Di Pier Paolo Pasolini, in quanto uomo, restano soprattutto la vita e il corpo, la sua figura pubblica. La grandezza sta nel coraggio, la potenza nella sessualità libera e incontenibile, con uno slancio così simile a quella dei “ragazzi di vita” a cui amava mescolarsi. Un desiderio di ordine e appartenenza che per i tempi era in contrasto con la sua natura omosessuale e la voglia di non nasconderla, e che lo portavano spesso a scontrarsi con la società: nei mercati rionali mettevano cartelli con il suo nome sopra ai finocchi dei banchi di verdura e, entrando al cinema, la gente si allontanava, racconta Dacia Maraini, “come fosse un appestato”. Persino quando fu trovato morto, la sera del 2 novembre 1975, scambiato per un sacco della spazzatura, la stampa fece intendere che Pier Paolo Pasolini era stato ucciso dalla propria omosessualità, vittima dei suoi vizi e delle sue manie.

Di Pasolini come figura intellettuale, però, è rimasto molto di più. Un patrimonio poetico, letterario, cinematografico e giornalistico; esperienze artistiche e culturali accomunate dalla stessa ferocia con cui ha vissuto e da un interesse per il mondo degli ultimi, con una critica particolare nei confronti del consumismo capitalista e dell’omologazione di massa e uno sguardo lucido, a tratti cinico, sulla società contemporanea, di cui smontare i tabù, dall’aborto alle droghe.

Alla fine degli anni Cinquanta, terminata una fase della propria carriera da regista in cui si era dedicato all’osservazione del sottoproletariato romano, Pasolini tentava sperimentazioni di vario tipo. Ispirandosi a Chronique d’un été, il documentario dell’antropologo Jean Rouch e del sociologo Edgar Morin – in cui i due indagano quanto sia possibile essere sinceri davanti a una telecamera intervistando gente comune sulla felicità e sulla società francese – offre una sua rielaborazione del cinema-verità nella forma di un film inchiesta atipico: Comizi d’amore, l’immagine di vizi, tabù e nevrosi del Bel Paese.

A Pasolini venne l’idea di intervistare uomini e donne, adulti e bambini, contadini e universitari, da Nord a Sud, per creare una sorta di sostegno didattico utile all’educazione sessuale degli italiani: come nascono i bambini, la soddisfazione nella vita matrimoniale, le differenze tra i sessi, la gelosia, l’infedeltà, l’omosessualità, le perversioni, l’onore, la prostituzione e le case di tolleranza, messe al bando con la legge Merlin. Temi avvicinati e affrontati, più che con la parola, con l’imbarazzo e la reticenza – intatti quanto le pulsioni primordiali – propri dei discorsi che ci riguardano direttamente. Come se la società dell’epoca, a cavallo tra la rigida morale cattolica e i nuovi imperativi consumistici, non avesse ancora trovato un modo per raccontare e raccontarsi il sesso. Qualcuno risponde, qualcuno si avvicina e prende la parola, altri stanno intorno, approvano o dissentono, borbottano o intervengono.

Realizzare il film equivaleva a portare avanti una crociata contro la paura e documentare l’ipocrisia della piccola borghesia, incapace di guardarsi dentro, ma abile nel mentire in pubblico parlando delle cose che la riguardano direttamente. Proprio per questo, lui sceglie di far luce sulla parte più intima dell’uomo, quella che ancora non si conosce o non viene accettata, avviando un dialogo tra gli intellettuali “che sanno” da un lato e i contadini e i piccolo borghesi “che non possono sapere”, dall’altro.

Ciò che stupisce dell’inchiesta è anche come sia stato Pasolini stesso a scendere in strada a porre le domande, vestendo i panni di un “commesso viaggiatore”, come si definì lui stesso. Da ogni domanda, posta con garbo ed eleganza, emergono il suo anticonformismo e la sua audace perspicacia. Presto, quel dialogo si trasforma nella pedagogia a cui era attaccato e con cui insegna a pensare, a far riflettere e a capire ciò che si ha davanti. Essendo stato insegnante, si poneva a tu per tu, padre e fratello, risultato del mix di cristianità, comunismo ed eredità gramsciana alla base della sua essenza. Cercando di mantenere una certa oggettività giornalistica, non si sbilancia mai in giudizi, eppure vengono fuori prepotentemente la sua morale e l’amore per l’animale uomo da conoscere, capire, indagare.

A Nord, ai frequentatori delle balere milanesi, chiede cosa ne pensano degli “invertiti”. Le risposte variano da chi fa finta di non conoscere l’argomento a chi spera che crescendo si possa guarire. Tra tutte, spicca quella del ragazzo che, dopo essersi vantato della sua intelligenza – “se sono operai o camerieri non c’è niente da fare con me” – e del suo fascino con le donne – “per andare con le ragazze sono molto più capace degli altri” – risponde senza alcuna esitazione di provare “ribrezzo” nei confronti degli omosessuali, accertandosi poi della correttezza della risposta. A Sud – dove al ribrezzo si sostituisce la pietà – prevale un sentimento di ostilità verso la chiusura delle case di piacere, ed emergono le maggiori differenze tra i sessi: alla volontà delle nuove generazioni di poter uscire da sole, si contrappongono gli usi e i costumi delle madri, che ammettono che “sì, anche la donna avrebbe il dovere di avere un po’ di svago, ma siccome l’uso è così non ci si fa tanto caso”.

Dalle interviste emerge che “non sta bene” mostrarsi disinibiti, informati sul sesso, tolleranti. In questo senso il film funziona da spia per comprendere i mutamenti in atto all’epoca e la trasformazione della mentalità e dei comportamenti individuali e collettivi che travolgerà l’Italia con un nuovo potere. Il consumismo, la televisione – e quindi l’omologazione – hanno modificato antropologicamente l’uomo, riuscendoci agendo sul piano del vissuto invece che su quello ideologico: un conto era ciò che ciascuno pensava “nella coscienza” e tutt’altro era ciò che realmente viveva “nell’esistenza”. I cambiamenti nei rapporti tra sessi, le nuove percezioni dell’amore, della sessualità e della corporeità modificheranno l’assetto della famiglia, tanto che, nonostante la gente continuasse ad andare in chiesa, era favorevole al divorzio e all’aborto: ancora cristiana nell’apparire, ma già edonista e borghese nell’anima.

Come scrive Vincenzo Cerami, aiuto-regista di Comizi d’amore, nella sua nota Il linguaggio della realtà: “Fu proprio guardando il modo di vestirsi, di pettinarsi e di parlare dei giovani che Pasolini introdusse il concetto, oggi tanto consumato, di omologazione. Fu dopo aver studiato il deperimento dei dialetti e la perdita della memoria storica che parlò di rivoluzione antropologica.”

Con la sua sensibilità di scrittore, poeta e regista, Pasolini aveva colto e denunciato questo meccanismo in un articolo intitolato La droga: una vera tragedia italiana, pubblicato sul Corriere della Sera del 24 luglio 1975 e incluso nella raccolta Lettere luterane. Negli anni in cui scriveva si era agli inizi di un processo di cui oggi vediamo i frutti più maturi. Aprendo con la domanda “Per quale ragione quei ‘diversi’ che sono i drogati si drogano?”, l’autore sostiene la tesi secondo cui la droga è un surrogato della cultura: chi si droga lo fa per riempire un vuoto. Trasformandosi da questione prettamente borghese a fenomeno di massa, questo fatto individuale è diventato nel corso degli anni di carattere collettivo a causa dell’avvento della società dei consumi. Il nuovo regime, agendo lì dove anche il fascismo aveva fallito, ha distrutto la cultura italiana – “l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre” – omologando tutti nella ricerca impossibile di uno sfrenato e assurdo edonismo consumistico che, appena pare essere raggiunto, subito sfugge.

Il punto però non è tanto la distruzione di un insieme di valori, quanto il fatto che al vecchio sistema non ne sia subentrato uno nuovo, a meno che non si assuma il consumismo come cultura. È proprio questo nuovo sistema valoriale – non molto diverso, in fondo, da un vuoto valoriale – la causa che, a detta di Pasolini, ha trasformato la droga in un fenomeno di massa: l’assenza di cultura ha infettato tramite l’omologazione consumistica anche chi una cultura ce l’aveva.

Tutti gli Italiani compiono atti identici, hanno lo stesso linguaggio fisico, sono intercambiabili. Cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma la novità è che questi atti culturali e questo linguaggio sono diventati interclassisti. Mentre la pervasione della forma-merce e l’edonismo dei consumi travolgono qualsiasi valore storico e anche le culture “minori” subiscono questo processo di erosione da parte di una generica cultura planetaria che vuole mangiare giapponese, parlare inglese, vestire italiano e pensare americano, Comizi d’amore supera il compito per cui era stato pensato.

Sono cambiate molte cose rispetto all’Italia di allora, soprattutto negli ultimi anni: abbiamo imparato (più o meno) a rispettare l’omosessualità, ad accettare il divorzio e i genitori single, a parlare di una sessualità più ampia e fluida. Abbiamo finalmente trovato, cioè, quel vocabolario che ci serviva per raccontare il sesso. Ad alcune questioni se ne sono sostituite di nuove, mentre altre sono ancora in sospeso: basti pensare al forte maschilismo ancora presente in molte zone e all’alto tasso di femminicidi, in un Paese che ha smesso di tutelare il delitto d’onore solo nel 1981. In questo senso, il documentario è un ottimo strumento per individuare, attraverso lo sguardo del passato, le variabili cardine su cui agire a livello sociale, e per acquisire una maggiore consapevolezza.

Comizi d’amore è però, soprattutto, la testimonianza più autentica e sincera di quello che eravamo, forti delle differenze proprie di ogni posto. Mentre sul piano politico, infatti, si guardava con crescente interesse ai nuovi fenomeni sociali degli Stati Uniti d’America e subentrava il mito del progresso, inteso come miglioramento della vita materiale piuttosto che come sviluppo culturale, gli italiani si appassionavano sempre più a Carosello. Proprio la televisione infatti, dal fine pedagogico che le era stato attribuito agli esordi, era finita con il diventare il mezzo di distrazione di massa che è tuttora, guidata dalla priorità assoluta di intrattenere e caratterizzata dall’uso di un’informazione volutamente manipolata e plasmata, al fine di condizionare sempre di più le scelte dei fruitori.

La nuova Italia diventa protagonista della commedia all’italiana, il felice periodo creativo in cui vengono prodotte commedie brillanti con contenuti profondi: alle scene comiche e agli intrecci tipici  del genere, si affianca sempre una pungente satira di costume. Dei fermenti dell’epoca sono testimoni ironici e divertiti i maggiori talenti dell’epoca, che hanno saputo incarnare magistralmente i vizi e le virtù, i tentativi di emancipazione e gli involgarimenti degli italiani del boom: Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Vittorio De Sica e Totò sono i più simbolici, in film come I mostri di Dino Risi, Il medico della mutua di Luigi Zampa e I soliti ignoti di Mario Monicelli.

Le “dittature” di matrice culturale che si sono succedute negli ultimi decenni, amplificate dalla rivoluzione digitale e di carattere oramai globale, hanno contribuito a creare una forma egualitaria di sapere che, nei fatti, si è tramutata in non-cultura in quanto intrisa di ripetitività, facendo venire meno ogni eccezionalità. In un mondo dove si crede solo a ciò che si vede e che viene presentato come vero, la lotta per affermare la proprio identità, diversità e libertà lascia il posto all’ambizione di “essere come”.

Pasolini si era messo “fuori tempo”, aveva guardato avanti, presentendo molto della società moderna. Dopo i quasi quarant’anni che ci separano dalla sua intuizione, ora possiamo effettivamente dire che aveva ragione: il processo si è compiuto, la cultura tradizionale italiana è scomparsa. La sua feroce critica al sistema consumistico e al totalitarismo massmediatico – che al tempo poteva apparire un po’ forzata – è oggi più che mai attuale, visto il corrente dominio assoluto della società dell’immagine e la conseguente mercificazione totalizzante di tutti – o quasi – gli aspetti della vita. Le sue riflessioni possono allora servire oggi come spunto per la creazione di una società che vada oltre l’obsoleto modello consumistico e, sul campo della comunicazione, per un’informazione che sia per quanto possibile libera, indipendente e consapevole.

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