prevedibilità. Dietro la selezione delle notizie da snobbare c’era tutta un’ideologia non dichiarata. In genere erano “frivolezze”, come i flirt tra le star o gli sfondoni dei politici. Al contrario, non ricordo una volta in cui il grande capo se la sia presa con una vicenda di cronaca nera. Peccato. Forse avrebbe dovuto.

Alberto Stasi

Morti ammazzati, violenze assortite, incidenti, bicchierate e fatti simili sono il pane dei notiziari locali ed è comprensibile che i membri di una comunità vogliano sapere chi è vivo, chi è morto, chi è stato derubato e chi ha rubato, in quella comunità. Sapere quali luoghi o persone siano frequentabili orienta scelte pratiche di vita quotidiana e l’interesse pubblico giustifica la copertura mediatica. Ma che ci fanno queste storie nei notiziari generalisti nazionali? Confezionate come melodrammi, storielle dell’orrore o clave per la politica – con impugnatura a destra o sinistra – aizzano morbosità, paura, livore, tengono il Paese col fiato sospeso, monopolizzano il dibattito social, ma non mirano all’interesse pubblico; piuttosto all’interesse del pubblico, cioè all’audience. Il pathos è un mezzo lecito della narrazione giornalistica, ma qui diventa un fine: tanto varrebbe guardare una serie di true crime.

Michele Misseri

Come giornalista, potrebbe capitarmi di trattare omicidi e compagnia. L’abolizione della cronaca nera mi toglierebbe forse qualche opportunità di lavoro, ma la riflessione vale un tentativo. In realtà, sospetto che il settore avrebbe solo da guadagnarci. La fiducia nel giornalismo mainstream vacilla e chissà che non sia stato anche il sapore amarognolo della cronaca nera, alla lunga, a provocare il disgusto. Il registro e l’onnipresenza di queste notizie sono già argomento di dibattito, la mia provocazione è solo più radicale di “parliamone con sobrietà”: non parliamone proprio! In edicola e in televisione, gli appassionati del macabro troveranno comunque rispettabilissime fonti specializzate.

La questione centrale credo sia questa: per come la vedo io, una notizia riveste “interesse pubblico” se la tua vita di cittadino può esserne influenzata. Se uno studio scientifico scoprisse che la pasta causa la leucemia, venirlo a sapere da un giornale ti permetterebbe di cambiare abitudini alimentari. Se il valore delle azioni di Finmeccanica crollasse, potresti investire su altro. Se – anzi, quando – un politico dice una cazzata, puoi cambiare intenzioni di voto. Anche le pagine di cultura, sport, e persino di gossip, oltre a nutrire delle passioni, offrono informazioni utili per orientare le scelte di consumo: quale libro comprare, a quale pay-tv abbonarti, quale film guardare per capire se Keira Knightley è ingrassata oppure incinta. Al contrario, se vivi lontano da Cogne, a cosa ti serve sapere che una signora ha ucciso il figlio? O che a Rimini un gruppo di stranieri ha stuprato due donne, o che a Roma un ragazzo ha strangolato la ragazza? Sono vicende atroci, non le sminuisco, ma non sono sicuro che spetti loro un posto nelle cronache nazionali.


Intervista con la donna transgender aggredita a Rimini

Liquidiamo subito i casi di Cogne/Avetrana/Garlasco/etc. Quando titolano “È giallo” i media confessano dal primo momento che i fatti, realmente accaduti, verranno interpretati coi canoni della narrazione di genere: ci saranno dei personaggi che interagiscono, una dinamica delittuosa da ricostruire, uno sfondo enigmatico che ha prodotto l’Orrore, colpi di scena, plastici e Paolo Crepet. Anche quando diventa cronaca giudiziaria, più che nera, gli elementi di appeal restano quelli. Col femminicidio e lo stupro di gruppo, esempi che non ho scelto del tutto a caso, le cose si fanno più complesse e se ne parla anche per ragioni politiche: i nostri (inevitabili) occhiali ideologici ci segnalano questi casi isolati come sintomi di malattie sociali.

A me, che gli occhiali ideologici li ho comprati da un ottico femminista, pare evidente il maschilismo della nostra cultura, e registro l’uomo che uccide la partner sotto “femminicidio”. A chi, invece, li ha comprati da un ottico xenofobo, sembrano evidenti le propensioni criminali di chi arriva in Italia da est o da sud, e registra lo straniero che stupra la donna sotto “invasione”. Dal mio punto di vista, la seconda interpretazione è razzista, suona ridicola e non meriterebbe di essere equiparata alla prima. Piuttosto, è la prima, “violenza maschilista”, che si applica anche al secondo caso. Tuttavia, mi toccherà sospendere il giudizio e ragionare come se queste opinioni avessero pari validità: le testate che insistono sull’equivalenza migrante-delinquente non mancano e devo provare a convincere anche loro (o il loro pubblico) che della cronaca nera potremmo fare a meno.

Annamaria Franzoni

Una testata giornalistica che insegue i casi di femminicidio nelle procure di tutta Italia lo fa per una precisa linea editoriale e politica, così come un’altra testata insegue i casi di stupro a opera di migranti. Entrambe vedono un problema, emergenziale o cronico, che non riguarda i singoli episodi, ma la frequenza e la diffusione di casi simili. Interesse pubblico qui c’è eccome, infatti non propongo di insabbiare fenomeni sociali. Sarebbe sufficiente evitare di farne romanzi pulp a puntate. Per parlarne si possono raccogliere e analizzare i dati o si possono fare esperimenti in prima persona, e si possono intervistare criminologi, psichiatri (compreso Paolo Crepet), avvocati, o comunque esperti del problema sociale in esame; sarà giusto che parlino anche le vittime, magari evitando di tuffarle da capo nel sensazionalismo; servirà parecchia fantasia, per ripensare l’informazione a cui siamo abituati da sempre, ma qualcosa potremo pure inventarci. Spero.

Altrimenti, si potrebbe giocare a carte scoperte e dichiarare tranquillamente quali notizie vengono selezionate e pubblicate per (legittima) campagna politica. Che differenza farebbe un po’ di contesto? Tenerlo nascosto tradisce il desiderio di manipolare il pubblico, piuttosto che informarlo, e il pubblico di oggi apprezza la trasparenza. Le testate farebbero comunque la loro brava propaganda ed è persino possibile che il pubblico, davanti a tanta sincerità, si lasci convincere più docilmente di prima.


Selene Pascarella, autrice di Tabloid Inferno – Confessioni di una cronista di nera, intervistata a Fahrenheit su Rai Radio 3

Non mi faccio troppe illusioni sul successo della mia proposta. La cronaca nera è soggetto pericoloso: se infastidita, reagisce male. Mi sembra che non aggiunga nulla di buono all’informazione, eppure, appena provo a mandarla via, mi sorride mafiosetta e guida il mio sguardo su un qualche valore di convivenza civile che soffrirebbe in sua assenza. È un ricatto, ma temo non sia un bluff. In particolare, è il rischio di togliere voce alle vittime a tormentarmi. E poi, secondo il mio ragionamento, che fine farebbero casi rari ma gravi come quelli di Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi? Le testate locali avrebbero le spalle abbastanza larghe per poterli raccontare? Cerco allora un criterio pratico per distinguere il pubblicabile dall’impubblicabile: per esempio, portare dal locale al nazionale solo quelle notizie che porteremmo dall’internazionale al nazionale.

La sorella di Stefano, Ilaria Cucchi

Violenza terroristica: sì. Anche perché è una notizia di politica, in un certo senso. Criminalità organizzata: spesso. In relazione alla frequenza ed efferatezza dei delitti, e dal coinvolgimento di figure pubbliche o testimoni c.d. innocenti. Stragi compiute da pazzi isolati: quasi mai. Il tempo di accertare che non sia terrorismo. Bambini scomparsi: avrei detto di no, ma proprio pochi giorni fa si è parlato della bambina francese sparita durante un matrimonio.

Davvero non riesco ad assicurare una regola di selezione delle notizie che funzioni in tutti i casi. Del resto, il giornalismo non è una scienza esatta e una regola definitiva non esiste neppure adesso. L’unica cosa che conterà, nell’Italia senza cronaca nera dei nostri sogni, sarà trattenersi dal buttare il bambino con l’acqua sporca, anche perché sarebbe un infanticidio da manuale.

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