Smettiamola di far finta che le mestruazioni non esistano - The Vision

Quando ho avuto le prime mestruazioni sono rimasta a letto per una settimana a piangere disperata e a contorcermi per il dolore. Avevo dodici anni e l’idea di diventare “signorina” – come dicevano le mie nonne e la mia vicina di casa – mi faceva venire il voltastomaco. Già da bambina, venuta a conoscenza del mio destino ineluttabile, mi domandavo come avrei fatto a vivere la mia vita da essere umano con il pensiero di dover affrontare per moltissimi anni quella condanna di madre natura. Poi, arrivato il fatidico giorno del debutto nel mondo delle donne, mi sono resa conto che i problemi che mi ero immaginata essere legati a questa spada di Damocle che pende sulle nostre nuche erano solo una piccola percentuale di quelli che avrei sperimentato ogni mese. Sapevo che l’umore cambiava, ma non avevo idea di quanto potesse davvero influire sul mio stare al mondo, né tantomeno pensavo che la sindrome premestruale potesse giocare un ruolo così decisivo nella vita; immaginavo la scomodità di un flusso che non si interrompe per tre o più giorni e i famigerati crampi mestruali, ma ignoravo la potenza di quelle scosse di dolore e di tutti quegli altri fastidi che li accompagnano – mal di testa e male al seno, pruriti vari, brufoli, mal di schiena, mal di vivere, dipendenza da antidolorifici. E poi, ovviamente, tutte le paure che accompagnano l’appuntamento mensile con la propria femminilità: il terrore di sporcarsi – o peggio – di macchiare qualcosa, l’angoscia di sentirsi osservate mentre si va in bagno furtive col kit di sopravvivenza mestruale, le vacanze rovinate, le facce schifate dei compagni di classe che individuano quell’assorbente che sbuca dallo zaino.

 

Tutte queste cose, lo sappiamo bene, fanno parte della vita di ogni donna, adolescente o adulta che sia. Crescendo non migliorano affatto, se non forse per una sorta di conto alla rovescia fino alla menopausa o – come mi ha suggerito una ginecologa non proprio di larghe vedute che credeva non potessi usare la pillola anticoncezionale per via di uno strano legame tra il colore della mia pelle e la densità del mio sangue – finché non si acquieti temporaneamente il proprio utero con un bel bambino. Ma anche in quel caso, immagino non sia proprio una passeggiata facile tra i sentieri ormonali. Abituate all’idea del dolore fin da piccole, le donne sanno che la loro vita è scandita da una legge naturale che non trova ancora una posizione giusta nella legge sociale.

Sembra che la condizione di palese svantaggio da cui partono le donne sotto questo punto di vista debba rimanere taciuta: come ci si vergogna a chiedere un assorbente alla propria compagna di banco, allo stesso modo parlare di congedo mestruale suona quasi come una parolaccia o una richiesta esagerata d’attenzioni. Eppure, ogni mese, per almeno tre giorni, tutte le lavoratrici, le studentesse, le madri e le disoccupate del mondo affrontano uno stato fisico e psicologico che diamo per scontato non richieda un trattamento speciale rispetto a chi non lo ha. Di cosa vi lamentate, ce l’hanno tutte il ciclo, no? Perché tu dovresti essere così speciale da non andare a scuola o da non andare a lavoro? Perché dovremmo valutarti in un modo diverso nel momento in cui un disagio ti ostacola? Perché questo stato dovrebbe influire negativamente sulla tua quotidianità? È la natura, accettala così com’è. Ma è anche la società patriarcale, che interpreta uno stato alterato come prova della subalternità femminile rispetto alla normalità maschile. Lo stato normale, appunto, è non avere le mestruazioni: la donna si deve adattare a questa realtà come se non esistessero.

Il fatto che non si parli del ciclo mestruale, e la conseguente mancanza di un supporto concreto adeguato all’interno della struttura sociale, è sintomo di qualcosa che non funziona come dovrebbe. Speravo che, finite le scuole medie, nella mia vita da più o meno adulta non mi sarebbe mai più capitato di percepire una smorfia di disgusto o una richiesta di censura  da parte di qualcuno rispetto al mio ciclo mestruale o di quello di qualcuno presente. Molte persone – più gli uomini che le donne, mosse spesso (ma non sempre) da solidarietà di genere – usano le mestruazioni o come una sorta di spiegazione a qualsiasi variazione umorale femminile (“nervosetta oggi… hai il ciclo?”) o come un demone incomprensibile e nauseabondo che non deve nemmeno essere nominato. Io di solito scremo gli esseri umani in base alla loro reazione a questo genere di cose – un uomo che prova schifo per il ciclo superati i dodici anni penso non meriti nessun tipo di attenzione – ma non basta ignorare un cretino che non ha ancora imparato le basi del funzionamento del corpo umano per superare certi pregiudizi invalidanti.

Se una faccia contorta al pensiero di utero e ovaie sembra ridicola nel 2018, ci sono addirittura Paesi, ad esempio il Nepal, in cui donne muoiono (alcune di freddo, altre morse da serpenti velenosi) perché durante il ciclo sono costrette a dormire in una capanna per via della loro impurezza. È un caso limite, ma è anche una delle tante declinazioni dello stesso pregiudizio: non parliamo di mestruazioni, non le vogliamo nemmeno nominare – tanto da usare altri modi per chiamarle, “le mie cose”, “il mese”, “sono indisposta”. Le vogliamo nascondere, relegare a una capanna, a un segreto “tra donne” o a un momento della vita in cui non si toccano le piante perché si è velenose (non c’è bisogno di andare in qualche villaggio tribale per sentire questa storia, mia nonna me lo diceva davvero). Il fatto che la proposta di legge sul congedo mestruale non abbia avuto ancora riscontro è una prova lampante di questa realtà.

Donne all’interno di Chaupadi, piccoli manufatti costruiti fuori dal perimetro delle abitazioni, all’interno dei quali le donne vivono durante il periodo mestruale

La proposta di legge sul congedo mestruale, in Italia, è stata presentata nell’aprile del 2016 dai deputati Mura, Sbrollini, Iacono e Rubinato. L’idea è molto semplice: il congedo prevede il diritto a tre giorni di riposo al mese (retribuiti) per le donne che dispongano ogni anno di un certificato medico che attesti la presenza di dismenorrea – cioè dolori mestruali molto forti – durante il ciclo. Se n’è parlato molto al momento della proposta, ma sembra che negli anni il tema della Pdl sia stato accantonato, come se nel frattempo le donne avessero smesso di dover far fronte a questo problema nella loro vita professionale.

Non si tratta di una richiesta stupida né di un trattamento speciale per il “sesso debole”: è solo coerenza, è prendere atto delle diversità senza negarle. Durante la fase mestruale, il corpo delle donne si trova in una condizione straordinaria – nell’accezione più etimologica del termine – e chiedere loro di svolgere compiti di tutti i giorni come se nulla fosse è a tutti gli effetti una violenza. Del congedo mestruale, purtroppo, non si è sentito più nulla, nonostante la proposta sembrasse più che ragionevole, e sembrerebbe che non ci sia nessun tipo di aggiornamento sulla sua approvazione da parte della Commissione Lavoro. Piangere rannicchiate sul letto maledicendo il proprio apparato riproduttivo non ha senso: è giusto accettare che essere donna comporti anche questo, ma far finta che il ciclo mestruale non esista non allevierà dolori o fastidi. Non vedo perché alle medie avrei dovuto provare vergogna nell’andare in bagno con una borsetta in tasca piena di assorbenti, come non vedo nemmeno perché oggi dovrei pensare che stare male per via delle mie mestruazioni non possa essere un motivo più che valido per non riuscire lavorare. Le esigenze del mio corpo, e di quello di tutte le donne, esistono e vanno rispettate, senza soffocarle per pudori stupidi, credenze medievali o negligenze incomprensibili.

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